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11 giugno 2026

Haylie Davis, Wandering Star: la nuova stella del country




Nel momento stesso in cui clicchi play sembra che le canzoni di Wandering Star abbiano sempre fatto parte della tua vita, come quei pezzi che ascoltavano in macchina i tuoi genitori e si sono cementati in un cassetto remoto nella memoria. La capacità di Haylie Davis è quella di arrivare dritta al punto, di immergersi e immergere l’ascoltatore in questo liquido amniotico fatto di country e folk, come se fosse sempre stata lì dagli anni 70 e invece è solamente al suo secondo album (il primo con il suo nome) e nel pieno dei suoi 26 anni. Pezzi come Young Man sono un’enciclopedia del folk statunitense condensata in 5 minuti; non si tratta però di citazionismo, Davis è autrice solida e attuale, perfettamente centrata nel nostro tempo, con la capacità cristallina di creare classici istantanei senza tempo.

12 ottobre 2023

Sam Burton - Dear Departed




Nel folk americano c’è un fermento che sta riportando il genere ai fasti di un tempo. Questa resurrezione iniziata in piena epoca Trump può essere vista come una rivendicazione del patrimonio culturale americano da parte della contro-cultura musicale. Una “punk wave” antitetica, gentile e misurata, a far da contrappeso alle cafonate trumpiane. Uno dei primi frutti di questo rinascimento è stato l’esordio ufficiale di Sam Burton nel 2020, un piccolo inaspettato capolavoro che si è fatto strada lentamente. A questo è seguito l’esordio altrettanto luminoso di Marina Allen, fino ad arrivare all’affermazione definitiva di Weyes Blood nel 2022 (ma anche Taylor Swift è salita sul carro nel 2020 con Folklore).

Non era semplice per Burton ripetersi, perché il songwriter di Salt Lake City (trasferitosi in California) si muove con passo felpato fra passato e presente, senza mai dare riferimenti precisi. Dear Departed riesce invece a superare il precedente, utilizzando arrangiamenti più curati, una sezione ritmica più incisiva e un uso praticamente perfetto delle orchestrazioni, grazie alla produzione discreta di Jonathan Wilson. I Don’t Blame You è il suo manifesto, elegante e ammantata di tristezza mista a speranza e con Long Way Around forma forse il punto più alto della sua produzione. Canzoni che nel momento stesso in cui le ascolti sembrano già classici eterni. Così come Looking Back Again in cui si possono sentire Tim Buckley o Leonard Cohen, ma sono molti gli artisti che può ricordare, quasi come fosse capace di farti sentire sempre a casa, andando a pescare dal tuo background musicale. Un disco che parla di perdita e di rinascita a seguito di un periodo difficile per l’artista, con testi struggenti e malinconici, un disco che è qui per restare nel tempo, così come il suo autore.







21 luglio 2020

Siamo stati un po' severi con Mark Lanegan?




L'8 maggio usciva l'ultimo album di Mark Lanegan... Sembra l'anno scorso vero?
Questa impressione di salto temporale degno di Dark lascerà molti dischi in soffitta fra quelli usciti prima, durante o subito dopo l'esplosione della pandemia. Per questo mai come quest'anno sarà utile tornare su dischi non proprio nuovissimi, per riascoltarli con una condizione psicologica migliore, oppure anche solo per dargli un'altra possibilità.
Straight Songs Of Sorrow è uno di quelli che merita un'altra possibilità e non solo per la pandemia. Uscito in concomitanza con la sua autobiografia, presentato (sbagliando, a mio parere) come una sorta di appendice musicale al racconto della vita al limite dell'ex cantante degli Screaming Trees, è un disco del quale si è discusso parecchio, ma forse si è ascoltato poco.
Probabilmente è stato soffocato dai moltissimi estratti del libro, fra aneddoti su Kurt Cobain e problemi con i suoi ex compagni di band che oggettivamente erano pezzi di storia della musica mai venuti alla luce. Non ha giocato a suo favore neanche l'uscita ravvicinata a Somebody's Knocking, uscito solo l'anno scorso, cosa che automaticamente l'ha fatto percepire come una raccolta di outtake del precedente. Niente di più sbagliato.
Ad aggravare ancora di più la posizione di questo sfortunato album, il quadro non proprio edificante che viene fuori dall'autobiografia (poi confermato in alcune interviste dallo stesso Lanegan: "Sono stato uno stronzo"), un personaggio scontroso, scostante, scorretto con gli amici, soprattutto ai tempi in cui c'era di mezzo l'eroina. Tant'è che questo quadro poco edificante ha provocato sui social anche una sorta di #metoo del fan "maltrattato", con alcuni racconti di questi ultimi e addetti ai lavori delusi dal suo comportamento, che l'hanno dipinto come, guarda un po', uno stronzo.
Sinceramente a me che sia uno stronzo o meno poco importa, anzi, forse preferisco gli artisti come lui, che non si mostrano per forza come dei santi scesi in terra, sempre sorridenti e accomodanti anche con chi spesso è maleducato e pretende attenzioni che non gli sono dovute, ma che hanno i loro momenti "no" come tutti, durante i quali non bisogna rompergli i coglioni.
Smarcata la questione caratteriale, Straight Songs Of Sorrow è stato non del tutto apprezzato dalla critica, e poco apprezzato anche dal pubblico, che nella stragrande maggioranza dei casi l'ha liquidato come un disco senza spina dorsale, svogliato, di un artista che ormai è ben lontano dalla sua forma migliore. Molti hanno attaccato con la solita litania del "dopo i primi due dischi il nulla", "dove sono le chitarre", ma non consideriamoli neanche.




