29 novembre 2018




Giovedì 22 novembre gli Idles sono sbarcati a Milano per un live di cui si è parlato moltissimo. Non avevo intenzione di scrivere di questo concerto, nessuno me lo ha chiesto e gli Idles non sono una delle mie band preferite, pur piacendomi e riconoscendone il valore artistico. Ma dopo ben quattro giorni (nel momento in cui scrivo), sto ancora pensando a quella serata e allora forse è il caso di scriverne, visto che l’ultima volta che mi è capitata una cosa del genere, avevo visto per la prima volta dal vivo i The National, nel 2010.
I The National non c’entrano nulla con gli Idles, genere completamente diverso, luoghi di provenienza diversi, suoni e approccio alla musica completamente diversi. Ma non sono due band così lontane fra di loro.
Entrambe hanno conosciuto il successo solo dopo molti anni dall’esordio, la band americana è stata addirittura sull’orlo dello scioglimento, prima che Obama usasse la loro “Fake Empire” per la sua campagna elettorale. Allo stesso modo gli Idles hanno aspettato ben sette anni dalla formazione del primo nucleo della band, prima di vedere un album pubblicato da un’etichetta indipendente.
Entrambe le band sono cresciute e diventate grandi al di fuori del music business, hanno vissuto una “vita vera”, quella di tutti noi, fatta di difficoltà a far quadrare i conti, di lavori “normali”, della giovinezza che si trasforma in età adulta mentre ci si costruisce un futuro con la propria ragazza o ragazzo, con tutte le difficoltà del caso e a volte con i brutti colpi che la vita comporta.



Il fatto di diventare famosi da adulti da una forza comunicativa impressionante, se si è capaci di raccontare e di canalizzare le storie che hai vissuto. Perché quello che racconti è molto più vicino a quello che vive e ha vissuto chi ti ascolta, rispetto a chi fin da giovane è stato “costretto” a vivere su un van, o un bus, vivendo la maggior parte dell’anno in tour. Il tour è una cosa che ti fa incontrare migliaia di persone, che ti mette a contatto con realtà molto diverse dalla tua, ti arricchisce, ma è anche una bolla che isola dalla vita normale, che ti tiene lontano da una routine giornaliera che accomuna gran parte del pubblico che ti segue. Se quella routine giornaliera non l’hai mai vissuta, perché da quando hai finito la scuola non hai fatto altro che passare dal palco allo studio di registrazione, ti manca qualcosa.
Perché oggi chi ascolta musica, un certo tipo di musica, chi ha l’età giusta per ricordarsi, anche di riflesso, come funzionavano le cose una volta e ha la consapevolezza per comprendere quanto l’ipocrisia di chi è venuto prima abbia compromesso il futuro di chi è venuto dopo, non vuole ascoltare canzoni d’amore e di pace. Si è stufato di tutto l’immaginario hippie legato alla musica del passato, non vuole ascoltare canzoni di rabbia, perché la rabbia non ha portato a nulla, se non a un peggiorare della situazione. Non vuole neanche  più l’immaginario grunge, legato all’emarginazione, alle droghe e al rifiuto di un certo tipo di società. Chi ha quell’età (che va più o meno dai 30 ai 40) fa parte della società, non vuole uscirne, ma è consapevole dei rischi e della difficoltà che questo comporta, vuole ascoltare canzoni di consapevolezza, canzoni che parlino di quello che vive ogni giorno, che lo aiuti a sentirsi meno solo.




