26 maggio 2019


Cosa vuol dire essere una band oggi?

Essere un band oggi non è più solo fare bei dischi e passare senza soluzione di continuità dallo studio al palco e viceversa. Vuol dire vivere il proprio tempo, avere il proprio posto nella storia, accompagnare le trasformazioni della società ed essere dentro a queste trasformazioni. La grandezza dei The National è proprio questa, l’apertura mentale, l’apertura della band verso le contaminazioni. Non solo musicali, ma anche della politica, delle altre forme d’arte e artisti. Non più una band ma un organismo che vive, respira, si nutre di ciò che la circonda e delle cose che i suoi componenti portano al suo interno. 

I Am Easy To Find è la bibbia, è il manifesto programmatico di questo modo di essere band. Farsi quasi totalmente da parte per mettere al centro le donne, per una band completamente al maschile, è un gesto di una potenza inaudita in questo periodo storico, in cui tutti professano la parità, ma nessuno è disposto a mettersi al servizio e a farsi da parte. Far uscire un disco a proprio nome, nel quale la caratteristica che ti contraddistingue di più dagli altri, ovvero la voce di Matt Berninger, viene sacrificata in gran parte per far spazio a una moltitudine di voci femminili è indice di un coraggio e una consapevolezza fuori dal comune.
La moglie di Berninger, che fino ad oggi ha rappresentato poco più di un ghost writer per i testi dei The National, che rilascia un’intervista in cui parla proprio dei testi della band come autrice, la moglie di Bryce Dessner che partecipa alle sessioni vocali del disco e piazza un’interpretazione magistrale in uno dei pezzi più belli del disco (Oblivions), tutte le altre donne coinvolte (fra le altre Lisa Hanningan e Sharon Van Etten) oltre al coro, sono una dichiarazione d'amore, ma anche una dichiarazione politica, un atto di ribellione.

Senza tralasciare poi la contaminazione profonda di Mike Mills, che non solo realizza un cortometraggio totalmente in osmosi con il disco, con protagonista un’altra donna, Alicia Vikander, ma viene scelto dalla band per produrre l’intero disco. Quale altra band sarebbe disposta a mettere nelle mani di un regista uno dei suoi dischi più importanti e ambiziosi?

Questa è la grandezza dei The National, oltre alla potenza dirompente di un disco che rappresenta una chiave di volta nella loro carriera, ma anche nella musica odierna: avere il coraggio di farsi penetrare da ciò che li circonda, di rinnegare la propria essenza per poi ricostruirsi più forti di prima, ricreando l’impianto solido che li ha sempre contraddistinti, ma unendo ai mattoni della loro creatività sempre nuovi materiali, con i quali la loro casa, una casa che cambia continuamente arredamento, riflette sempre sfumature nuove.

8 gennaio 2019



Quando è uscito Heathen, nel 2002, avevo 22 anni e David Bowie era forse nel momento più basso della sua carriera. Così basso che il disco precedente "Toy" nel 2001 non fu neanche ritenuto degno di essere pubblicato dalla Virgin/Emi. Sembra incredibile oggi che tutti lo celebrano, ma nelle onde del revival succede così: per dieci anni non ti si fila più nessuno, poi quando ai quarantenni scatta la saudade degli anni d’oro ormai andati, ecco che torni improvvisamente attuale.

Io lo scoprii per caso. Erano passati cinque anni dall'uscita di Earthling, l'ultimo disco di cui avevo sentito parlare bene e da molti era ormai dato per bollito, soprattutto dopo Hours, del '99.
Credo di aver letto una recensione da qualche parte o una news sull’uscita e non so perché lo scaricai, probabilmente da Limewire: niente di più lontano dai miei ascolti di quegli anni.
Non avevo mai ascoltato veramente Bowie, se non le canzoni più famose sentite migliaia di volte e qualche disco che mi avevano fatto ascoltare i miei parenti o amici più vecchi di me. Da bravo adolescente avevo sempre un po’ rifiutato gli artisti che erano appartenuti alla generazione precedente.
Sta di fatto che iniziai ad ascoltare Heathen e non mi fermai più per un bel po’.

Non è uno dei dischi migliori di Bowie, anzi, era stato abbastanza massacrato dalla critica, ma non mi è mai interessato perché c’erano due cose che mi calamitavano a quell'album.