La verità è che questo disco è molto di più di quello che sembra. Anche io all'inizio, dopo un paio di ascolti l'ho liquidato malamente. Abituato al solito Lanegan, ho dato per scontato che l'ascolto ideale fosse in auto, o con gli auricolari mentre giravo per la città. Niente di più sbagliato. Si tratta di un album riflessivo, da ascoltare in casa, la cui forse condizione ideale è l'ascolto su vinile, un disco al quale manca quasi completamente la componente ritmica oltre alle chitarre. È un difetto? Assolutamente no, anzi. Ritengo che la voce di Lanegan oggi abbia una componente molto più dark rispetto al passato e si sposi meglio con i synth più che con le chitarre, fatta eccezione per le chitarre acustiche, che ancora oggi sono sue compagne ideali e infatti non mancano neanche in questo capitolo della sua discografia. Perché sì, la sua voce è più o meno sempre la stessa, ma l'evoluzione del suo suono negli ultimi anni è stata decisa. Decisa ma allo stesso tempo discreta, non ha mai voluto dare un taglio netto col passato, ma piano piano, spesso senza neanche farlo notare, ha staccato tutti gli ormeggi dal suo vecchio porto e Straight Songs Of Sorrow è il mare in cui sta navigando ora. Un mare scuro, al cui orizzonte si vedono ancora i nuvoloni che lo hanno da poco spazzato, ma che al momento è placido, una liquida tavola nera.
Per spezzare una lancia a favore dei detrattori c'è da dire che la traccia di apertura non è delle più facili. I Wouldn't Want To Say è un pezzo senza struttura, nè strofa, nè ritornello, un salmodiare su un loop di batteria incessante e un basso sintetizzato, un pezzo ipnotico, un testo buio in cui si racconta, una dichiarazione di intenti che mette subito in chiaro le cose: "Dici che cadrò e cadrò ancora più in basso... il mio cuore è nero come la notte... il soffocamento non può uccidermi, c'è questa scala che sto salendo, nell'oscurità non puoi trovarmi".
Subito dopo questo tuffo nell'oscurità si apre un lampo di luce, brevissimo, un minuto e 55 di chitarra acustica e voce, che riporta all'elemento liquido di cui parlavo prima, ma in questo caso fluviale: blues. Quel blues che ha sfiorato e abbracciato per tutta la sua carriera solista qui emerge cristallino, non tanto nella forma che pure si trova in alcuni pezzi, ma nelle atmosfere, fluviali appunto, acqua che scorre, come le note arpeggiate della chitarra suonata da Mark Morton dei Lamb Of God, che scorrono veloci, una cascata leggera, così è Apples From a Tree.




Gli ospiti, quegli amici, collaboratori, compagni che lo hanno accompagnato tutta la vita, ma anche musicisti che in qualche modo gli hanno reso omaggio, e nuovi ingressi, come sua moglie Shelley Brein alla voce (che firma con lui altri due pezzi) nella splendida This Game Of Love, e se la "collaborazione" con lei dura da tanti anni forse non è così stronzo dai. Qui tutto ciò che associamo a Lanegan scompare, rimane solo una leggera batteria elettronica e un tappeto di synth, le due voci fanno il resto, ed effettivamente non c'è bisogno di molto altro.
Ketamine vede la presenza alla voce di Wesley Eisold dei Cold Cave, in quello che forse è il pezzo più "Laneganiano" del disco, puro blues notturno che passeggia lento entrando e uscendo di coni di luce dei lampioni: "Dio dammi la ketamina, così posso stare bene, piantare la bandiera su spiagge lontane e trascinarmi attraverso la notte."


