24 marzo 2018



- Il giorno precedente all'elezioni dei presidenti delle Camere, i media si affrettavano a dare la coalizione di centro-destra per finita e Silvio Berlusconi ormai archiviato, in favore di una leadership rafforzata di Salvini.

- Quest'ultimo dopo una prima fase di stallo nelle votazioni esce all'improvviso con la "Mossa Mattarella", ovvero tira fuori dal cilindro una votazione in blocco per la Bernini, che nessuno si aspetta, esattamente come fece Renzi con Mattarella durante l'elezione del Presidente della Repubblica.

- La Bernini è stata considerata frettolosamente lo scacco matto a Berlusconi che, fino a quel momento e oltre ha continuato a proporre Romani come presidente del Senato.

- Tuttavia la faccenda è stata sempre trattata dal punto di vista dei vincitori delle elezioni, Di Maio e Salvini, facendoci credere che fossero loro a dare le carte.

- Nel giorno delle elezioni dei presidenti però, Di Maio si affretta a dire che Fraccaro in realtà non era la loro prima scelta ma solo un bluff per poi far eleggere Fico, quasi a voler forzare una lettura favorevole per loro.

Se invece il bluff  l'avesse fatto il vecchio Silvio?
Proviamo a guardare tutta la faccenda dal suo punto di vista.

- Tutti sanno che i 5 stelle non accetterebbero mai di votare un condannato a presidente del Senato (o della Camera) e Berlusconi invece cosa fa? Propone esattamente un condannato (per peculato): Paolo Romani.

- Così facendo costringe i cinque stelle a giocare in difesa, partendo già con una mossa da scacco matto. Il Movimento non può accettarlo, altrimenti andrebbe contro a ogni suo dogma, ma in questo modo è costretto a scendere a patti con il diavolo in persona.

- L'accordo presto è fatto ma non è così semplice come Di Maio vuol farlo sembrare.

- Fraccaro è un fedelissimo del capo dei 5 stelle, difficile pensare che Di Maio preferisse Fico a lui.

- Da tempo il nuovo presidente della Camera è l'elemento destabilizzante del Movimento, è uno dei pochi che pensa con la sua testa e si permette di contraddire i vertici e la sua rivalità con Di Maio fatica a rimanere sotto traccia. La sua esclusione dalle candidature per l'elezione del possibile premier per i 5 Stelle è stata emblematica.

- Berlusconi ha vissuto un'esperienza simile nel suo passato: Gianfranco Fini, uomo forte dell'antica coalizione di centro destra, da Presidente della Camera ha consumato lo strappo finale con Silvio, proprio per l'impegno e l'imparzialità con cui ha svolto il suo compito.

- Costringendo i 5 stelle a porre condizioni sulla candidatura del presidente del Senato, si è messo nella posizione di poter fare lo stesso per la Camera.

- Se nella notte di venerdì tutti davano la coalizione di centrodestra definitivamente archiviata e Silvio definitvamente battuto da Salvini, il risveglio di sabato ci ha presentato una situazione totalmente ribaltata.

- La coalizione di centro destra è ancora in piedi e Silvio ha piazzato come presidente del Senato una delle sue donne più fedeli: Maria Elisabetta Alberti Casellati.

- Contemporaneamente ha costretto i 5 stelle a mettere come presidente della Camera uno dei meno allineati alla legge di Casaleggio: Roberto Fico.

-L'esperienza con Fini gli ha insegnato che proprio quel ruolo alla lunga potrebbe essere il punto di rottura definitivo di Fico con i 5 stelle, che perderebbero uno degli uomini più importanti e autorevoli del Movimento.

Ancora una volta forse, il Berlusconi dato per morto troppo presto è riuscito a ribaltare la situazione a suo favore e forse gli unici veri sconfitti di tutta questa storia sono proprio Di Maio e Salvini. Soprattutto quest'ultimo tentando il grande strappo, forse ha fatto il passo più lungo della gamba.
La solita cara e vecchia strategia della tanatosi.