Una era che non assomigliava a nulla di quello che c’era in giro in quegli anni. Totalmente fuori contesto, un po’ moderno, un po’ classico, un po’ rock, un po’ pop. Inoltre qualsiasi cosa avessi sentito prima di Bowie aveva una connotazione precisa: elettronica, dance anni ‘80, rock anni ‘60/70, ha sempre avuto la capacità di adattarsi ai tempi e di rimanere sempre attuale, arrivando al suo apice di trasformismo con il drum n’ bass di Little Wonder. Con Heathen no, era come se avesse rifiutato quella consuetudine per cui era quello sempre al passo coi tempi. Come se avesse definitivamente rifiutato di essere percepito come un uomo senza età, eterno nella sua immagine sempre moderna e attuale, come se si fosse rotto il cazzo di dover sempre dimostrare di essere capace di reinventarsi. Hours era un primo (maldestro) tentativo di scrollarsi di dosso quell'impalcatura, Heathen era la pietra tombale sul David Bowie che tutti erano abituati a conoscere. Lo si capiva anche dal look: giacca e cravatta, un classico abito da adulto e niente di più (ma con un'eleganza che nessuno al mondo avrà mai).

La seconda era la sua voce. Cruda, scarna, una voce in cui per la prima volta si scorgevano i segni dell’età, un po’ stanca, ma proprio per quello ancora più bella ed emozionante. Per la prima volta era come se ascoltassi l’uomo dietro all’artista, nascosto per decenni sotto il trucco e i costumi. Per la prima volta avevo la percezione di ascoltare David Robert Jones invece di David Bowie. Questo aspetto abbatté ogni mia barriera nei suoi confronti e iniziai ad amarlo. Il bello di quei pezzi era la loro fragilità, il loro essere “normali”, erano canzoni di un uomo che era caduto sulla terra.
Un pezzo in particolare mi dava quell’impressione, e forse l’unico degno veramente di nota all’interno della sua carriera incredibile: Slip Away.



Una canzone commovente, in cui forse per la prima volta si sente quella drammaticità toccante e rassegnata, in cui il tempo vissuto e gli anni ormai alle spalle lasciano un solco profondo, una ferita piena di nostalgia che si può quasi toccare, che poi tornerà in pezzi come Where are we now e Lazarus. Quasi floydiana nel suo ritornello corale che ricorda un po’ le atmosfere di The Division Bell ed è un caso che il pezzo parlasse di Uncle Floyd, personaggio televisivo surreale degli anni ‘70.
Heathen non sarà il miglior disco di Bowie, anzi forse sarà uno dei peggiori nelle classifiche che riuniscono i suoi album, ma è il disco con cui ha messo le fondamenta sulle quali ha poi costruito i suoi due ultimi capolavori, The Next Day e Blackstar, ed è il suo disco al quale sono più affezionato.





29 novembre 2018




Giovedì 22 novembre gli Idles sono sbarcati a Milano per un live di cui si è parlato moltissimo. Non avevo intenzione di scrivere di questo concerto, nessuno me lo ha chiesto e gli Idles non sono una delle mie band preferite, pur piacendomi e riconoscendone il valore artistico. Ma dopo ben quattro giorni (nel momento in cui scrivo), sto ancora pensando a quella serata e allora forse è il caso di scriverne, visto che l’ultima volta che mi è capitata una cosa del genere, avevo visto per la prima volta dal vivo i The National, nel 2010.
I The National non c’entrano nulla con gli Idles, genere completamente diverso, luoghi di provenienza diversi, suoni e approccio alla musica completamente diversi. Ma non sono due band così lontane fra di loro.
Entrambe hanno conosciuto il successo solo dopo molti anni dall’esordio, la band americana è stata addirittura sull’orlo dello scioglimento, prima che Obama usasse la loro “Fake Empire” per la sua campagna elettorale. Allo stesso modo gli Idles hanno aspettato ben sette anni dalla formazione del primo nucleo della band, prima di vedere un album pubblicato da un’etichetta indipendente.
Entrambe le band sono cresciute e diventate grandi al di fuori del music business, hanno vissuto una “vita vera”, quella di tutti noi, fatta di difficoltà a far quadrare i conti, di lavori “normali”, della giovinezza che si trasforma in età adulta mentre ci si costruisce un futuro con la propria ragazza o ragazzo, con tutte le difficoltà del caso e a volte con i brutti colpi che la vita comporta.