Con Churchbell, Ghosts, Lanegan prende in alcuni tratti le sembianze di Roger Waters, nella sacralità di un canto gospel disperato, con la voce spezzata e tremolante per poi cambiare ancora veste in Internal Hourglass Discussion. Forse il pezzo più inusuale di tutta la sua discografia, a tratti vicino alle sonorità di Kid A o Amnesiac dei Radiohead. Ritorna il salmodiare del pezzo di apertura questa volta su una base electro con elementi dissonanti. Un pezzo che se non fosse per la voce riconoscibile non sembrerebbe neanche suo.



E poi arriva la chiave di volta di tutto l'album, una doppietta che vale tutta la tracklist: Stockholm City Blues e Skeleton Key. La prima una ballata chitarra acustica, voce e violino,  cristallina, perfetta nella sua semplicità, la seconda una lunga suite blues di sette minuti, basata anche questa su tappeti di synth, ma questa volta con basso e battteria. Una progressione in leggero crescendo che lascia senza fiato ad ogni elemento che si aggiunge: "Brutto, sono così brutto, Sono brutto, dentro e fuori, non si può negare, Amami, perché mai mi ameresti? Nessuno mi ha mai amato ancora, bella bambina, Il passe-partout non si aprirà, Non aprirà alcun blocco che ho in me, Arrugginito, piegato e arrugginito... Ti canterò una dolce, schietta canzone di dolore, Canto a tutti voi una dolce e schietta canzone di dolore". Onestamente e oggettivamente questa accoppiata, che diventa un trittico con un'altra ballad chitarra acustica e voce come Daylight In The Nocturnal House è una delle cose migliori che abbia mai fatto Lanegan.


Sulla seconda parte del disco poi arriva l'artiglieria, John Paul Jones al mellotron in Ballad Of a Dying Rover e Warren Ellis al violino in At Zero Below per una seconda parte che ricalca la prima, fra ballate e pezzi fuori dagli schemi, com'è appunto quello con il bassista dei Led Zeppelin.
Straight Songs Of Sorrow è uno di quei dischi che arriva "dopo", uno di quei dischi che ti colpisce dritto nel petto quando meno te lo aspetti, e soprattutto quando credevi che non fosse più capace di farlo. Lanegan è riuscito a mettere tutto sé stesso qui dentro, e con l'aiuto dei suoi ospiti si è costruito una casa, un rifugio dove finalmente sentirsi al sicuro dopo tanto navigare in acque burrascose, per  lasciarsi alle spalle i limiti fisici e mentali infranti nel passato, che hanno lasciato segni sul suo corpo e sul suo cuore, capace di trasformare il dolore in bellezza. Straight Songs Of Sorrow è un disco da mettere accanto ai suoi migliori e sarà un disco che nei prossimi anni diventerà un classico della sua carriera.

26 maggio 2019

The National: cosa vuol dire essere una band oggi?


Cosa vuol dire essere una band oggi?

Essere un band oggi non è più solo fare bei dischi e passare senza soluzione di continuità dallo studio al palco e viceversa. Vuol dire vivere il proprio tempo, avere il proprio posto nella storia, accompagnare le trasformazioni della società ed essere dentro a queste trasformazioni. La grandezza dei The National è proprio questa, l’apertura mentale, l’apertura della band verso le contaminazioni. Non solo musicali, ma anche della politica, delle altre forme d’arte e artisti. Non più una band ma un organismo che vive, respira, si nutre di ciò che la circonda e delle cose che i suoi componenti portano al suo interno. 

I Am Easy To Find è la bibbia, è il manifesto programmatico di questo modo di essere band. Farsi quasi totalmente da parte per mettere al centro le donne, per una band completamente al maschile, è un gesto di una potenza inaudita in questo periodo storico, in cui tutti professano la parità, ma nessuno è disposto a mettersi al servizio e a farsi da parte. Far uscire un disco a proprio nome, nel quale la caratteristica che ti contraddistingue di più dagli altri, ovvero la voce di Matt Berninger, viene sacrificata in gran parte per far spazio a una moltitudine di voci femminili è indice di un coraggio e una consapevolezza fuori dal comune.
La moglie di Berninger, che fino ad oggi ha rappresentato poco più di un ghost writer per i testi dei The National, che rilascia un’intervista in cui parla proprio dei testi della band come autrice, la moglie di Bryce Dessner che partecipa alle sessioni vocali del disco e piazza un’interpretazione magistrale in uno dei pezzi più belli del disco (Oblivions), tutte le altre donne coinvolte (fra le altre Lisa Hanningan e Sharon Van Etten) oltre al coro, sono una dichiarazione d'amore, ma anche una dichiarazione politica, un atto di ribellione.