2 marzo 2018



Domenica si gioca una partita importante, che determinerà il destino dell'Italia: definitivamente fuori dalla crisi o, probabilmente, una brusca frenata se non addirittura un'inversione a U.
Un aspetto della partita che mi tocca da vicino è quello della Lombardia, ed è da qui che vorrei iniziare.
Milano sta vivendo un periodo di rinnovamento, che dura ormai da anni. Anni in cui si è imposta a livello europeo e mondiale, come città culturale, attrattiva, dinamica e pronta ad accogliere sia studenti che lavoratori e aziende. In questo momento storico, in cui la Brexit toglierà inevitabilmente a Londra la maglia di città leader in Europa, Milano ha un'occasione imperdibile per poter attirare i capitali che emigreranno dalla City, per diventare a sua volta una piccola, grande "city".
Questo è stato possibile grazie a 15 anni di governo lungimirante, che ha guardato al futuro, che ha progettato, che ha immaginato e ha avuto un'idea di città e si è mosso in quella direzione. Moratti (senza la quale non avremmo avuto Expo e Area C), Pisapia che ha impostato le linee guida e ha rinnovato Milano dalle fondamenta e Sala.
Quest'ultimo è quello che ha dato l'accelerazione finale, trasformando Milano in una locomotiva, cogliendo occasioni impensabili fino a qualche anno fa, come EMA (anche se poi è andata come andata). Come dicevo in un precedente post: "Un Sindaco che oltre ad avere avuto esperienze nell'amministrazione pubblica, è stato vicino al mondo corporate e alle aziende. Una persona che ha vissuto nelle stanze dove si prendono decisioni che muovono capitali, che sa come si spostano e sa come cogliere le occasioni per portarli a Milano, insieme ai tanti posti di lavoro che inevitabilmente prendono vita da questi capitali. Una cosa di cui Milano ha bisogno come l'aria per affermare la sua leadership in Europa".
In questo momento la Lombardia ha bisogno di trasferire la spinta di Milano su tutta la regione e per farlo ha bisogno di una persona che abbia un'esperienza simile a quella di Sala. Una persona che sappia parlare la lingua delle aziende che vogliono investire, che sappia attirare capitali, che sappia muoversi con autorevolezza, pacatezza e decisione, senza parole fuori posto e abbia esperienza nell'amministrazione pubblica.
C'è solo una persona che risponde a questo identikit ed è Giorgio Gori.

Gori è la persona giusta al momento giusto, un amministratore che ha fatto benissimo a Bergamo (è uno dei sindaci più apprezzati in Italia) e, insieme a Sala, formerebbe una squadra che lancerebbe Milano e la Lombardia verso una leadership europea e mondiale.
La scelta è fra la destra estrema e Gori, non ci sono altre possibilità, il resto per quanto possiamo stare qui a fare congetture, conta poco. 
La scelta è fra un moderato, serio, preparato, educato e quelli che scrivevano sul Pirellone "Family Day", lanciando da un palazzo istituzionale di Milano, la città dei diritti, dell'accoglienza e della solidarietà, un messaggio discriminatorio e divisivo.
La scelta è fra una persona che ha girato la Lombardia per mesi (100 tappe) per conoscere ogni angolo della regione e tutte le problematiche infrastrutturali, oltre che di gestione del welfare e di sviluppo, ascoltando le persone e stilando un programma serio e realizzabile, oppure quello che ha tappato il buco lasciato da Maroni all'ultimo momento, affermando la supremazia della razza bianca.
Credo veramente che ci sia una sola domanda da fare: avete visto il rilancio di Milano di questi anni? Avete passeggiato in centro negli ultimi mesi e avete avvertito quell'atmosfera nuova, internazionale, giovane e dinamica? Avete notato quante aziende hanno scelto Milano in questi ultimi anni, lasciando altre città e quanti posti di lavoro hanno portato? Se volete che lo stesso avvenga in Lombardia, Gori è l'unica persona che lo può fare.
Questo è un voto per cambiare, ma anche per continuare quello che è stato fatto a Milano.