Il fatto di diventare famosi da adulti da una forza comunicativa impressionante, se si è capaci di raccontare e di canalizzare le storie che hai vissuto. Perché quello che racconti è molto più vicino a quello che vive e ha vissuto chi ti ascolta, rispetto a chi fin da giovane è stato “costretto” a vivere su un van, o un bus, vivendo la maggior parte dell’anno in tour. Il tour è una cosa che ti fa incontrare migliaia di persone, che ti mette a contatto con realtà molto diverse dalla tua, ti arricchisce, ma è anche una bolla che isola dalla vita normale, che ti tiene lontano da una routine giornaliera che accomuna gran parte del pubblico che ti segue. Se quella routine giornaliera non l’hai mai vissuta, perché da quando hai finito la scuola non hai fatto altro che passare dal palco allo studio di registrazione, ti manca qualcosa.
Perché oggi chi ascolta musica, un certo tipo di musica, chi ha l’età giusta per ricordarsi, anche di riflesso, come funzionavano le cose una volta e ha la consapevolezza per comprendere quanto l’ipocrisia di chi è venuto prima abbia compromesso il futuro di chi è venuto dopo, non vuole ascoltare canzoni d’amore e di pace. Si è stufato di tutto l’immaginario hippie legato alla musica del passato, non vuole ascoltare canzoni di rabbia, perché la rabbia non ha portato a nulla, se non a un peggiorare della situazione. Non vuole neanche  più l’immaginario grunge, legato all’emarginazione, alle droghe e al rifiuto di un certo tipo di società. Chi ha quell’età (che va più o meno dai 30 ai 40) fa parte della società, non vuole uscirne, ma è consapevole dei rischi e della difficoltà che questo comporta, vuole ascoltare canzoni di consapevolezza, canzoni che parlino di quello che vive ogni giorno, che lo aiuti a sentirsi meno solo.




La musica (ma non solo quella) è sempre meno un fenomeno di condivisione reale e sempre più un’azione individuale, dettata da algoritmi, da playlist preconfezionate da piattaforme musicali e da dinamiche da social. Non voglio fare come quello che una volta all’anno scrive che il rock è morto, quindi non sto dicendo che ormai la socialità legata alla musica sia morta, è viva e vegeta e ai concerti scambio mille pareri con le persone che conosco, ma è un dato di fatto che il contatto personale è molto meno importante, quando aprendo un’app dal telefono abbiamo 50 suggerimenti ogni giorno su che cosa ascoltare. È innegabile che, se una volta per condividere la musica bisognava essere nella stessa stanza, o incontrarsi per scambiare un disco, oggi la stessa cosa avviene spesso senza neanche scambiare due parole, con l’invio di un link via app.
All’interno di questa nuova esperienza di ascolto, e in un mondo in cui è sempre più difficile aprirsi con gli altri, trovare qualcuno che capisce i tuoi problemi, che ha vissuto le tue stesse esperienze, che racconta la sua vita senza filtri, analizza l’attualità dal tuo stesso punto di vista, non ha paura di condividere con te le sue debolezze, i suoi demoni e le tragedie che lo hanno segnato, è un’esperienza di grande potenza emotiva. Questa potenza può averla solo chi ha vissuto veramente le tue stesse esperienze, chi ha avuto il tuo stesso percorso di vita.
Non è un caso che entrambe le band agli inizi del loro successo, nonostante la loro carriera relativamente breve, hanno raccolto una schiera di fan già grandicelli.
Perché si può dire che gli Idles hanno riportato il punk fra i giovani, ma lo si può dire consapevoli di avere una concezione di gioventù molto ampia e molto italiana.
Al Magnolia erano poche le persone sotto i trenta, pochissime quelle sotto i 25. Quindi usciamo subito da questa visione della band come quella che riporterà ai fasti del passato il punk. Primo perché non sono punk, o almeno non lo sono nello spirito con cui si identifica il punk degli anni ‘70. Secondo perché il loro pubblico non è giovane, ed è giusto che sia così, perché è proprio a quel pubblico non più tanto giovane che loro parlano e lo fanno come nessuno è riuscito a fare negli ultimi anni.
Gli Idles sono forse gli unici che sono riusciti a fare di un disco un manifesto generazionale in Europa (di QUELLA generazione) negli ultimi dieci anni, tralasciando per un attimo il rigurgito di ribellione politica e anti-razzista che l’era Trump ha causato negli Stati Uniti. Joy As An Act Of Resistance non è solo il titolo di un album, è un abbraccio a tutte le persone che si sentono in difficoltà, a tutti coloro che pensano di non poterne uscire, a chi pensa che la sua vita sia una merda, anche a chi non lo pensa, ma non vede margini di miglioramento per sé e per le persone che gli stanno vicino. La soluzione non è la rabbia, non è sfogarsi su chi è più debole o più povero di te, la soluzione è aprirsi, condividere i tuoi problemi e scoprire che sono gli stessi di chi ti sta vicino, nonostante la diffidenza che hai sempre avuto nei suoi confronti.