Senza tralasciare poi la contaminazione profonda di Mike Mills, che non solo realizza un cortometraggio totalmente in osmosi con il disco, con protagonista un’altra donna, Alicia Vikander, ma viene scelto dalla band per produrre l’intero disco. Quale altra band sarebbe disposta a mettere nelle mani di un regista uno dei suoi dischi più importanti e ambiziosi?

Questa è la grandezza dei The National, oltre alla potenza dirompente di un disco che rappresenta una chiave di volta nella loro carriera, ma anche nella musica odierna: avere il coraggio di farsi penetrare da ciò che li circonda, di rinnegare la propria essenza per poi ricostruirsi più forti di prima, ricreando l’impianto solido che li ha sempre contraddistinti, ma unendo ai mattoni della loro creatività sempre nuovi materiali, con i quali la loro casa, una casa che cambia continuamente arredamento, riflette sempre sfumature nuove.

8 gennaio 2019

Il disco più brutto di Bowie era il mio preferito.



Quando è uscito Heathen, nel 2002, avevo 22 anni e David Bowie era forse nel momento più basso della sua carriera. Così basso che il disco precedente "Toy" nel 2001 non fu neanche ritenuto degno di essere pubblicato dalla Virgin/Emi. Sembra incredibile oggi che tutti lo celebrano, ma nelle onde del revival succede così: per dieci anni non ti si fila più nessuno, poi quando ai quarantenni scatta la saudade degli anni d’oro ormai andati, ecco che torni improvvisamente attuale.

Io lo scoprii per caso. Erano passati cinque anni dall'uscita di Earthling, l'ultimo disco di cui avevo sentito parlare bene e da molti era ormai dato per bollito, soprattutto dopo Hours, del '99.
Credo di aver letto una recensione da qualche parte o una news sull’uscita e non so perché lo scaricai, probabilmente da Limewire: niente di più lontano dai miei ascolti di quegli anni.
Non avevo mai ascoltato veramente Bowie, se non le canzoni più famose sentite migliaia di volte e qualche disco che mi avevano fatto ascoltare i miei parenti o amici più vecchi di me. Da bravo adolescente avevo sempre un po’ rifiutato gli artisti che erano appartenuti alla generazione precedente.
Sta di fatto che iniziai ad ascoltare Heathen e non mi fermai più per un bel po’.

Non è uno dei dischi migliori di Bowie, anzi, era stato abbastanza massacrato dalla critica, ma non mi è mai interessato perché c’erano due cose che mi calamitavano a quell'album.

Una era che non assomigliava a nulla di quello che c’era in giro in quegli anni. Totalmente fuori contesto, un po’ moderno, un po’ classico, un po’ rock, un po’ pop. Inoltre qualsiasi cosa avessi sentito prima di Bowie aveva una connotazione precisa: elettronica, dance anni ‘80, rock anni ‘60/70, ha sempre avuto la capacità di adattarsi ai tempi e di rimanere sempre attuale, arrivando al suo apice di trasformismo con il drum n’ bass di Little Wonder. Con Heathen no, era come se avesse rifiutato quella consuetudine per cui era quello sempre al passo coi tempi. Come se avesse definitivamente rifiutato di essere percepito come un uomo senza età, eterno nella sua immagine sempre moderna e attuale, come se si fosse rotto il cazzo di dover sempre dimostrare di essere capace di reinventarsi. Hours era un primo (maldestro) tentativo di scrollarsi di dosso quell'impalcatura, Heathen era la pietra tombale sul David Bowie che tutti erano abituati a conoscere. Lo si capiva anche dal look: giacca e cravatta, un classico abito da adulto e niente di più (ma con un'eleganza che nessuno al mondo avrà mai).

La seconda era la sua voce. Cruda, scarna, una voce in cui per la prima volta si scorgevano i segni dell’età, un po’ stanca, ma proprio per quello ancora più bella ed emozionante. Per la prima volta era come se ascoltassi l’uomo dietro all’artista, nascosto per decenni sotto il trucco e i costumi. Per la prima volta avevo la percezione di ascoltare David Robert Jones invece di David Bowie. Questo aspetto abbatté ogni mia barriera nei suoi confronti e iniziai ad amarlo. Il bello di quei pezzi era la loro fragilità, il loro essere “normali”, erano canzoni di un uomo che era caduto sulla terra.
Un pezzo in particolare mi dava quell’impressione, e forse l’unico degno veramente di nota all’interno della sua carriera incredibile: Slip Away.