Ma la partita non finisce qui. Si gioca anche a livello nazionale un match importantissimo.
In questi anni, mentre c'era chi attirava tutte le antipatie e gli attacchi su di sé, c'è stata una squadra di governo che ha lavorato silenziosamente (forse troppo), per cercare di risollevare il Paese. Calenda, Martina, Pinotti, Franceschini, Delrio, Padoan, Fedeli, sono oggettivamente e al di là delle tifoserie politiche, fra i più validi e competenti ministri che l'Italia abbia avuto negli ultimi due decenni. Uno su tutti Calenda, che ancora in questi giorni, mentre in campagna elettorale si sprecavano annunci e promesse, ha lavorato senza sosta per salvare importanti aziende e molti posti di lavoro sul territorio. Oltre al fatto che nel momento di maggior difficoltà sono stati capaci di tirare fuori un presidente del consiglio (Gentiloni), accolto con scetticismo ma che ha saputo prendere con grande responsabilità il suo compito per poi risultare uno dei migliori che si poteva avere.
Domenica non si va a votare per Renzi, Di Maio o Salvini. Domenica si va a votare per una squadra che sia in grado di scegliere le persone giuste da mettere nei posti chiave.
E, salvo qualche errore, chi ha guidato questa legislatura ha dimostrato di saper scegliere le persone giuste da mettere nei ministeri più importanti.
Non prendiamoci in giro. Non si possono fare miracoli. Abbiamo un debito che strozza qualsiasi provvedimento. L'abolizione della Fornero è pura fantascienza, anzi quella legge era stata fatta su previsioni future che non si stanno verificando, quindi, al momento è addirittura una legge che andrebbe ritoccata al rialzo. Servono persone che abbiano il polso della situazione e prendano provvedimenti misurati, sapendo benissimo che lo spazio di manovra è poco. Chi si presenta per cambiare tutto, sa benissimo che non è possibile. Chi si presenta basando tutto il suo programma sulla remota possibilità che ci venga concesso di superare il rapporto deficit/pil del 3% nella situazione in cui siamo, sa già che non farà nulla ed è già pronto a dare la colpa all'Europa per quello che non saprà fare. Chi si presenta promettendo pensioni minime a mille euro e dentista gratis, è irresponsabile.
Chi si presenta gridando "prima gli italiani", giurando sul vangelo, parlando di Frozen e ideologia gender, dicendo che espellerà 600.000 immmigrati, vive in un mondo che non esiste più. Basta andare davanti a una scuola per capirlo. I bambini che oggi vogliono discriminare saranno gli italiani di domani e questo è inevitabile, o lo accetti o mi spiace sei fuori dal mondo e non puoi governarlo.
Chi presenta una assurda squadra di governo, prima ancora di essere eletto, sta solo mistificando e svilendo il processo democratico che porta dalle elezioni alla formazione di un governo (una delle cose più belle della democrazia). Gli stessi fantaministri che, prima ancora di esserlo accettano di andare in televisione e di essere esibiti come quarti di bue in una macelleria, che serietà possono avere? Chi ha denigrato con parole durissime e offensive il governo dei professori di Monti e ora ne presenta uno inventato, fatto solo di professori che serietà può avere?
Chi vuole essere eletto senza citare l'evasione fiscale nel suo programma e la lotta al problema più grande del nostro paese, che serietà può avere?
Il marcio c'è dappertutto, nessuno è onesto per volere divino e le vicende delle liste di questi giorni ci hanno dato una prima dimostrazione. Non è sulla presunta onestà che si può valutare un candidato. Sì, loro li espellono, ma buttandoli fuori dal partito non si assumono la responsabilità di averli scelti, se porti in parlamento un ladro o un mafioso, anche se lo butti fuori dal tuo gruppo, la responsabilità della scelta è sempre tua e il ladro o il mafioso resta comunque nelle istituzioni, perché ce l'hai portato tu.
Se portassi un cane in casa vostra e cagasse sul vostro divano nuovo, cosa fareste se dopo vi dicessi: "Da questo momento il cane non è più mio, non è mia responsabilità, io vado, ciao, adesso è vostro"?

Tralasciando il confronto fra le parti, in questi cinque anni è stato avviato un progetto. Per una volta, forse, i provvedimenti sono stati fatti con un'idea in mente, con un'idea di futuro, basato sulla cultura, sui diritti, un'idea di Italia moderna ed europea. La stessa idea che ha mosso Milano in questi anni, ma molto più difficile e lenta da attuare su scala nazionale, naturalmente. I governi in questa legislatura non hanno lavorato per avere un consenso immediato e per capitalizzare il voto di domenica, sono dei governi  che hanno iniziato cercando di dare una scossa, accelerando, facendo anche alcuni errori. Poi hanno pensato ad aiutare chi quella accelerazione non poteva sostenerla, e infine hanno stabilizzato.
Ora, essendo un progetto a lungo termine, come dovrebbe essere sempre un progetto di governo, ha bisogno di una fase due, e io vorrei che quella fase due sia attuata per non rendere inutile tutto quello che è stato fatto in questi cinque anni, ed è stato fatto molto, come potete vedere qui.
Questo è un voto per continuare, ma anche per cambiare e superare la costante instabilità del nostro Paese.