Anche nel loro modo di condurre lo show non c’è mai rabbia, ci sono sorrisi, c’è condivisione, c’è un rapporto diretto con il pubblico, quasi da stand-up comedy. Il pubblico è parte dello show, ed è di fondamentale importanza che se ne senta parte. La ricerca del contatto è continua, non tanto fisico, ma mentale, le parole che precedono ogni pezzo, il modo in cui Joe Talbot parla ti fa sentire direttamente coinvolto, a volte si rivolge direttamente a persone specifiche all’interno del pubblico, chiede quali pezzi devono suonare, spiega i testi, fa dediche particolari. Anche il suo modo di stare sul palco non è quello di un frontman classico, non ti sbatte in faccia il suo ego e la sua fiducia in sé stesso; coinvolge, occupa lo spazio, ma allo stesso tempo è come se ti dicesse: “Sì, io sono qui e sto facendo il concerto, però mi devi dare una mano, io sono come te e questa cosa la dobbiamo fare insieme, altrimenti non andiamo da nessuna parte”.
Il concerto non ha nulla di particolarmente scenografico, è solo una band che suona, ma la differenza la fa la capacità di comunicare di questa band. La verità è che oggi ci sono troppe band che non hanno nulla da dire, e te ne accorgi proprio quando vedi gli Idles dal vivo.
Erano anni che non vedevo mezzo Magnolia pogare per tutta la durata di un concerto, era tantissimo tempo che una band “nuova” non mi spingeva ad andare sotto il palco a partecipare al concerto, non solo a vederlo e sentirlo.
Non c’è rabbia neanche nell’esecuzione dei pezzi, che spesso vengono rallentati di un paio di bpm (l’iniziale Colossus in particolare), perché le canzoni veicolano un messaggio ed è importante che questo messaggio arrivi al meglio.  Rallentare per scandire meglio le parole, per dare il tempo al pubblico di elaborarle, per permettere a Joe Talbot di essere ancora più espressivo e convincente, anche da questo di capisce la maturità di una band.
Alla fine gli unici momenti particolari previsti nello show, sono un crowd surfing del chitarrista, e due ragazze fatte salire a suonare per un pezzo, tutte cose che si sono già viste, buone per le foto su instagram, ma il succo del concerto non sono quelle foto che avete visto su instagram.



Il succo del concerto non sono neanche i pezzi, che se vogliamo dirlo sembrano anche un po’ tutti uguali alla lunga, iniziano tutti alla stessa maniera e finché non arriva il ritornello spesso le differenze sono veramente poche (questa cosa è sì molto punk), il succo è quello che ti rimane quando vai via. Puoi anche non capire bene tutti i testi, puoi anche non sapere l’inglese, ma il messaggio passa lo stesso e ti rimane dentro per giorni a fermentare, finché poi non trovi il modo di farlo uscire. Io l’ho fatto scrivendo questo pezzo, ma sono convinto che molte altre persone che erano presenti al concerto lo hanno fatto in altri modi, condividendo e trasferendo quella positività nella vita di tutti i giorni.
Non erano la mia band preferita, ma probabilmente dopo aver scritto questo pezzo lo diventeranno.


7 novembre 2018




Ci sono voluti 8 anni, fra scioglimento, reunion e dischi abortiti. 8 anni in cui il mondo è cambiato radicalmente, ma ha ancora un estremo bisogno di band come i Daughters.
Perché You Won’t Get What You Want non è solo un disco, è un manifesto, un macigno lanciato in una sala d’attesa gremita, senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze.
Il noise-rock fatto di chitarre abrasive di un tempo è morto e al loro posto si sentono le fiamme dell’inferno e le urla di anime dannate. Ma non è l’inferno dantesco, è quello post-industriale in cui viviamo tutti i giorni e in mezzo alle anime che urlano, se facciamo attenzione, possiamo riconoscere la nostra voce. Un’opera audace, difficile, che porta il noise ad un nuovo livello e segnerà il futuro di un genere che prima di questo disco non ne aveva.