La musica (ma non solo quella) è sempre meno un fenomeno di condivisione reale e sempre più un’azione individuale, dettata da algoritmi, da playlist preconfezionate da piattaforme musicali e da dinamiche da social. Non voglio fare come quello che una volta all’anno scrive che il rock è morto, quindi non sto dicendo che ormai la socialità legata alla musica sia morta, è viva e vegeta e ai concerti scambio mille pareri con le persone che conosco, ma è un dato di fatto che il contatto personale è molto meno importante, quando aprendo un’app dal telefono abbiamo 50 suggerimenti ogni giorno su che cosa ascoltare. È innegabile che, se una volta per condividere la musica bisognava essere nella stessa stanza, o incontrarsi per scambiare un disco, oggi la stessa cosa avviene spesso senza neanche scambiare due parole, con l’invio di un link via app.
All’interno di questa nuova esperienza di ascolto, e in un mondo in cui è sempre più difficile aprirsi con gli altri, trovare qualcuno che capisce i tuoi problemi, che ha vissuto le tue stesse esperienze, che racconta la sua vita senza filtri, analizza l’attualità dal tuo stesso punto di vista, non ha paura di condividere con te le sue debolezze, i suoi demoni e le tragedie che lo hanno segnato, è un’esperienza di grande potenza emotiva. Questa potenza può averla solo chi ha vissuto veramente le tue stesse esperienze, chi ha avuto il tuo stesso percorso di vita.
Non è un caso che entrambe le band agli inizi del loro successo, nonostante la loro carriera relativamente breve, hanno raccolto una schiera di fan già grandicelli.
Perché si può dire che gli Idles hanno riportato il punk fra i giovani, ma lo si può dire consapevoli di avere una concezione di gioventù molto ampia e molto italiana.
Al Magnolia erano poche le persone sotto i trenta, pochissime quelle sotto i 25. Quindi usciamo subito da questa visione della band come quella che riporterà ai fasti del passato il punk. Primo perché non sono punk, o almeno non lo sono nello spirito con cui si identifica il punk degli anni ‘70. Secondo perché il loro pubblico non è giovane, ed è giusto che sia così, perché è proprio a quel pubblico non più tanto giovane che loro parlano e lo fanno come nessuno è riuscito a fare negli ultimi anni.
Gli Idles sono forse gli unici che sono riusciti a fare di un disco un manifesto generazionale in Europa (di QUELLA generazione) negli ultimi dieci anni, tralasciando per un attimo il rigurgito di ribellione politica e anti-razzista che l’era Trump ha causato negli Stati Uniti. Joy As An Act Of Resistance non è solo il titolo di un album, è un abbraccio a tutte le persone che si sentono in difficoltà, a tutti coloro che pensano di non poterne uscire, a chi pensa che la sua vita sia una merda, anche a chi non lo pensa, ma non vede margini di miglioramento per sé e per le persone che gli stanno vicino. La soluzione non è la rabbia, non è sfogarsi su chi è più debole o più povero di te, la soluzione è aprirsi, condividere i tuoi problemi e scoprire che sono gli stessi di chi ti sta vicino, nonostante la diffidenza che hai sempre avuto nei suoi confronti.



Anche nel loro modo di condurre lo show non c’è mai rabbia, ci sono sorrisi, c’è condivisione, c’è un rapporto diretto con il pubblico, quasi da stand-up comedy. Il pubblico è parte dello show, ed è di fondamentale importanza che se ne senta parte. La ricerca del contatto è continua, non tanto fisico, ma mentale, le parole che precedono ogni pezzo, il modo in cui Joe Talbot parla ti fa sentire direttamente coinvolto, a volte si rivolge direttamente a persone specifiche all’interno del pubblico, chiede quali pezzi devono suonare, spiega i testi, fa dediche particolari. Anche il suo modo di stare sul palco non è quello di un frontman classico, non ti sbatte in faccia il suo ego e la sua fiducia in sé stesso; coinvolge, occupa lo spazio, ma allo stesso tempo è come se ti dicesse: “Sì, io sono qui e sto facendo il concerto, però mi devi dare una mano, io sono come te e questa cosa la dobbiamo fare insieme, altrimenti non andiamo da nessuna parte”.
Il concerto non ha nulla di particolarmente scenografico, è solo una band che suona, ma la differenza la fa la capacità di comunicare di questa band. La verità è che oggi ci sono troppe band che non hanno nulla da dire, e te ne accorgi proprio quando vedi gli Idles dal vivo.
Erano anni che non vedevo mezzo Magnolia pogare per tutta la durata di un concerto, era tantissimo tempo che una band “nuova” non mi spingeva ad andare sotto il palco a partecipare al concerto, non solo a vederlo e sentirlo.
Non c’è rabbia neanche nell’esecuzione dei pezzi, che spesso vengono rallentati di un paio di bpm (l’iniziale Colossus in particolare), perché le canzoni veicolano un messaggio ed è importante che questo messaggio arrivi al meglio.  Rallentare per scandire meglio le parole, per dare il tempo al pubblico di elaborarle, per permettere a Joe Talbot di essere ancora più espressivo e convincente, anche da questo di capisce la maturità di una band.
Alla fine gli unici momenti particolari previsti nello show, sono un crowd surfing del chitarrista, e due ragazze fatte salire a suonare per un pezzo, tutte cose che si sono già viste, buone per le foto su instagram, ma il succo del concerto non sono quelle foto che avete visto su instagram.