28 febbraio 2018

Quest'anno, contro ogni previsione, ho messo in fila dieci dischi per Rumore.
Non è stato semplice, ma neanche così difficile come pensavo. Come saprete se avete letto in passato le mie cose, non credo che le classifiche di chi come me non scrive per mestiere, siano molto valide. La quantità di dischi che ascolto in un anno non danno neanche lontanamente una visione veritiera di quello che possono essere le migliori uscite. Ma volendo dare il mio contributo al classificone di fine anno, ne ho stilata una personale.
Dato che fare un elenco senza spiegare il perché  questi dischi sono finiti in classifica (come invece era stato fatto per il classificone di fine anno), rimane un esercizio simpatico ma un po' limitante per ovvie ragioni di mancanza di spazio, ho pensato di fare come gli altri anni. Su queste pagine eleggevo uno o due dischi dell'anno e ne entravo in profondità, farlo per dieci non mi permetterà di spiegarli così bene, ma almeno spiegherò il motivo per il quale li ho scelti.
Purtroppo, nonostante le più rosee aspettative, questo pezzo ha dormito qui per un mese con solo le prime 4 posizioni spiegate, cercando di trovare il tempo di proseguire nella descrizione dei restanti album. Arrivati però al 27 febbraio: ora o mai più.





1. THE NATIONAL - SLEEP WILL BEAST
Non è un mistero che la band in questione sia una di quelle che più ho apprezzato in questi ultimi anni, ma questo disco va al di là del gusto personale. Sleep Will Beast è un disco enorme, per produzione, songwriting, arrangiamenti, testi. Inoltre rappresenta un svolta importante per la band, che finalmente e definitivamente buca quel muro che li voleva relegare per sempre a band di nicchia, per diventare uno delle band più importanti dell'indie statunitense e mondiale; al pari di Vampire Weekend, Strokes, Interpol, pur mantenendo un profilo molto più basso.
In Sleep Will Beast la band abbandona le strutture e l'impianto compositivo che da sempre l'ha caratterizzata. Abbandona l'impalcatura delle chitarre, per costruire molti pezzi al piano o su trame di sinth e batteria elettronica. Allo stesso tempo però da molta più importanza alle chitarre stesse, ritagliando spazi per assoli, interventi di noise e feedback, quasi riportando lo strumento alle sue radici punk, inserendola tuttavia in un contesto che punta più verso il cantautorato. Se vogliamo fare un paragone, è un po' quello che fa Warren Ellis con le trame colte e austere di Nick Cave.
Oltre a questo smonta anche tutto l'impianto ritmico, rinunciando ai pattern complessi e contorti, che fino a ieri davano un'impronta inconfondibile ai loro pezzi.
Spogliandosi di tutto ciò che ha caratterizzato le loro composizioni fino a qualche anno fa, sono riusciti a ripartire da zero, non perdendo però nulla del loro stile. Hanno usato la stessa materia primordiale per costruire in modo diverso: così facendo sono riusciti a dare sfogo a quel nervosismo, quella carica repressa e latente che caratterizzava tutti i loro pezzi. Quella carica che rimane compressa durante i loro live, per poi crescere e investire il pubblico con un onda che si propaga anche per i giorni successivi. Sono riusciti a convogliare questa energia, questa rabbia, che si avverte da sempre nei loro dischi, dargli un senso, uno scopo: scomporla in disperazione e rassegnazione, ma anche romanticismo, amore e speranza, nonostante la negatività dei testi di Matt Berninger.
Un pezzo su tutti che testimonia questa trasformazione è Guilty Party, un capolavoro assoluto e un classico che rimarrà negli anni.




2. ALGIERS - THE UNDERSIDE OF POWER
Erano già il mio disco dell'anno nel 2015, perché al giorno d'oggi vedere nascere un nuovo genere rappresentato da una sola band capace di esprimerlo non capita spesso. Gli Algiers questo hanno fatto. Hanno inventato il loro genere musicale, mettendo insieme il gospel, il blues e lo spiritual con l'elettronica, l'industrial e il post-punk.
Quando però ti muovi in bilico fra diversi generi è un attimo cadere, perdere la propria peculiarità o perdere in forza espressiva. Gli Algiers sono invece riusciti a mantenere l'equilibrio e, non contenti, hanno marcato confini  ancora più netti rispetto al precedente capitolo. Spesso però nel secondo disco le band perdono la capacità di scrivere pezzi efficaci e i singoli che hanno accompagnato il successo più o meno grande del primo diventano solo un lontano ricordo. Gli Algiers, invece, anche in questo caso sono stati capaci di mantenere alto il tiro, piazzando un paio di pezzi che sono già diventati capisaldi della loro produzione, come la title track e Mme Rieux, una ballata dove Franklin James Fisher ha totale libertà di movimento e viene fuori con tutta la sua voce: una voce importante del nostro tempo, che si porta dentro la storia di un popolo e di un genere nato per alleviare la sofferenza degli oppressi.
Gli Algiers hanno anticipato i tempi, portando la musica di rivolta nuovamente al centro dell'attenzione, ora quella rivolta la guidano con fermezza e autorità.