20 settembre 2018



In Italia la musica indipendente è ormai intrappolata dentro due macro categorie indissolubili: da una parte l'indie-it-electro-pop-cantautorale, dall'altra l'emo-post-qualsiasicosa. Due contenitori già sovraffollati da anni, nei quali però si trova sempre spazio per l'ennesima uscita uguale a tutte le altre venute prima, salvo alcune eccezioni. È facile in fondo. Ci si affida a un pubblico settoriale, con canali ben delineati, ci si appoggia un po' a tutto ciò che è venuto prima, prendendo un po' da uno e un po' dall'altro, ci si conosce tutti, ma soprattutto si è tutti parte di un "sistema", prima o poi tutti organizzano un concerto, tutti avviano un ufficio stampa o una booking, tutti scrivono di musica, tutti fanno un disco, tutti fanno foto, le persone che ascoltano e basta si contano sulle dita di una mano, quindi a pochi conviene esporsi con giudizi negativi su una band o un artista se sono già entrati nel giro. Così va a finire che si galleggia a distanza di sicurezza dalla mediocrità, nessuno fa cagare, ma allo stesso tempo nessuno fa la differenza. Questo succede anche a causa di una costellazione di microetichette, microbooking, micro uffici stampa, dotate di buona volontà e buone intenzioni, ma che in molti casi non hanno i mezzi per permettere a una band o a un artista di crescere.
Difficilmente qualcuno che faccia qualcosa di originale, che mischi le carte, qualcuno che segua un percorso personale e fuori dagli schemi trova spazio, perché invece di premiarlo si tende a isolarlo, perché altrimenti si devono creare canali che non ci sono, bisogna creare un pubblico nuovo ma si tende a rimanere nel proprio orticello: è più semplice e si raggiungono gli stessi risultati con meno sforzi.
Per riuscire a farsi spazio un artista con le caratteristiche sopra elencate, deve essere veramente bravo, anzi deve essere molto, ma molto più bravo di quelli che solitamente lo occupano quello spazio, e per prenderselo la sua qualità deve essere incontrovertibile.

Questo è accaduto nel 2015 con l'esordio degli Any Other, grazie (davvero, grazie) a un'etichetta che (guardacaso) era un po' fuori da tutti i giochi di ruolo di cui sopra, essendo nuova: la Bello Records di Massimo Fiorio e Rossana Savino.



La musica di Adele Nigro non è mai stata facilmente catalogabile, mi stupii molto vedere quanto circolò all'inizio Silently, Quietly, Going Away, quanto se ne parlò (più perché l'etichetta era gestita da un gatto che per il disco, se vogliamo dirla tutta, ma è stata una mossa intelligente), perché era chiaro che era un qualcosa che rompeva gli schemi, ma ancora non potevamo immaginare quanto.
Il primo album degli Any Other non era né cantautorale, né emo, né electro, né punk. Andava a pescare in quell'indie anni '90, un po' Built To Spill, un po' Courtney Barnett, un po' Speedy Ortiz, che in Italia non ha mai avuto una vera scena e oggi men che meno. Non era un disco difficile però: si basava principalmente su accordoni di chitarra con un leggero crunch e su un impianto di basso e batteria molto semplice e funzionale ai pezzi, ma si sentiva subito che aveva qualcosa di speciale.
Le linee vocali di Adele erano già molti gradini sopra la media italiana, il suo modo di cantare era ed è totalmente slegato dagli stilemi della canzone popolare italiana, cosa rarissima, perché volenti o nolenti l'abbiamo tutti nel nostro dna e si sente anche nel disco più hardcore che abbiate mai fatto.
Nonostante questo però, non ha avuto lo spazio che si meritava.





Silently ecc. però era solo un passaggio, forse obbligato, una piattaforma solida su cui poggiare una rampa di lancio, perché ad ascoltare il nuovo Two Geography, il precedente disco sembra un esercizio, un gioco. La ragazza è cresciuta musicalmente molto più che anagraficamente in questi tre anni.
L'impianto della band classica, chitarra basso batteria, viene lasciato da parte per fare spazio a strumenti nuovi e ad arrangiamenti di matrice più acustica, la chitarra elettrica quasi sparisce, ed entrano nello spettro, violini, fiati, pianoforti e Rhodes. Quella che prima sembrava una band vera e propria ora suona come un gruppo di turnisti al servizio della cantante. C'è molto più spazio per far risaltare le doti di Adele, che non si lascia pregare e sfrutta quello spazio come nessun'altra sarebbe in grado di fare.