Il succo del concerto non sono neanche i pezzi, che se vogliamo dirlo sembrano anche un po’ tutti uguali alla lunga, iniziano tutti alla stessa maniera e finché non arriva il ritornello spesso le differenze sono veramente poche (questa cosa è sì molto punk), il succo è quello che ti rimane quando vai via. Puoi anche non capire bene tutti i testi, puoi anche non sapere l’inglese, ma il messaggio passa lo stesso e ti rimane dentro per giorni a fermentare, finché poi non trovi il modo di farlo uscire. Io l’ho fatto scrivendo questo pezzo, ma sono convinto che molte altre persone che erano presenti al concerto lo hanno fatto in altri modi, condividendo e trasferendo quella positività nella vita di tutti i giorni.
Non erano la mia band preferita, ma probabilmente dopo aver scritto questo pezzo lo diventeranno.


7 novembre 2018




Ci sono voluti 8 anni, fra scioglimento, reunion e dischi abortiti. 8 anni in cui il mondo è cambiato radicalmente, ma ha ancora un estremo bisogno di band come i Daughters.
Perché You Won’t Get What You Want non è solo un disco, è un manifesto, un macigno lanciato in una sala d’attesa gremita, senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze.
Il noise-rock fatto di chitarre abrasive di un tempo è morto e al loro posto si sentono le fiamme dell’inferno e le urla di anime dannate. Ma non è l’inferno dantesco, è quello post-industriale in cui viviamo tutti i giorni e in mezzo alle anime che urlano, se facciamo attenzione, possiamo riconoscere la nostra voce. Un’opera audace, difficile, che porta il noise ad un nuovo livello e segnerà il futuro di un genere che prima di questo disco non ne aveva.




20 settembre 2018



In Italia la musica indipendente è ormai intrappolata dentro due macro categorie indissolubili: da una parte l'indie-it-electro-pop-cantautorale, dall'altra l'emo-post-qualsiasicosa. Due contenitori già sovraffollati da anni, nei quali però si trova sempre spazio per l'ennesima uscita uguale a tutte le altre venute prima, salvo alcune eccezioni. È facile in fondo. Ci si affida a un pubblico settoriale, con canali ben delineati, ci si appoggia un po' a tutto ciò che è venuto prima, prendendo un po' da uno e un po' dall'altro, ci si conosce tutti, ma soprattutto si è tutti parte di un "sistema", prima o poi tutti organizzano un concerto, tutti avviano un ufficio stampa o una booking, tutti scrivono di musica, tutti fanno un disco, tutti fanno foto, le persone che ascoltano e basta si contano sulle dita di una mano, quindi a pochi conviene esporsi con giudizi negativi su una band o un artista se sono già entrati nel giro. Così va a finire che si galleggia a distanza di sicurezza dalla mediocrità, nessuno fa cagare, ma allo stesso tempo nessuno fa la differenza. Questo succede anche a causa di una costellazione di microetichette, microbooking, micro uffici stampa, dotate di buona volontà e buone intenzioni, ma che in molti casi non hanno i mezzi per permettere a una band o a un artista di crescere.
Difficilmente qualcuno che faccia qualcosa di originale, che mischi le carte, qualcuno che segua un percorso personale e fuori dagli schemi trova spazio, perché invece di premiarlo si tende a isolarlo, perché altrimenti si devono creare canali che non ci sono, bisogna creare un pubblico nuovo ma si tende a rimanere nel proprio orticello: è più semplice e si raggiungono gli stessi risultati con meno sforzi.
Per riuscire a farsi spazio un artista con le caratteristiche sopra elencate, deve essere veramente bravo, anzi deve essere molto, ma molto più bravo di quelli che solitamente lo occupano quello spazio, e per prenderselo la sua qualità deve essere incontrovertibile.

Questo è accaduto nel 2015 con l'esordio degli Any Other, grazie (davvero, grazie) a un'etichetta che (guardacaso) era un po' fuori da tutti i giochi di ruolo di cui sopra, essendo nuova: la Bello Records di Massimo Fiorio e Rossana Savino.