 3. GAYTHEIST - LET'S JAM AGAIN SOON
Dischi così ne escono pochi ultimamente. Quella botta, quella violenza, quel viaggiare sempre sul punto di rottura, il modo in cui le chitarre irrompono fuori dalle casse. Solo altre due volte negli ultimi anni mi è capitato di sentire un disco con l'urgenza di Let's Jam Again Soon: nel 2011 con Ruiner degli Whores e nel 2012 con l'esordio dei Metz.
I Gaytheist hanno messo insieme un disco che è un susseguirsi di rasoiate, veloci, letali. Non c'è respiro, sembra che non riescano a contenere la violenza che sfogano sugli strumenti e sul microfono. Continui stop and go, tempi dispari, cambi di tempo, la batteria che riempie ogni buco sotto le chitarre e sembra non volersi fermare mai, la voce che è continuamente sul punto di strapparsi e basso e chitarra che tritano qualsiasi cosa, come un compattatore di rifiuti.



4. SORORITY NOISE - YOU'RE NOT AS____AS YOU THINK
L'uno-due con cui parte questo disco basterebbe da solo per finire in questa classifica. Il riff iniziale di No Halo, con il suo ritornello che sembra fatto apposta da gridare in macchina; il ritornello strumentale di A Protrait Of, che ci vuole poco per ritrovarsi con una lacrima sulla guancia. Ma non è tutto qui. You're Not As... è un disco che sfonda i confini dell'emo, per portare il genere in una fase più matura, accostarlo al cantautorato e all'art rock.
Non è un caso se dopo il già citato uno-due iniziale, si tira subito il freno con una "lettera" pacata e sussurrata, che fa coppia con la traccia n.8, rispettivamente First Letter From St. Sean e Second Letter From St. Julien. Il tema della morte, sul quale si basa tutto il disco, viene fuori nudo e crudo sulla prima, con un ritornello che recita: "When your best friend dies and your next friend dies, and your best friend's friend takes his life". La seconda invece è un crescendo che esplode sul finale con un coro che è forse il punto più alto di tutto il disco: "And if there's a god, do I make him proud? Put a smile on her face? And if you're with god, am I making you proud, by waking up each day?".
Ma anche qui nonostante i testi pesino come un macigno, c'è sempre un velo di speranza e di redenzione nelle note dei Sorority Noise. Le frasi sussurrate, quasi recitate, miste a cori urlati e disperati, creano un saliscendi che fa scoppiare il cuore e viene voglia di urlare insieme a loro. 
In fondo, se i The National facessero emo, sarebbero i Sorority Noise.



La classifica completa:



23 febbraio 2018



La vicenda EMA è ormai ampiamente di dominio pubblico. Come tutti sanno, Milano, per l'assegnazione dell'Agenzia del Farmaco, era favorita fin dal principio, ma al voto finale è arrivata a pari merito con Amsterdam che ha vinto poi al sorteggio, come da regolamento.
Successivamente è sorto più di un dubbio sulla capacità di Amsterdam di soddisfare i requisiti e sono venuti fuori documenti secretati, sedi provvisorie che non erano quelle presentate inizialmente, dubbi sul crono programma dei lavori, sia per la sede provvisoria che di quella definitiva e non ultimo un aumento dei costi d'affitto. Insomma una vicenda non del tutto trasparente, tenuta nascosta molto probabilmente con la complicità di qualcuno che avrebbe dovuto valutarne la candidatura e che ora si è dimesso (il funzionario della Commissione Europea responsabile della procedura).

Dopo un primo periodo di incertezza, perché forse nessuno si sarebbe aspettato che l'Olanda usasse il gioco delle tre carte come un'italiano qualsiasi, il Comune di Milano e il Governo stanno spingendo forte per far sì che il verdetto, viziato da una condotta probabilmente scorretta, venga ribaltato.

