14 settembre 2020



Nutro una specie di allergia verso le serie TV spagnole. "Non hai visto La Casa Di Carta??" "No". Quante volte ho dovuto rispondere a questa domanda. "Ma se non l'hai vista come fai a saperlo?". Ho visto qualche pezzo di episodio e ho capito che non è roba per me. In generale qualsiasi cosa che arrivi dalla Spagna ha sempre quel retrogusto di Paso Adelante che non riesco a digerire.

Non The Head però.

Erano già alcune settimane che cercavo qualcosa da guardare, ma le produzioni di Netflix negli ultimi tempi sono diventate il corrispettivo digitale della Fininvest degli anni '80, intrattenimento puro, leggero e popolare, che per carità non c'è nulla di male, ma non è quello che cerco. Prime invece come al solito mantiene un profilo un po' più "alto" ma non ha la potenza di fuoco del suo concorrente, quindi non si trovano spesso novità. Inoltre quando ne trovi, imbarcarti in una serie con puntate da un'ora, se non ti convince a pieno la sinossi, è abbastanza impegnativo, anche se di solito poi premia sempre.

Erano un po' di settimane che passavo sopra a The Head, pensando che fosse un po' un pacco, una serie a basso costo con attori di seconda/terza fascia buona per rimpolpare il catalogo di Prime e poco più. Ma difficilmente Prime fa operazioni del genere, quindi dopo lo scetticismo iniziale, complice qualche mattinata libera ho preso coraggio e mi sono buttato nelle sue sei puntate da circa un'ora.

Probabilmente non l'avrei fatto se avessi saputo che era una serie spagnola.

La storia è molto semplice: una stazione di ricerca nel mezzo dell'Antartide, l'inverno con la sua l'oscurità costante, nove persone dal profilo psicologico non proprio integro e una tragedia comune alle spalle, cosa mai potrà andare storto?

The Head è quello che in gergo si chiama survival thriller, ma fin da subito manifesta un'altra caratteristica forse più adatta a descriverlo ed è quella del thriller psicologico. La serie scava dentro la mente dei suoi protagonisti, dove sotto una superficie apparentemente chiara e liscia si scoprono via via crepacci piccoli o grandi nei quali l'oscurità regna sovrana, fino a scoperchiare veri e propri buchi neri che inghiottiscono tutto.

L'inizio è dei più classici, una festa per salutare l'ultimo giorno di luce, tutti felici e contenti, in armonia. Sorrisi, balli, iniziazioni per i nuovi arrivati, ovvero la visione di The Thing di Carpenter (ma nella serie non c'è nulla di "paranormale") per impressionarli e la più classica prova di forza: passare seminudi dalla sauna all'esterno e affrontare un'escursione termica di 50 gradi. Subito però qualcosa si incrina, apparentemente per una banale questione, ma in realtà è un primo segnale di quello che sta covando sotto la superficie. Non posso andare nello specifico perché qualsiasi descrizione più accurata con il succedersi delle puntate potrebbe farvi intuire qualcosa e rovinarvi la sorpresa.

Fin dalle prime immagini la serie riesce a trasmetterti una tensione costante, palpabile, la sensazione che da un momento all'altro possa succedere di tutto, cosa che puntualmente poi accade. 

Su due cose però ci avevo preso, effettivamente non è una produzione faraonica, è girata quasi interamente nella stazione di ricerca, ricostruita all'interno di un grande edificio a Tenerife e in Islanda per le poche scene in esterna. Inoltre gli attori non sono nomi di alta fascia, ma risultano molto adatto nel loro ruolo. Anche l'espediente narrativo non è dei più originali, basato sui flashback dei sopravvissuti, ma tutto funziona alla perfezione e la serie sa tenerti incollato con una attenta ricostruzione degli eventi che non rivela nulla di più di quello che serve, fino alla fine.

Riguardo agli attori, nonostante il più citato sia Alvaro Morte (sì quello de La Casa Di Carta), i veri protagonisti sono altri. Il ruolo più difficile è affidato a John Lynch (forse unico attore con esperienze di livello nel cast), il Paul Hill di Nel Nome del Padre o il marito di Gwyneth Paltrow in Sliding Doors, oltre a molti altri ruoli da non protagonista. Ma la cosa più curiosa è che Lynch è già stato recentemente prigioniero dei ghiacci per interpretare John Bridgens nella serie capolavoro The Terror.