La musica di Adele Nigro non è mai stata facilmente catalogabile, mi stupii molto vedere quanto circolò all'inizio Silently, Quietly, Going Away, quanto se ne parlò (più perché l'etichetta era gestita da un gatto che per il disco, se vogliamo dirla tutta, ma è stata una mossa intelligente), perché era chiaro che era un qualcosa che rompeva gli schemi, ma ancora non potevamo immaginare quanto.
Il primo album degli Any Other non era né cantautorale, né emo, né electro, né punk. Andava a pescare in quell'indie anni '90, un po' Built To Spill, un po' Courtney Barnett, un po' Speedy Ortiz, che in Italia non ha mai avuto una vera scena e oggi men che meno. Non era un disco difficile però: si basava principalmente su accordoni di chitarra con un leggero crunch e su un impianto di basso e batteria molto semplice e funzionale ai pezzi, ma si sentiva subito che aveva qualcosa di speciale.
Le linee vocali di Adele erano già molti gradini sopra la media italiana, il suo modo di cantare era ed è totalmente slegato dagli stilemi della canzone popolare italiana, cosa rarissima, perché volenti o nolenti l'abbiamo tutti nel nostro dna e si sente anche nel disco più hardcore che abbiate mai fatto.
Nonostante questo però, non ha avuto lo spazio che si meritava.





Silently ecc. però era solo un passaggio, forse obbligato, una piattaforma solida su cui poggiare una rampa di lancio, perché ad ascoltare il nuovo Two Geography, il precedente disco sembra un esercizio, un gioco. La ragazza è cresciuta musicalmente molto più che anagraficamente in questi tre anni.
L'impianto della band classica, chitarra basso batteria, viene lasciato da parte per fare spazio a strumenti nuovi e ad arrangiamenti di matrice più acustica, la chitarra elettrica quasi sparisce, ed entrano nello spettro, violini, fiati, pianoforti e Rhodes. Quella che prima sembrava una band vera e propria ora suona come un gruppo di turnisti al servizio della cantante. C'è molto più spazio per far risaltare le doti di Adele, che non si lascia pregare e sfrutta quello spazio come nessun'altra sarebbe in grado di fare.



La cosa che lascia piacevolmente spiazzati sono gli arrangiamenti: quando serve si cerca sempre la soluzione diagonale, inaspettata, i pattern di batteria caratterizzano in modo particolare l'andamento dei pezzi, con soluzioni che oserei definire "nationaliane" (in questo senso il cambio di batterista è stato fondamentale), come si può sentire già al primo impatto con il singolo Walkthrough. Tutto questo senza però esagerare, perché il disco ha due anime, una possiamo definirla "jazz", dove le soluzioni citate sono la caratteristica principale, oltre alle linee vocali sorprendenti, e un'altra folk, dove, con molta intelligenza, si va verso il minimalismo, lasciando la chitarra acustica in primissimo piano, impreziosita solo da alcuni interventi discreti, che siano violini, o batteria spazzolata (o anche nulla) come in Breastbones, che profuma molto di Sufjan Stevens.
È come giocare a uno sparatutto, in cui tu punti principalmente verso il centro dello schermo, perché la maggior parte dei cattivi da uccidere arrivano da lì, invece quando meno te l'aspetti ne salta fuori uno dall'angolo in basso a sinistra ed è GAME OVER.
Gli arrangiamenti di Two Geography sono così, ti mandano sempre in game over.
Già l'apertura del disco non è il solito pezzo "confortevole", quello che serve a convincere l'ascoltatore a proseguire, è una pennata continua di chitarra acustica, che ricorda il Josh T. Pearson di Last Of The Country Gentlemen, un momento di attesa, di sospensione, che poi "esplode" nel finale. Tutto l'album è una continua alternanza fra pezzi "difficili" e ballate acustiche. L'unico pezzo che ricorda da lontano i vecchi Any Other è Perkins, dove la chitarra elettrica torna protagonista sul finale e si risente una batteria con un 4/4 classico. Il resto è una piccola grande rivoluzione.
Sul finale poi, dopo un probabile singolo (giuro di averlo scritto prima che uscisse) come Capricorn No arriva forse il pezzo più audace, in cui gli strumenti formano un tappeto elastico, di quelli un po' sgualciti, sui quali è poggiato uno leggero strato d'acqua dopo un temporale. Un tappeto fatto di lunghi accordi e vibrazioni di fiati e batteria che increspano l'acqua, sopra al quale la voce di Adele rimbalza e si diverte con evoluzioni a corpo libero, per poi finire un una nebbia sonica di feedback acustico e ripetizioni ossessive e psych.