Una canzone commovente, in cui forse per la prima volta si sente quella drammaticità toccante e rassegnata, in cui il tempo vissuto e gli anni ormai alle spalle lasciano un solco profondo, una ferita piena di nostalgia che si può quasi toccare, che poi tornerà in pezzi come Where are we now e Lazarus. Quasi floydiana nel suo ritornello corale che ricorda un po’ le atmosfere di The Division Bell ed è un caso che il pezzo parlasse di Uncle Floyd, personaggio televisivo surreale degli anni ‘70.
Heathen non sarà il miglior disco di Bowie, anzi forse sarà uno dei peggiori nelle classifiche che riuniscono i suoi album, ma è il disco con cui ha messo le fondamenta sulle quali ha poi costruito i suoi due ultimi capolavori, The Next Day e Blackstar, ed è il suo disco al quale sono più affezionato.





29 novembre 2018

Idles: condividere nel mondo reale come atto di resistenza.




Giovedì 22 novembre gli Idles sono sbarcati a Milano per un live di cui si è parlato moltissimo. Non avevo intenzione di scrivere di questo concerto, nessuno me lo ha chiesto e gli Idles non sono una delle mie band preferite, pur piacendomi e riconoscendone il valore artistico. Ma dopo ben quattro giorni (nel momento in cui scrivo), sto ancora pensando a quella serata e allora forse è il caso di scriverne, visto che l’ultima volta che mi è capitata una cosa del genere, avevo visto per la prima volta dal vivo i The National, nel 2010.
I The National non c’entrano nulla con gli Idles, genere completamente diverso, luoghi di provenienza diversi, suoni e approccio alla musica completamente diversi. Ma non sono due band così lontane fra di loro.
Entrambe hanno conosciuto il successo solo dopo molti anni dall’esordio, la band americana è stata addirittura sull’orlo dello scioglimento, prima che Obama usasse la loro “Fake Empire” per la sua campagna elettorale. Allo stesso modo gli Idles hanno aspettato ben sette anni dalla formazione del primo nucleo della band, prima di vedere un album pubblicato da un’etichetta indipendente.
Entrambe le band sono cresciute e diventate grandi al di fuori del music business, hanno vissuto una “vita vera”, quella di tutti noi, fatta di difficoltà a far quadrare i conti, di lavori “normali”, della giovinezza che si trasforma in età adulta mentre ci si costruisce un futuro con la propria ragazza o ragazzo, con tutte le difficoltà del caso e a volte con i brutti colpi che la vita comporta.



Il fatto di diventare famosi da adulti da una forza comunicativa impressionante, se si è capaci di raccontare e di canalizzare le storie che hai vissuto. Perché quello che racconti è molto più vicino a quello che vive e ha vissuto chi ti ascolta, rispetto a chi fin da giovane è stato “costretto” a vivere su un van, o un bus, vivendo la maggior parte dell’anno in tour. Il tour è una cosa che ti fa incontrare migliaia di persone, che ti mette a contatto con realtà molto diverse dalla tua, ti arricchisce, ma è anche una bolla che isola dalla vita normale, che ti tiene lontano da una routine giornaliera che accomuna gran parte del pubblico che ti segue. Se quella routine giornaliera non l’hai mai vissuta, perché da quando hai finito la scuola non hai fatto altro che passare dal palco allo studio di registrazione, ti manca qualcosa.
Perché oggi chi ascolta musica, un certo tipo di musica, chi ha l’età giusta per ricordarsi, anche di riflesso, come funzionavano le cose una volta e ha la consapevolezza per comprendere quanto l’ipocrisia di chi è venuto prima abbia compromesso il futuro di chi è venuto dopo, non vuole ascoltare canzoni d’amore e di pace. Si è stufato di tutto l’immaginario hippie legato alla musica del passato, non vuole ascoltare canzoni di rabbia, perché la rabbia non ha portato a nulla, se non a un peggiorare della situazione. Non vuole neanche  più l’immaginario grunge, legato all’emarginazione, alle droghe e al rifiuto di un certo tipo di società. Chi ha quell’età (che va più o meno dai 30 ai 40) fa parte della società, non vuole uscirne, ma è consapevole dei rischi e della difficoltà che questo comporta, vuole ascoltare canzoni di consapevolezza, canzoni che parlino di quello che vive ogni giorno, che lo aiuti a sentirsi meno solo.