Insomma per una volta l'effetto Paso Adelante non solo non si è fatto sentire, ma mi tocca proprio ricredermi sulle produzioni spagnole: The Head è un thriller forse non perfetto tecnicamente ma dove tutto è al posto giusto e fa quello che deve fare un thriller: tenerti costantemente con il fiato sospeso.

E comunque no, non guarderò La Casa Di Carta.



21 luglio 2020




L'8 maggio usciva l'ultimo album di Mark Lanegan... Sembra l'anno scorso vero?
Questa impressione di salto temporale degno di Dark lascerà molti dischi in soffitta fra quelli usciti prima, durante o subito dopo l'esplosione della pandemia. Per questo mai come quest'anno sarà utile tornare su dischi non proprio nuovissimi, per riascoltarli con una condizione psicologica migliore, oppure anche solo per dargli un'altra possibilità.
Straight Songs Of Sorrow è uno di quelli che merita un'altra possibilità e non solo per la pandemia. Uscito in concomitanza con la sua autobiografia, presentato (sbagliando, a mio parere) come una sorta di appendice musicale al racconto della vita al limite dell'ex cantante degli Screaming Trees, è un disco del quale si è discusso parecchio, ma forse si è ascoltato poco.
Probabilmente è stato soffocato dai moltissimi estratti del libro, fra aneddoti su Kurt Cobain e problemi con i suoi ex compagni di band che oggettivamente erano pezzi di storia della musica mai venuti alla luce. Non ha giocato a suo favore neanche l'uscita ravvicinata a Somebody's Knocking, uscito solo l'anno scorso, cosa che automaticamente l'ha fatto percepire come una raccolta di outtake del precedente. Niente di più sbagliato.
Ad aggravare ancora di più la posizione di questo sfortunato album, il quadro non proprio edificante che viene fuori dall'autobiografia (poi confermato in alcune interviste dallo stesso Lanegan: "Sono stato uno stronzo"), un personaggio scontroso, scostante, scorretto con gli amici, soprattutto ai tempi in cui c'era di mezzo l'eroina. Tant'è che questo quadro poco edificante ha provocato sui social anche una sorta di #metoo del fan "maltrattato", con alcuni racconti di questi ultimi e addetti ai lavori delusi dal suo comportamento, che l'hanno dipinto come, guarda un po', uno stronzo.
Sinceramente a me che sia uno stronzo o meno poco importa, anzi, forse preferisco gli artisti come lui, che non si mostrano per forza come dei santi scesi in terra, sempre sorridenti e accomodanti anche con chi spesso è maleducato e pretende attenzioni che non gli sono dovute, ma che hanno i loro momenti "no" come tutti, durante i quali non bisogna rompergli i coglioni.
Smarcata la questione caratteriale, Straight Songs Of Sorrow è stato non del tutto apprezzato dalla critica, e poco apprezzato anche dal pubblico, che nella stragrande maggioranza dei casi l'ha liquidato come un disco senza spina dorsale, svogliato, di un artista che ormai è ben lontano dalla sua forma migliore. Molti hanno attaccato con la solita litania del "dopo i primi due dischi il nulla", "dove sono le chitarre", ma non consideriamoli neanche.