Un disco eterogeneo ma con un forte carattere, che testimonia una crescita e una maturità sorprendenti, oltre a una voglia di migliorarsi e di sperimentare che nei prossimi anni spero possa portare il progetto ad essere una realtà internazionale consolidata.
Perché gli Any Other non hanno bisogno di spazio in Italia, la partecipazione al Primavera Sound non è un caso, così come non lo è il tour europeo intrapreso ancora prima di presentare il disco in Italia (cosa che succederà quest'inverno). Siamo noi che abbiamo bisogno di Adele Nigro e soci e di molti altri come loro per far crescere tutto l'indie italiano. Per dimostrare a tutti che si può e si deve fare spazio anche a chi non ha un contenitore prefustellato, perché se progetti come questo trovano spazio ne guadagnano tutti, si creano nuovi canali, si arriva a persone nuove, creando un piccolo ma indispensabile ricambio nel pubblico che segue i concerti e le uscite discografiche di un certo tipo. Serve ossigeno nuovo in un ambiente che tende troppo spesso a chiudersi su sé stesso e gli Any Other sono una bombola di ossigeno da 20 litri.
Con largo anticipo, questo sarà per me il miglior disco italiano del 2018 e uno dei migliori in assoluto dell'anno, non tanto per il valore assoluto, perché il percorso è appena iniziato e ha comunque alcuni piccoli difetti che però lo rendono fresco, stimolante, ma perché esprime un potenziale enorme.
Sembrerà un azzardo ma qui siamo di fronte a una nuova Fiona Apple, o, essendo la chitarra acustica il suo strumento principale, a una nuova Ani Di Franco. Ma non la nuova Ani Di Franco italiana, la nuova Ani Di Franco e basta.



29 maggio 2018



È da poco uscito Evergreen di Calcutta e subito, ma anche prima dell’uscita, si sono sprecati i commenti e le recensioni lampo. Non ho mai capito come si fa a recensire un disco il giorno stesso dell’uscita, dopo mezzo ascolto fatto su un tram mentre si chatta su Telegram o si controlla Facebook.
Ultimamente poi con questa usanza e questa voglia inutile di essere i primi a sparare una sentenza, si sono stroncati dischi bellissimi sulla base di nulla, come è capitato a inizio 2017 con I See You degli XX.
Il problema principale è che giudichiamo i dischi per quello che vorremmo che fossero e non per quello che sono. Bisogna dare tempo al disco di rivelarsi per quello che è e dare tempo a noi, per capirlo. Un disco è come una persona, ci sono persone con cui al primo sguardo si va d’accordo subito, ci sono quelle che bisogna litigarci per scoprire di essere amici e invece poi ci sono i cavalli che sono delle brutte persone. La stessa cosa vale con i dischi.
Tutta questa manfrina, per dire che quello che sto andando a fare non è una recensione, ma è l’esigenza di fissare le prime impressioni su un disco che sarà forse ancora più importante del suo predecessore.
Con tutti i singoli usciti, si poteva pensare che Evergreen fosse un disco pieno di ritornelli killer, leggero, di facile presa, uno di quelli che non fai altro che cantarlo senza pensare troppo a quello che c’è sotto, io per primo lo pensavo, e tutto sommato l’idea non mi dispiaceva, perché è anche un po’ quello che vuoi da un personaggio così, fra mille ascolti “difficili” ogni tanto in macchina di notte, ci vuole un po’ di Calcutta.
Quando poi il disco si è rivelato e ho avuto la possibilità di ascoltarlo tutto sono rimasto un po’ spiazzato.
Perché sì Evergreen è un disco pieno di ritornelli killer, ma non solo. Qui stiamo parlando non di un disco con due lati, ma di un disco con due strati e forse anche di più.
In questi giorni di Giro d’Italia, mi immagino l’album come una tappa di montagna, dove i gpm (gran premi della montagna, le cime dei monti) formano una linea immaginaria che è il primo strato del disco, le parti più emozionanti, i singoli, gli scatti fulminanti come quello di Froome sul Colle delle Finestre, i ritornelli, quelli che colpiscono di più lo spettatore distratto. Invece il secondo strato è formato dalle valli, dai tratti in piano, dai sali-scendi, quelli più noiosi per lo spettacolo, ma dove si costruisce l’ossatura del giro e del gruppo, dove si decidono le tattiche, dove si “tira” e ci si può permettere di fare qualcosa di inusuale, come mandare una dedica alla moglie o pisciare in corsa a lato strada senza fermare la bici.
Sono rimasto un po’ spiazzato perché la partenza, naturalmente, è dalla valle, dalla pianura, e Briciole è pezzo atipico, almeno se rapportato a Mainstream.
Ma prima di parlare del secondo strato, volevo analizzare il primo:

Paracetamolo, Pesto, Hubner, Orgasmo, Kiwi.

Questi cinque pezzi formano uno strato compatto, tanto che al primo ascolto quasi ti dimentichi dell’altro. Parole semplici, dirette, messe al punto giusto e con la giusta metrica, che ti si stampano in testa. Parole semplici, ma non banali. Perché mettere in un ritornello un insulto come “Ue deficiente” non è banale, è come la fontana di Duchamp, è una “cazzata”, ma devi avere l’idea per farla e quello che fa la differenza.
Che poi ue deficiente è proprio un bell'insulto. Perché nel momento in cui la lingua italiana viene stuprata ogni giorno, soprattutto dai "nuovi" politici e l'analfabetismo ormai è motivo di vanto, un insulto che contiene una regola base di grammatica come la "i" in mezzo alla "c" e alla "e" è a suo modo rivoluzionario.
Stesso discorso vale per “Lo sai che la tachipirina 500 se ne prendi due diventa 1000”, la prima reazione è “che coglione”, ma ci vuole anche coraggio per dire chissenefrega, e iniziare un pezzo con una frase così assurda. Perché il Paracetamolo è una cosa che abbiamo imparato a conoscere in questi anni, con i farmaci equivalenti, prima era solo una delle tante parole che conoscevano solo i farmacisti e per noi una valeva l’altra. È una parola che a suo modo identifica una generazione.
Stesso discorso vale per Dario Hubner, anche quello all’inizio ti strappa un sorriso, ma è un nome che identifica una generazione ben precisa, un tipo di calcio che oggi non c’è più e che solo alcune persone identificano come “poesia”, perché Hubner è poesia, non scherziamo.
Anche con un semplice nome Calcutta sa rievocare un mondo, un’appartenenza, come il Frosinone in serie A di Mainstream.



Ma non è fatto solo di parole e ritornelli killer il primo strato, perché azzeccare una melodia capita a tutti una volta, ma la bellezza e la qualità di una canzone pop con la struttura canonica, la si riconosce dallo special, e Paracetamolo come altre di Calcutta, ha uno special che è una canzone dentro la canzone. In questo special (da 1:40 nel video) è incluso, come una sorta di yin e yang, un piccolo pezzo del secondo strato, una sorta di canzone nella canzone, che in mezzo a un singolo spacca classifica mette psichedelia, california, acidi, riverberi, dilatazioni, tutto concentrato in pochi secondi.
Ma ogni pezzo del primo strato ha dentro qualcosa del secondo, che non sto qui ad elencarvi perché altrimenti diventerebbe un libro e con gli ascolti è come sfogliare un carciofo fino ad arrivare al cuore, dove c’è il fiore.

Il secondo invece è quello più sorprendente, quello che indica la direzione in cui probabilmente andrà Calcutta:

Briciole, Saliva, Dateo, Nuda Nudissima, Rai.