La musica (ma non solo quella) è sempre meno un fenomeno di condivisione reale e sempre più un’azione individuale, dettata da algoritmi, da playlist preconfezionate da piattaforme musicali e da dinamiche da social. Non voglio fare come quello che una volta all’anno scrive che il rock è morto, quindi non sto dicendo che ormai la socialità legata alla musica sia morta, è viva e vegeta e ai concerti scambio mille pareri con le persone che conosco, ma è un dato di fatto che il contatto personale è molto meno importante, quando aprendo un’app dal telefono abbiamo 50 suggerimenti ogni giorno su che cosa ascoltare. È innegabile che, se una volta per condividere la musica bisognava essere nella stessa stanza, o incontrarsi per scambiare un disco, oggi la stessa cosa avviene spesso senza neanche scambiare due parole, con l’invio di un link via app.
All’interno di questa nuova esperienza di ascolto, e in un mondo in cui è sempre più difficile aprirsi con gli altri, trovare qualcuno che capisce i tuoi problemi, che ha vissuto le tue stesse esperienze, che racconta la sua vita senza filtri, analizza l’attualità dal tuo stesso punto di vista, non ha paura di condividere con te le sue debolezze, i suoi demoni e le tragedie che lo hanno segnato, è un’esperienza di grande potenza emotiva. Questa potenza può averla solo chi ha vissuto veramente le tue stesse esperienze, chi ha avuto il tuo stesso percorso di vita.
Non è un caso che entrambe le band agli inizi del loro successo, nonostante la loro carriera relativamente breve, hanno raccolto una schiera di fan già grandicelli.
Perché si può dire che gli Idles hanno riportato il punk fra i giovani, ma lo si può dire consapevoli di avere una concezione di gioventù molto ampia e molto italiana.
Al Magnolia erano poche le persone sotto i trenta, pochissime quelle sotto i 25. Quindi usciamo subito da questa visione della band come quella che riporterà ai fasti del passato il punk. Primo perché non sono punk, o almeno non lo sono nello spirito con cui si identifica il punk degli anni ‘70. Secondo perché il loro pubblico non è giovane, ed è giusto che sia così, perché è proprio a quel pubblico non più tanto giovane che loro parlano e lo fanno come nessuno è riuscito a fare negli ultimi anni.
Gli Idles sono forse gli unici che sono riusciti a fare di un disco un manifesto generazionale in Europa (di QUELLA generazione) negli ultimi dieci anni, tralasciando per un attimo il rigurgito di ribellione politica e anti-razzista che l’era Trump ha causato negli Stati Uniti. Joy As An Act Of Resistance non è solo il titolo di un album, è un abbraccio a tutte le persone che si sentono in difficoltà, a tutti coloro che pensano di non poterne uscire, a chi pensa che la sua vita sia una merda, anche a chi non lo pensa, ma non vede margini di miglioramento per sé e per le persone che gli stanno vicino. La soluzione non è la rabbia, non è sfogarsi su chi è più debole o più povero di te, la soluzione è aprirsi, condividere i tuoi problemi e scoprire che sono gli stessi di chi ti sta vicino, nonostante la diffidenza che hai sempre avuto nei suoi confronti.



Anche nel loro modo di condurre lo show non c’è mai rabbia, ci sono sorrisi, c’è condivisione, c’è un rapporto diretto con il pubblico, quasi da stand-up comedy. Il pubblico è parte dello show, ed è di fondamentale importanza che se ne senta parte. La ricerca del contatto è continua, non tanto fisico, ma mentale, le parole che precedono ogni pezzo, il modo in cui Joe Talbot parla ti fa sentire direttamente coinvolto, a volte si rivolge direttamente a persone specifiche all’interno del pubblico, chiede quali pezzi devono suonare, spiega i testi, fa dediche particolari. Anche il suo modo di stare sul palco non è quello di un frontman classico, non ti sbatte in faccia il suo ego e la sua fiducia in sé stesso; coinvolge, occupa lo spazio, ma allo stesso tempo è come se ti dicesse: “Sì, io sono qui e sto facendo il concerto, però mi devi dare una mano, io sono come te e questa cosa la dobbiamo fare insieme, altrimenti non andiamo da nessuna parte”.
Il concerto non ha nulla di particolarmente scenografico, è solo una band che suona, ma la differenza la fa la capacità di comunicare di questa band. La verità è che oggi ci sono troppe band che non hanno nulla da dire, e te ne accorgi proprio quando vedi gli Idles dal vivo.
Erano anni che non vedevo mezzo Magnolia pogare per tutta la durata di un concerto, era tantissimo tempo che una band “nuova” non mi spingeva ad andare sotto il palco a partecipare al concerto, non solo a vederlo e sentirlo.
Non c’è rabbia neanche nell’esecuzione dei pezzi, che spesso vengono rallentati di un paio di bpm (l’iniziale Colossus in particolare), perché le canzoni veicolano un messaggio ed è importante che questo messaggio arrivi al meglio.  Rallentare per scandire meglio le parole, per dare il tempo al pubblico di elaborarle, per permettere a Joe Talbot di essere ancora più espressivo e convincente, anche da questo di capisce la maturità di una band.
Alla fine gli unici momenti particolari previsti nello show, sono un crowd surfing del chitarrista, e due ragazze fatte salire a suonare per un pezzo, tutte cose che si sono già viste, buone per le foto su instagram, ma il succo del concerto non sono quelle foto che avete visto su instagram.