La cosa che lascia piacevolmente spiazzati sono gli arrangiamenti: quando serve si cerca sempre la soluzione diagonale, inaspettata, i pattern di batteria caratterizzano in modo particolare l'andamento dei pezzi, con soluzioni che oserei definire "nationaliane" (in questo senso il cambio di batterista è stato fondamentale), come si può sentire già al primo impatto con il singolo Walkthrough. Tutto questo senza però esagerare, perché il disco ha due anime, una possiamo definirla "jazz", dove le soluzioni citate sono la caratteristica principale, oltre alle linee vocali sorprendenti, e un'altra folk, dove, con molta intelligenza, si va verso il minimalismo, lasciando la chitarra acustica in primissimo piano, impreziosita solo da alcuni interventi discreti, che siano violini, o batteria spazzolata (o anche nulla) come in Breastbones, che profuma molto di Sufjan Stevens.
È come giocare a uno sparatutto, in cui tu punti principalmente verso il centro dello schermo, perché la maggior parte dei cattivi da uccidere arrivano da lì, invece quando meno te l'aspetti ne salta fuori uno dall'angolo in basso a sinistra ed è GAME OVER.
Gli arrangiamenti di Two Geography sono così, ti mandano sempre in game over.
Già l'apertura del disco non è il solito pezzo "confortevole", quello che serve a convincere l'ascoltatore a proseguire, è una pennata continua di chitarra acustica, che ricorda il Josh T. Pearson di Last Of The Country Gentlemen, un momento di attesa, di sospensione, che poi "esplode" nel finale. Tutto l'album è una continua alternanza fra pezzi "difficili" e ballate acustiche. L'unico pezzo che ricorda da lontano i vecchi Any Other è Perkins, dove la chitarra elettrica torna protagonista sul finale e si risente una batteria con un 4/4 classico. Il resto è una piccola grande rivoluzione.
Sul finale poi, dopo un probabile singolo (giuro di averlo scritto prima che uscisse) come Capricorn No arriva forse il pezzo più audace, in cui gli strumenti formano un tappeto elastico, di quelli un po' sgualciti, sui quali è poggiato uno leggero strato d'acqua dopo un temporale. Un tappeto fatto di lunghi accordi e vibrazioni di fiati e batteria che increspano l'acqua, sopra al quale la voce di Adele rimbalza e si diverte con evoluzioni a corpo libero, per poi finire un una nebbia sonica di feedback acustico e ripetizioni ossessive e psych.



Un disco eterogeneo ma con un forte carattere, che testimonia una crescita e una maturità sorprendenti, oltre a una voglia di migliorarsi e di sperimentare che nei prossimi anni spero possa portare il progetto ad essere una realtà internazionale consolidata.
Perché gli Any Other non hanno bisogno di spazio in Italia, la partecipazione al Primavera Sound non è un caso, così come non lo è il tour europeo intrapreso ancora prima di presentare il disco in Italia (cosa che succederà quest'inverno). Siamo noi che abbiamo bisogno di Adele Nigro e soci e di molti altri come loro per far crescere tutto l'indie italiano. Per dimostrare a tutti che si può e si deve fare spazio anche a chi non ha un contenitore prefustellato, perché se progetti come questo trovano spazio ne guadagnano tutti, si creano nuovi canali, si arriva a persone nuove, creando un piccolo ma indispensabile ricambio nel pubblico che segue i concerti e le uscite discografiche di un certo tipo. Serve ossigeno nuovo in un ambiente che tende troppo spesso a chiudersi su sé stesso e gli Any Other sono una bombola di ossigeno da 20 litri.
Con largo anticipo, questo sarà per me il miglior disco italiano del 2018 e uno dei migliori in assoluto dell'anno, non tanto per il valore assoluto, perché il percorso è appena iniziato e ha comunque alcuni piccoli difetti che però lo rendono fresco, stimolante, ma perché esprime un potenziale enorme.
Sembrerà un azzardo ma qui siamo di fronte a una nuova Fiona Apple, o, essendo la chitarra acustica il suo strumento principale, a una nuova Ani Di Franco. Ma non la nuova Ani Di Franco italiana, la nuova Ani Di Franco e basta.