La prima, di cui accennavo più sopra è uno spartiacque, è messa lì come avvertimento, ad indicare che qui una volta era tutto un Cosa Mi Manchi a Fare, ma adesso ci sono cemento e palazzi. Sembrerà strano, ma io ci sento un po’ di Cremonini, perché Edoardo, oltre al cantautorato italiano dagli anni sessanta ad oggi, va a pescare anche nella vena pop-psichedelica dei Beatles o dei Beach Boys. Infatti nonostante sia spiazzante e insieme a Saliva, sia profondamente diversa dai pezzi del primo strato è ancora nulla rispetto a quello che verrà.
Il punto focale dell’album è la doppietta Nuda Nudissima, Rai. È qui che si apre un mondo, che era forse presente in qualche modo nel primissimo disco (Forse…), come idea ma non nella forma.
La prima inizia con una chitarra che sembra un banco di nebbia artica, di quelle che ti bruciano gli occhi, con un flanger tirato a cannone che fa perdere i confini della distorsione e rimane nel sottobosco del pezzo per tutta la durata. Qui la forma canzone si sgretola, non c’è un ritornello vero, la successione di accordi si fa meno netta e più liquida, acida. Qui gli ultimi anni ‘60 si sentono fortissimo, si perde la dimensione cantautorale, per tuffarsi a bomba nel pop psichedelico, si sente dai coretti, dai sinth che puntellano tutto il pezzo con interventi sghembi, diagonali. Nuda Nudissima è il classico pezzo che non piace a nessuno, quello che dal vivo ha una resa pessima e manda tutti a prendere la birra, ma è qui che bisogna cercare il vero Calcutta, è qui che viene fuori la capacità di un autore che non scrive solo singoli buoni per vendere.


Perché il problema dell’indie vs mainstream è tutto qui, finché scrivi pezzi “difficili” ma non ti fai capire dal pubblico rimani nel tuo orticello e non vai più in là. Non è tutto, può anche non interessarti, ma poi non te la devi prendere con chi riesce a fare quel passo, usando come scusa la mancanza di qualità. Non tutti vivono la musica come una passione, la maggior parte della gente la vive come un passatempo, un riempitivo, e non è dicendogli “guarda che io sono più bravo e quello che ascolti tu è tutta una merda” che la convinci a fare un passo in più, verso la musica più nascosta e forse di maggiore qualità, ma quello è tutto da vedere.
Ti devi aprire a quel mondo, devi farti capire, devi convincere qualcuno di cui non gli interessa un cazzo di quello che fai che potrebbe interessargli. L’ha capito anche Manuel Agnelli a 50 anni, che per entrare in un certo mondo devi giocare nel loro campo, non puoi portarlo nel tuo con la pretesa di essere migliore di loro. Tutto questo dopo aver buttato nel cesso un’occasione d’oro a Sanremo, presentando un pezzo inascoltabile per la maggior parte delle persone abituate a vederlo (era il 2011 ed era molto diverso da oggi), completamente fuori contesto, senza un ritornello vero e con una resa sonora pessima in tv. Pretendendo che quelle stesse persone andassero a comprare una compilation diversa da quella di Sanremo per sentire il loro pezzo e quello di altre band del panorama indie. Pensate se gli Afterhours avessere presentato un pezzo tipo Quello Che Non C’è, o Voglio Una Pelle Splendida, quanta gente avrebbe comprato quella compilation e quanti avrebbero scoperto molte altre band.



Invece ci è voluto X- Factor per rompere quel muro e far capire ad Agnelli che non è tutta merda il mainstream e ci si può mettere le mani senza sporcarsi, per poter portare il tuo mondo dentro a quello, con Ossigeno.
Ecco, Mainstream di Calcutta era il corrispettivo, probabilmente inconsapevole, di X-Factor per Agnelli, invece Evergreen è il suo Ossigeno.
Dopo questa divagazione che non so più da dov’è partita, l’ultimo punto fondamentale del disco è appunto Rai. Giuro che è stato inconsapevole questo rimando.
Rai è un’altra trappola, perché parte come un classico singolone di Calcutta, piano e voce, ma poi prende una sorta di scala di Escher e non si capisce più dove vada a finire. Cresce, cambia, sembra quasi un pezzo solista di Morgan, parte da un punto per finire da tutt’altra parte, non c’è una ripetizione per tutto il pezzo, è pura fantasia, estro, è una specie di operetta pop, inusualmente piena di arrangiamenti complessi, violini, sinth, rhodes, scale di chitarra simili a quelle di un clavicembalo (particolarmente amato da Morgan).



E alla fine si torna a casa con Orgasmo, ma anche lì non è tutto mainstream quello che luccica.
È un disco che avrà bisogno ancora di molti ascolti per rivelare tutti i suoi segreti, ma come dicevo all’inizio è ben lontano dall’essere una semplice raccolta di singoli per l’estate, sarà a mio avviso un disco importante, che riporterà la barra del cantautorato indie verso un salto di qualità. Cantautorato indie che ora è strenuamente impegnato a cercare il successo che prima diceva di non volere, con canzoncine e nomi tutti uguali, per cercare la reiterazione dei due (Calcutta e Paradiso) che hanno smascherato l’ipocrisia di un ambiente troppo impegnato a pisciarsi sulle scarpe, invece di farlo in corsa a lato strada, senza fermare la bici.