Il succo del concerto non sono neanche i pezzi, che se vogliamo dirlo sembrano anche un po’ tutti uguali alla lunga, iniziano tutti alla stessa maniera e finché non arriva il ritornello spesso le differenze sono veramente poche (questa cosa è sì molto punk), il succo è quello che ti rimane quando vai via. Puoi anche non capire bene tutti i testi, puoi anche non sapere l’inglese, ma il messaggio passa lo stesso e ti rimane dentro per giorni a fermentare, finché poi non trovi il modo di farlo uscire. Io l’ho fatto scrivendo questo pezzo, ma sono convinto che molte altre persone che erano presenti al concerto lo hanno fatto in altri modi, condividendo e trasferendo quella positività nella vita di tutti i giorni.
Non erano la mia band preferita, ma probabilmente dopo aver scritto questo pezzo lo diventeranno.


7 novembre 2018

DAUGHTERS - YOU WON'T GET WHAT YOU WANT




Ci sono voluti 8 anni, fra scioglimento, reunion e dischi abortiti. 8 anni in cui il mondo è cambiato radicalmente, ma ha ancora un estremo bisogno di band come i Daughters.
Perché You Won’t Get What You Want non è solo un disco, è un manifesto, un macigno lanciato in una sala d’attesa gremita, senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze.
Il noise-rock fatto di chitarre abrasive di un tempo è morto e al loro posto si sentono le fiamme dell’inferno e le urla di anime dannate. Ma non è l’inferno dantesco, è quello post-industriale in cui viviamo tutti i giorni e in mezzo alle anime che urlano, se facciamo attenzione, possiamo riconoscere la nostra voce. Un’opera audace, difficile, che porta il noise ad un nuovo livello e segnerà il futuro di un genere che prima di questo disco non ne aveva.




20 settembre 2018

Il miglior disco italiano dell'anno.



In Italia la musica indipendente è ormai intrappolata dentro due macro categorie indissolubili: da una parte l'indie-it-electro-pop-cantautorale, dall'altra l'emo-post-qualsiasicosa. Due contenitori già sovraffollati da anni, nei quali però si trova sempre spazio per l'ennesima uscita uguale a tutte le altre venute prima, salvo alcune eccezioni. È facile in fondo. Ci si affida a un pubblico settoriale, con canali ben delineati, ci si appoggia un po' a tutto ciò che è venuto prima, prendendo un po' da uno e un po' dall'altro, ci si conosce tutti, ma soprattutto si è tutti parte di un "sistema", prima o poi tutti organizzano un concerto, tutti avviano un ufficio stampa o una booking, tutti scrivono di musica, tutti fanno un disco, tutti fanno foto, le persone che ascoltano e basta si contano sulle dita di una mano, quindi a pochi conviene esporsi con giudizi negativi su una band o un artista se sono già entrati nel giro. Così va a finire che si galleggia a distanza di sicurezza dalla mediocrità, nessuno fa cagare, ma allo stesso tempo nessuno fa la differenza. Questo succede anche a causa di una costellazione di microetichette, microbooking, micro uffici stampa, dotate di buona volontà e buone intenzioni, ma che in molti casi non hanno i mezzi per permettere a una band o a un artista di crescere.
Difficilmente qualcuno che faccia qualcosa di originale, che mischi le carte, qualcuno che segua un percorso personale e fuori dagli schemi trova spazio, perché invece di premiarlo si tende a isolarlo, perché altrimenti si devono creare canali che non ci sono, bisogna creare un pubblico nuovo ma si tende a rimanere nel proprio orticello: è più semplice e si raggiungono gli stessi risultati con meno sforzi.
Per riuscire a farsi spazio un artista con le caratteristiche sopra elencate, deve essere veramente bravo, anzi deve essere molto, ma molto più bravo di quelli che solitamente lo occupano quello spazio, e per prenderselo la sua qualità deve essere incontrovertibile.

Questo è accaduto nel 2015 con l'esordio degli Any Other, grazie (davvero, grazie) a un'etichetta che (guardacaso) era un po' fuori da tutti i giochi di ruolo di cui sopra, essendo nuova: la Bello Records di Massimo Fiorio e Rossana Savino.