La verità è che questo disco è molto di più di quello che sembra. Anche io all'inizio, dopo un paio di ascolti l'ho liquidato malamente. Abituato al solito Lanegan, ho dato per scontato che l'ascolto ideale fosse in auto, o con gli auricolari mentre giravo per la città. Niente di più sbagliato. Si tratta di un album riflessivo, da ascoltare in casa, la cui forse condizione ideale è l'ascolto su vinile, un disco al quale manca quasi completamente la componente ritmica oltre alle chitarre. È un difetto? Assolutamente no, anzi. Ritengo che la voce di Lanegan oggi abbia una componente molto più dark rispetto al passato e si sposi meglio con i synth più che con le chitarre, fatta eccezione per le chitarre acustiche, che ancora oggi sono sue compagne ideali e infatti non mancano neanche in questo capitolo della sua discografia. Perché sì, la sua voce è più o meno sempre la stessa, ma l'evoluzione del suo suono negli ultimi anni è stata decisa. Decisa ma allo stesso tempo discreta, non ha mai voluto dare un taglio netto col passato, ma piano piano, spesso senza neanche farlo notare, ha staccato tutti gli ormeggi dal suo vecchio porto e Straight Songs Of Sorrow è il mare in cui sta navigando ora. Un mare scuro, al cui orizzonte si vedono ancora i nuvoloni che lo hanno da poco spazzato, ma che al momento è placido, una liquida tavola nera.
Per spezzare una lancia a favore dei detrattori c'è da dire che la traccia di apertura non è delle più facili. I Wouldn't Want To Say è un pezzo senza struttura, nè strofa, nè ritornello, un salmodiare su un loop di batteria incessante e un basso sintetizzato, un pezzo ipnotico, un testo buio in cui si racconta, una dichiarazione di intenti che mette subito in chiaro le cose: "Dici che cadrò e cadrò ancora più in basso... il mio cuore è nero come la notte... il soffocamento non può uccidermi, c'è questa scala che sto salendo, nell'oscurità non puoi trovarmi".
Subito dopo questo tuffo nell'oscurità si apre un lampo di luce, brevissimo, un minuto e 55 di chitarra acustica e voce, che riporta all'elemento liquido di cui parlavo prima, ma in questo caso fluviale: blues. Quel blues che ha sfiorato e abbracciato per tutta la sua carriera solista qui emerge cristallino, non tanto nella forma che pure si trova in alcuni pezzi, ma nelle atmosfere, fluviali appunto, acqua che scorre, come le note arpeggiate della chitarra suonata da Mark Morton dei Lamb Of God, che scorrono veloci, una cascata leggera, così è Apples From a Tree.




Gli ospiti, quegli amici, collaboratori, compagni che lo hanno accompagnato tutta la vita, ma anche musicisti che in qualche modo gli hanno reso omaggio, e nuovi ingressi, come sua moglie Shelley Brein alla voce (che firma con lui altri due pezzi) nella splendida This Game Of Love, e se la "collaborazione" con lei dura da tanti anni forse non è così stronzo dai. Qui tutto ciò che associamo a Lanegan scompare, rimane solo una leggera batteria elettronica e un tappeto di synth, le due voci fanno il resto, ed effettivamente non c'è bisogno di molto altro.
Ketamine vede la presenza alla voce di Wesley Eisold dei Cold Cave, in quello che forse è il pezzo più "Laneganiano" del disco, puro blues notturno che passeggia lento entrando e uscendo di coni di luce dei lampioni: "Dio dammi la ketamina, così posso stare bene, piantare la bandiera su spiagge lontane e trascinarmi attraverso la notte."


Con Churchbell, Ghosts, Lanegan prende in alcuni tratti le sembianze di Roger Waters, nella sacralità di un canto gospel disperato, con la voce spezzata e tremolante per poi cambiare ancora veste in Internal Hourglass Discussion. Forse il pezzo più inusuale di tutta la sua discografia, a tratti vicino alle sonorità di Kid A o Amnesiac dei Radiohead. Ritorna il salmodiare del pezzo di apertura questa volta su una base electro con elementi dissonanti. Un pezzo che se non fosse per la voce riconoscibile non sembrerebbe neanche suo.



E poi arriva la chiave di volta di tutto l'album, una doppietta che vale tutta la tracklist: Stockholm City Blues e Skeleton Key. La prima una ballata chitarra acustica, voce e violino,  cristallina, perfetta nella sua semplicità, la seconda una lunga suite blues di sette minuti, basata anche questa su tappeti di synth, ma questa volta con basso e battteria. Una progressione in leggero crescendo che lascia senza fiato ad ogni elemento che si aggiunge: "Brutto, sono così brutto, Sono brutto, dentro e fuori, non si può negare, Amami, perché mai mi ameresti? Nessuno mi ha mai amato ancora, bella bambina, Il passe-partout non si aprirà, Non aprirà alcun blocco che ho in me, Arrugginito, piegato e arrugginito... Ti canterò una dolce, schietta canzone di dolore, Canto a tutti voi una dolce e schietta canzone di dolore". Onestamente e oggettivamente questa accoppiata, che diventa un trittico con un'altra ballad chitarra acustica e voce come Daylight In The Nocturnal House è una delle cose migliori che abbia mai fatto Lanegan.