Le speranze sono poche, ma quello che sta accadendo va al di là della sola assegnazione dell'Agenzia e si ricollega in parte al discorso che facevo sulle biciclette in condivisione.

Quello che sta accadendo è che l'Italia, guidata da Milano, un paese in cui l'Europa ripone pochissima fiducia nella capacità di mantenere il rigore e rispettare le regole, si trova in una posizione che fino ad oggi non aveva mai occupato. Sta dando lezioni di correttezza e legalità ad Amsterdam, all'Olanda e all'Europa tutta.

Andando a fondo nella questione, il Comune di Milano e il Governo stanno dimostrando che l'Italia non è più (o non solo) quella dei furbi e del malaffare, ma è quella che pretende che gli altri siano corretti come lo è stata lei in questa vicenda. Questo significa che oggi può competere, se non addirittura essere migliore di una paese del Nord Europa, se la scorrettezza di Amsterdam venisse confermata.
Come giustamente ha detto Sala: "Pensate se fossimo stati noi a fare una cosa del genere...".

Comunque andrà, molto probabilmente male, questa vicenda ci avrà fatto guadagnare un'immagine rinnovata e una credibilità che forse non abbiamo mai avuto.

Tutto questo, a mio avviso, è stato possibile principalmente grazie a un Sindaco che oltre ad avere avuto esperienze nell'amministrazione pubblica, è stato vicino al mondo corporate e alle aziende. Una persona che ha vissuto nelle stanze dove si prendono decisioni che muovono capitali, che sa come si spostano e sa come cogliere le occasioni per portarli a Milano, insieme ai tanti posti di lavoro che inevitabilmente prendono vita da questi capitali. Una cosa di cui Milano ha bisogno come l'aria per affermare la sua leadership in Europa.
Il capoluogo lombardo, con le opportunità aperte dalla Brexit, ha la possibilità di diventare una nuova piccola "city" e questo è solo il primo passo di una partita importantissima, che dipende anche da quello che uscirà dalle urne in Regione, il 5 marzo.
Ma su questo ci tornerò in un altro momento (spero di riuscire a farlo prima del 4 marzo).

27 gennaio 2018



Il fascismo, il nazismo, l'olocausto ci sembrano sempre delle cose lontane, che sono capitate in un periodo buio e non possono capitare più. Queste piccole pietre invece, più di ogni altra cosa ti fanno capire che il nazifascismo era molto più vicino a noi di quello che sembra, nella nostra vita di tutti i giorni.

Solo nel mio quartiere, Piola, Città Studi a Milano ce ne sono quattro, una in Via Stradella, una in Via Plinio, una in Via Lombardia e una in Via Spontini.

A due passi da casa mia le persone venivano portate via e non tornavano più a casa, neanche in una bara.

Lì dove spesso andiamo a prendere una pizza (il primo "Spontini" in Via Spontini), che dicono sia la più buona di Milano ma non è vero, almeno non più, hanno portato via una persona, un italiano, una persona che è nata e vissuta qui, solo perché la pensava diversamente, o perché era di origine ebrea, rom, sinti, omosessuale, disabile. Ieri erano gli ebrei, oggi i migranti, domani saranno le persone con gli occhi azzurri, dopo domani sarai tu. La paura ingiustificata e l'ignoranza trovano sempre uno sfogo se non sono combattute.

La pietra nella foto è stata posata qualche giorno fa in Via Lombardia e la notte stessa è stata sfregiata, molto probabilmente dagli stessi vigliacchi che qualche mese fa hanno vandalizzato un'altra pizzeria, Little Italy in Via Tadino, solo perché è una pizzeria gay friendly.

Hanno marchiato la vetrina e i muri, proprio come si faceva poco tempo prima che le persone iniziassero ad essere portate via per non tornare più.

Per questo, così come quella volta ho pubblicato l'articolo sulla pizzeria su Facebook, dicendo a tutti di andarci, perché è quella la vera pizza al trancio più buona di Milano, ora pubblico la foto di questa pietra. Vi invito ad andarle a cercare, sono molto importanti per capire cos'è stato e cosa potrebbe essere ancora se abbassiamo la guardia.

Perché ogni volta che qualcuno cerca di cancellare o dimenticare la storia noi dobbiamo impegnarci affinché le persone intorno a noi mantengano viva quella memoria.