Ah, se sei arrivato fin qui e ti stai chiedendo cosa c'entra il titolo, niente, non c'entra niente. O forse no.

24 marzo 2018



- Il giorno precedente all'elezioni dei presidenti delle Camere, i media si affrettavano a dare la coalizione di centro-destra per finita e Silvio Berlusconi ormai archiviato, in favore di una leadership rafforzata di Salvini.

- Quest'ultimo dopo una prima fase di stallo nelle votazioni esce all'improvviso con la "Mossa Mattarella", ovvero tira fuori dal cilindro una votazione in blocco per la Bernini, che nessuno si aspetta, esattamente come fece Renzi con Mattarella durante l'elezione del Presidente della Repubblica.

- La Bernini è stata considerata frettolosamente lo scacco matto a Berlusconi che, fino a quel momento e oltre ha continuato a proporre Romani come presidente del Senato.

- Tuttavia la faccenda è stata sempre trattata dal punto di vista dei vincitori delle elezioni, Di Maio e Salvini, facendoci credere che fossero loro a dare le carte.

- Nel giorno delle elezioni dei presidenti però, Di Maio si affretta a dire che Fraccaro in realtà non era la loro prima scelta ma solo un bluff per poi far eleggere Fico, quasi a voler forzare una lettura favorevole per loro.

Se invece il bluff  l'avesse fatto il vecchio Silvio?
Proviamo a guardare tutta la faccenda dal suo punto di vista.

- Tutti sanno che i 5 stelle non accetterebbero mai di votare un condannato a presidente del Senato (o della Camera) e Berlusconi invece cosa fa? Propone esattamente un condannato (per peculato): Paolo Romani.

- Così facendo costringe i cinque stelle a giocare in difesa, partendo già con una mossa da scacco matto. Il Movimento non può accettarlo, altrimenti andrebbe contro a ogni suo dogma, ma in questo modo è costretto a scendere a patti con il diavolo in persona.

- L'accordo presto è fatto ma non è così semplice come Di Maio vuol farlo sembrare.

- Fraccaro è un fedelissimo del capo dei 5 stelle, difficile pensare che Di Maio preferisse Fico a lui.

- Da tempo il nuovo presidente della Camera è l'elemento destabilizzante del Movimento, è uno dei pochi che pensa con la sua testa e si permette di contraddire i vertici e la sua rivalità con Di Maio fatica a rimanere sotto traccia. La sua esclusione dalle candidature per l'elezione del possibile premier per i 5 Stelle è stata emblematica.

- Berlusconi ha vissuto un'esperienza simile nel suo passato: Gianfranco Fini, uomo forte dell'antica coalizione di centro destra, da Presidente della Camera ha consumato lo strappo finale con Silvio, proprio per l'impegno e l'imparzialità con cui ha svolto il suo compito.

- Costringendo i 5 stelle a porre condizioni sulla candidatura del presidente del Senato, si è messo nella posizione di poter fare lo stesso per la Camera.

- Se nella notte di venerdì tutti davano la coalizione di centrodestra definitivamente archiviata e Silvio definitvamente battuto da Salvini, il risveglio di sabato ci ha presentato una situazione totalmente ribaltata.

- La coalizione di centro destra è ancora in piedi e Silvio ha piazzato come presidente del Senato una delle sue donne più fedeli: Maria Elisabetta Alberti Casellati.

- Contemporaneamente ha costretto i 5 stelle a mettere come presidente della Camera uno dei meno allineati alla legge di Casaleggio: Roberto Fico.

-L'esperienza con Fini gli ha insegnato che proprio quel ruolo alla lunga potrebbe essere il punto di rottura definitivo di Fico con i 5 stelle, che perderebbero uno degli uomini più importanti e autorevoli del Movimento.

Ancora una volta forse, il Berlusconi dato per morto troppo presto è riuscito a ribaltare la situazione a suo favore e forse gli unici veri sconfitti di tutta questa storia sono proprio Di Maio e Salvini. Soprattutto quest'ultimo tentando il grande strappo, forse ha fatto il passo più lungo della gamba.
La solita cara e vecchia strategia della tanatosi.