Sulla seconda parte del disco poi arriva l'artiglieria, John Paul Jones al mellotron in Ballad Of a Dying Rover e Warren Ellis al violino in At Zero Below per una seconda parte che ricalca la prima, fra ballate e pezzi fuori dagli schemi, com'è appunto quello con il bassista dei Led Zeppelin.
Straight Songs Of Sorrow è uno di quei dischi che arriva "dopo", uno di quei dischi che ti colpisce dritto nel petto quando meno te lo aspetti, e soprattutto quando credevi che non fosse più capace di farlo. Lanegan è riuscito a mettere tutto sé stesso qui dentro, e con l'aiuto dei suoi ospiti si è costruito una casa, un rifugio dove finalmente sentirsi al sicuro dopo tanto navigare in acque burrascose, per  lasciarsi alle spalle i limiti fisici e mentali infranti nel passato, che hanno lasciato segni sul suo corpo e sul suo cuore, capace di trasformare il dolore in bellezza. Straight Songs Of Sorrow è un disco da mettere accanto ai suoi migliori e sarà un disco che nei prossimi anni diventerà un classico della sua carriera.

26 maggio 2019


Cosa vuol dire essere una band oggi?

Essere un band oggi non è più solo fare bei dischi e passare senza soluzione di continuità dallo studio al palco e viceversa. Vuol dire vivere il proprio tempo, avere il proprio posto nella storia, accompagnare le trasformazioni della società ed essere dentro a queste trasformazioni. La grandezza dei The National è proprio questa, l’apertura mentale, l’apertura della band verso le contaminazioni. Non solo musicali, ma anche della politica, delle altre forme d’arte e artisti. Non più una band ma un organismo che vive, respira, si nutre di ciò che la circonda e delle cose che i suoi componenti portano al suo interno. 

I Am Easy To Find è la bibbia, è il manifesto programmatico di questo modo di essere band. Farsi quasi totalmente da parte per mettere al centro le donne, per una band completamente al maschile, è un gesto di una potenza inaudita in questo periodo storico, in cui tutti professano la parità, ma nessuno è disposto a mettersi al servizio e a farsi da parte. Far uscire un disco a proprio nome, nel quale la caratteristica che ti contraddistingue di più dagli altri, ovvero la voce di Matt Berninger, viene sacrificata in gran parte per far spazio a una moltitudine di voci femminili è indice di un coraggio e una consapevolezza fuori dal comune.
La moglie di Berninger, che fino ad oggi ha rappresentato poco più di un ghost writer per i testi dei The National, che rilascia un’intervista in cui parla proprio dei testi della band come autrice, la moglie di Bryce Dessner che partecipa alle sessioni vocali del disco e piazza un’interpretazione magistrale in uno dei pezzi più belli del disco (Oblivions), tutte le altre donne coinvolte (fra le altre Lisa Hanningan e Sharon Van Etten) oltre al coro, sono una dichiarazione d'amore, ma anche una dichiarazione politica, un atto di ribellione.

Senza tralasciare poi la contaminazione profonda di Mike Mills, che non solo realizza un cortometraggio totalmente in osmosi con il disco, con protagonista un’altra donna, Alicia Vikander, ma viene scelto dalla band per produrre l’intero disco. Quale altra band sarebbe disposta a mettere nelle mani di un regista uno dei suoi dischi più importanti e ambiziosi?

Questa è la grandezza dei The National, oltre alla potenza dirompente di un disco che rappresenta una chiave di volta nella loro carriera, ma anche nella musica odierna: avere il coraggio di farsi penetrare da ciò che li circonda, di rinnegare la propria essenza per poi ricostruirsi più forti di prima, ricreando l’impianto solido che li ha sempre contraddistinti, ma unendo ai mattoni della loro creatività sempre nuovi materiali, con i quali la loro casa, una casa che cambia continuamente arredamento, riflette sempre sfumature nuove.

8 gennaio 2019



Quando è uscito Heathen, nel 2002, avevo 22 anni e David Bowie era forse nel momento più basso della sua carriera. Così basso che il disco precedente "Toy" nel 2001 non fu neanche ritenuto degno di essere pubblicato dalla Virgin/Emi. Sembra incredibile oggi che tutti lo celebrano, ma nelle onde del revival succede così: per dieci anni non ti si fila più nessuno, poi quando ai quarantenni scatta la saudade degli anni d’oro ormai andati, ecco che torni improvvisamente attuale.

Io lo scoprii per caso. Erano passati cinque anni dall'uscita di Earthling, l'ultimo disco di cui avevo sentito parlare bene e da molti era ormai dato per bollito, soprattutto dopo Hours, del '99.
Credo di aver letto una recensione da qualche parte o una news sull’uscita e non so perché lo scaricai, probabilmente da Limewire: niente di più lontano dai miei ascolti di quegli anni.
Non avevo mai ascoltato veramente Bowie, se non le canzoni più famose sentite migliaia di volte e qualche disco che mi avevano fatto ascoltare i miei parenti o amici più vecchi di me. Da bravo adolescente avevo sempre un po’ rifiutato gli artisti che erano appartenuti alla generazione precedente.
Sta di fatto che iniziai ad ascoltare Heathen e non mi fermai più per un bel po’.

Non è uno dei dischi migliori di Bowie, anzi, era stato abbastanza massacrato dalla critica, ma non mi è mai interessato perché c’erano due cose che mi calamitavano a quell'album.

Una era che non assomigliava a nulla di quello che c’era in giro in quegli anni. Totalmente fuori contesto, un po’ moderno, un po’ classico, un po’ rock, un po’ pop. Inoltre qualsiasi cosa avessi sentito prima di Bowie aveva una connotazione precisa: elettronica, dance anni ‘80, rock anni ‘60/70, ha sempre avuto la capacità di adattarsi ai tempi e di rimanere sempre attuale, arrivando al suo apice di trasformismo con il drum n’ bass di Little Wonder. Con Heathen no, era come se avesse rifiutato quella consuetudine per cui era quello sempre al passo coi tempi. Come se avesse definitivamente rifiutato di essere percepito come un uomo senza età, eterno nella sua immagine sempre moderna e attuale, come se si fosse rotto il cazzo di dover sempre dimostrare di essere capace di reinventarsi. Hours era un primo (maldestro) tentativo di scrollarsi di dosso quell'impalcatura, Heathen era la pietra tombale sul David Bowie che tutti erano abituati a conoscere. Lo si capiva anche dal look: giacca e cravatta, un classico abito da adulto e niente di più (ma con un'eleganza che nessuno al mondo avrà mai).

La seconda era la sua voce. Cruda, scarna, una voce in cui per la prima volta si scorgevano i segni dell’età, un po’ stanca, ma proprio per quello ancora più bella ed emozionante. Per la prima volta era come se ascoltassi l’uomo dietro all’artista, nascosto per decenni sotto il trucco e i costumi. Per la prima volta avevo la percezione di ascoltare David Robert Jones invece di David Bowie. Questo aspetto abbatté ogni mia barriera nei suoi confronti e iniziai ad amarlo. Il bello di quei pezzi era la loro fragilità, il loro essere “normali”, erano canzoni di un uomo che era caduto sulla terra.
Un pezzo in particolare mi dava quell’impressione, e forse l’unico degno veramente di nota all’interno della sua carriera incredibile: Slip Away.



Una canzone commovente, in cui forse per la prima volta si sente quella drammaticità toccante e rassegnata, in cui il tempo vissuto e gli anni ormai alle spalle lasciano un solco profondo, una ferita piena di nostalgia che si può quasi toccare, che poi tornerà in pezzi come Where are we now e Lazarus. Quasi floydiana nel suo ritornello corale che ricorda un po’ le atmosfere di The Division Bell ed è un caso che il pezzo parlasse di Uncle Floyd, personaggio televisivo surreale degli anni ‘70.
Heathen non sarà il miglior disco di Bowie, anzi forse sarà uno dei peggiori nelle classifiche che riuniscono i suoi album, ma è il disco con cui ha messo le fondamenta sulle quali ha poi costruito i suoi due ultimi capolavori, The Next Day e Blackstar, ed è il suo disco al quale sono più affezionato.





29 novembre 2018




Giovedì 22 novembre gli Idles sono sbarcati a Milano per un live di cui si è parlato moltissimo. Non avevo intenzione di scrivere di questo concerto, nessuno me lo ha chiesto e gli Idles non sono una delle mie band preferite, pur piacendomi e riconoscendone il valore artistico. Ma dopo ben quattro giorni (nel momento in cui scrivo), sto ancora pensando a quella serata e allora forse è il caso di scriverne, visto che l’ultima volta che mi è capitata una cosa del genere, avevo visto per la prima volta dal vivo i The National, nel 2010.
I The National non c’entrano nulla con gli Idles, genere completamente diverso, luoghi di provenienza diversi, suoni e approccio alla musica completamente diversi. Ma non sono due band così lontane fra di loro.
Entrambe hanno conosciuto il successo solo dopo molti anni dall’esordio, la band americana è stata addirittura sull’orlo dello scioglimento, prima che Obama usasse la loro “Fake Empire” per la sua campagna elettorale. Allo stesso modo gli Idles hanno aspettato ben sette anni dalla formazione del primo nucleo della band, prima di vedere un album pubblicato da un’etichetta indipendente.
Entrambe le band sono cresciute e diventate grandi al di fuori del music business, hanno vissuto una “vita vera”, quella di tutti noi, fatta di difficoltà a far quadrare i conti, di lavori “normali”, della giovinezza che si trasforma in età adulta mentre ci si costruisce un futuro con la propria ragazza o ragazzo, con tutte le difficoltà del caso e a volte con i brutti colpi che la vita comporta.



Il fatto di diventare famosi da adulti da una forza comunicativa impressionante, se si è capaci di raccontare e di canalizzare le storie che hai vissuto. Perché quello che racconti è molto più vicino a quello che vive e ha vissuto chi ti ascolta, rispetto a chi fin da giovane è stato “costretto” a vivere su un van, o un bus, vivendo la maggior parte dell’anno in tour. Il tour è una cosa che ti fa incontrare migliaia di persone, che ti mette a contatto con realtà molto diverse dalla tua, ti arricchisce, ma è anche una bolla che isola dalla vita normale, che ti tiene lontano da una routine giornaliera che accomuna gran parte del pubblico che ti segue. Se quella routine giornaliera non l’hai mai vissuta, perché da quando hai finito la scuola non hai fatto altro che passare dal palco allo studio di registrazione, ti manca qualcosa.
Perché oggi chi ascolta musica, un certo tipo di musica, chi ha l’età giusta per ricordarsi, anche di riflesso, come funzionavano le cose una volta e ha la consapevolezza per comprendere quanto l’ipocrisia di chi è venuto prima abbia compromesso il futuro di chi è venuto dopo, non vuole ascoltare canzoni d’amore e di pace. Si è stufato di tutto l’immaginario hippie legato alla musica del passato, non vuole ascoltare canzoni di rabbia, perché la rabbia non ha portato a nulla, se non a un peggiorare della situazione. Non vuole neanche  più l’immaginario grunge, legato all’emarginazione, alle droghe e al rifiuto di un certo tipo di società. Chi ha quell’età (che va più o meno dai 30 ai 40) fa parte della società, non vuole uscirne, ma è consapevole dei rischi e della difficoltà che questo comporta, vuole ascoltare canzoni di consapevolezza, canzoni che parlino di quello che vive ogni giorno, che lo aiuti a sentirsi meno solo.




La musica (ma non solo quella) è sempre meno un fenomeno di condivisione reale e sempre più un’azione individuale, dettata da algoritmi, da playlist preconfezionate da piattaforme musicali e da dinamiche da social. Non voglio fare come quello che una volta all’anno scrive che il rock è morto, quindi non sto dicendo che ormai la socialità legata alla musica sia morta, è viva e vegeta e ai concerti scambio mille pareri con le persone che conosco, ma è un dato di fatto che il contatto personale è molto meno importante, quando aprendo un’app dal telefono abbiamo 50 suggerimenti ogni giorno su che cosa ascoltare. È innegabile che, se una volta per condividere la musica bisognava essere nella stessa stanza, o incontrarsi per scambiare un disco, oggi la stessa cosa avviene spesso senza neanche scambiare due parole, con l’invio di un link via app.
All’interno di questa nuova esperienza di ascolto, e in un mondo in cui è sempre più difficile aprirsi con gli altri, trovare qualcuno che capisce i tuoi problemi, che ha vissuto le tue stesse esperienze, che racconta la sua vita senza filtri, analizza l’attualità dal tuo stesso punto di vista, non ha paura di condividere con te le sue debolezze, i suoi demoni e le tragedie che lo hanno segnato, è un’esperienza di grande potenza emotiva. Questa potenza può averla solo chi ha vissuto veramente le tue stesse esperienze, chi ha avuto il tuo stesso percorso di vita.
Non è un caso che entrambe le band agli inizi del loro successo, nonostante la loro carriera relativamente breve, hanno raccolto una schiera di fan già grandicelli.
Perché si può dire che gli Idles hanno riportato il punk fra i giovani, ma lo si può dire consapevoli di avere una concezione di gioventù molto ampia e molto italiana.
Al Magnolia erano poche le persone sotto i trenta, pochissime quelle sotto i 25. Quindi usciamo subito da questa visione della band come quella che riporterà ai fasti del passato il punk. Primo perché non sono punk, o almeno non lo sono nello spirito con cui si identifica il punk degli anni ‘70. Secondo perché il loro pubblico non è giovane, ed è giusto che sia così, perché è proprio a quel pubblico non più tanto giovane che loro parlano e lo fanno come nessuno è riuscito a fare negli ultimi anni.
Gli Idles sono forse gli unici che sono riusciti a fare di un disco un manifesto generazionale in Europa (di QUELLA generazione) negli ultimi dieci anni, tralasciando per un attimo il rigurgito di ribellione politica e anti-razzista che l’era Trump ha causato negli Stati Uniti. Joy As An Act Of Resistance non è solo il titolo di un album, è un abbraccio a tutte le persone che si sentono in difficoltà, a tutti coloro che pensano di non poterne uscire, a chi pensa che la sua vita sia una merda, anche a chi non lo pensa, ma non vede margini di miglioramento per sé e per le persone che gli stanno vicino. La soluzione non è la rabbia, non è sfogarsi su chi è più debole o più povero di te, la soluzione è aprirsi, condividere i tuoi problemi e scoprire che sono gli stessi di chi ti sta vicino, nonostante la diffidenza che hai sempre avuto nei suoi confronti.



Anche nel loro modo di condurre lo show non c’è mai rabbia, ci sono sorrisi, c’è condivisione, c’è un rapporto diretto con il pubblico, quasi da stand-up comedy. Il pubblico è parte dello show, ed è di fondamentale importanza che se ne senta parte. La ricerca del contatto è continua, non tanto fisico, ma mentale, le parole che precedono ogni pezzo, il modo in cui Joe Talbot parla ti fa sentire direttamente coinvolto, a volte si rivolge direttamente a persone specifiche all’interno del pubblico, chiede quali pezzi devono suonare, spiega i testi, fa dediche particolari. Anche il suo modo di stare sul palco non è quello di un frontman classico, non ti sbatte in faccia il suo ego e la sua fiducia in sé stesso; coinvolge, occupa lo spazio, ma allo stesso tempo è come se ti dicesse: “Sì, io sono qui e sto facendo il concerto, però mi devi dare una mano, io sono come te e questa cosa la dobbiamo fare insieme, altrimenti non andiamo da nessuna parte”.
Il concerto non ha nulla di particolarmente scenografico, è solo una band che suona, ma la differenza la fa la capacità di comunicare di questa band. La verità è che oggi ci sono troppe band che non hanno nulla da dire, e te ne accorgi proprio quando vedi gli Idles dal vivo.
Erano anni che non vedevo mezzo Magnolia pogare per tutta la durata di un concerto, era tantissimo tempo che una band “nuova” non mi spingeva ad andare sotto il palco a partecipare al concerto, non solo a vederlo e sentirlo.
Non c’è rabbia neanche nell’esecuzione dei pezzi, che spesso vengono rallentati di un paio di bpm (l’iniziale Colossus in particolare), perché le canzoni veicolano un messaggio ed è importante che questo messaggio arrivi al meglio.  Rallentare per scandire meglio le parole, per dare il tempo al pubblico di elaborarle, per permettere a Joe Talbot di essere ancora più espressivo e convincente, anche da questo di capisce la maturità di una band.
Alla fine gli unici momenti particolari previsti nello show, sono un crowd surfing del chitarrista, e due ragazze fatte salire a suonare per un pezzo, tutte cose che si sono già viste, buone per le foto su instagram, ma il succo del concerto non sono quelle foto che avete visto su instagram.



Il succo del concerto non sono neanche i pezzi, che se vogliamo dirlo sembrano anche un po’ tutti uguali alla lunga, iniziano tutti alla stessa maniera e finché non arriva il ritornello spesso le differenze sono veramente poche (questa cosa è sì molto punk), il succo è quello che ti rimane quando vai via. Puoi anche non capire bene tutti i testi, puoi anche non sapere l’inglese, ma il messaggio passa lo stesso e ti rimane dentro per giorni a fermentare, finché poi non trovi il modo di farlo uscire. Io l’ho fatto scrivendo questo pezzo, ma sono convinto che molte altre persone che erano presenti al concerto lo hanno fatto in altri modi, condividendo e trasferendo quella positività nella vita di tutti i giorni.
Non erano la mia band preferita, ma probabilmente dopo aver scritto questo pezzo lo diventeranno.