La musica di Adele Nigro non è mai stata facilmente catalogabile, mi stupii molto vedere quanto circolò all'inizio Silently, Quietly, Going Away, quanto se ne parlò (più perché l'etichetta era gestita da un gatto che per il disco, se vogliamo dirla tutta, ma è stata una mossa intelligente), perché era chiaro che era un qualcosa che rompeva gli schemi, ma ancora non potevamo immaginare quanto.
Il primo album degli Any Other non era né cantautorale, né emo, né electro, né punk. Andava a pescare in quell'indie anni '90, un po' Built To Spill, un po' Courtney Barnett, un po' Speedy Ortiz, che in Italia non ha mai avuto una vera scena e oggi men che meno. Non era un disco difficile però: si basava principalmente su accordoni di chitarra con un leggero crunch e su un impianto di basso e batteria molto semplice e funzionale ai pezzi, ma si sentiva subito che aveva qualcosa di speciale.
Le linee vocali di Adele erano già molti gradini sopra la media italiana, il suo modo di cantare era ed è totalmente slegato dagli stilemi della canzone popolare italiana, cosa rarissima, perché volenti o nolenti l'abbiamo tutti nel nostro dna e si sente anche nel disco più hardcore che abbiate mai fatto.
Nonostante questo però, non ha avuto lo spazio che si meritava.





Silently ecc. però era solo un passaggio, forse obbligato, una piattaforma solida su cui poggiare una rampa di lancio, perché ad ascoltare il nuovo Two Geography, il precedente disco sembra un esercizio, un gioco. La ragazza è cresciuta musicalmente molto più che anagraficamente in questi tre anni.
L'impianto della band classica, chitarra basso batteria, viene lasciato da parte per fare spazio a strumenti nuovi e ad arrangiamenti di matrice più acustica, la chitarra elettrica quasi sparisce, ed entrano nello spettro, violini, fiati, pianoforti e Rhodes. Quella che prima sembrava una band vera e propria ora suona come un gruppo di turnisti al servizio della cantante. C'è molto più spazio per far risaltare le doti di Adele, che non si lascia pregare e sfrutta quello spazio come nessun'altra sarebbe in grado di fare.



La cosa che lascia piacevolmente spiazzati sono gli arrangiamenti: quando serve si cerca sempre la soluzione diagonale, inaspettata, i pattern di batteria caratterizzano in modo particolare l'andamento dei pezzi, con soluzioni che oserei definire "nationaliane" (in questo senso il cambio di batterista è stato fondamentale), come si può sentire già al primo impatto con il singolo Walkthrough. Tutto questo senza però esagerare, perché il disco ha due anime, una possiamo definirla "jazz", dove le soluzioni citate sono la caratteristica principale, oltre alle linee vocali sorprendenti, e un'altra folk, dove, con molta intelligenza, si va verso il minimalismo, lasciando la chitarra acustica in primissimo piano, impreziosita solo da alcuni interventi discreti, che siano violini, o batteria spazzolata (o anche nulla) come in Breastbones, che profuma molto di Sufjan Stevens.
È come giocare a uno sparatutto, in cui tu punti principalmente verso il centro dello schermo, perché la maggior parte dei cattivi da uccidere arrivano da lì, invece quando meno te l'aspetti ne salta fuori uno dall'angolo in basso a sinistra ed è GAME OVER.
Gli arrangiamenti di Two Geography sono così, ti mandano sempre in game over.
Già l'apertura del disco non è il solito pezzo "confortevole", quello che serve a convincere l'ascoltatore a proseguire, è una pennata continua di chitarra acustica, che ricorda il Josh T. Pearson di Last Of The Country Gentlemen, un momento di attesa, di sospensione, che poi "esplode" nel finale. Tutto l'album è una continua alternanza fra pezzi "difficili" e ballate acustiche. L'unico pezzo che ricorda da lontano i vecchi Any Other è Perkins, dove la chitarra elettrica torna protagonista sul finale e si risente una batteria con un 4/4 classico. Il resto è una piccola grande rivoluzione.
Sul finale poi, dopo un probabile singolo (giuro di averlo scritto prima che uscisse) come Capricorn No arriva forse il pezzo più audace, in cui gli strumenti formano un tappeto elastico, di quelli un po' sgualciti, sui quali è poggiato uno leggero strato d'acqua dopo un temporale. Un tappeto fatto di lunghi accordi e vibrazioni di fiati e batteria che increspano l'acqua, sopra al quale la voce di Adele rimbalza e si diverte con evoluzioni a corpo libero, per poi finire un una nebbia sonica di feedback acustico e ripetizioni ossessive e psych.



Un disco eterogeneo ma con un forte carattere, che testimonia una crescita e una maturità sorprendenti, oltre a una voglia di migliorarsi e di sperimentare che nei prossimi anni spero possa portare il progetto ad essere una realtà internazionale consolidata.
Perché gli Any Other non hanno bisogno di spazio in Italia, la partecipazione al Primavera Sound non è un caso, così come non lo è il tour europeo intrapreso ancora prima di presentare il disco in Italia (cosa che succederà quest'inverno). Siamo noi che abbiamo bisogno di Adele Nigro e soci e di molti altri come loro per far crescere tutto l'indie italiano. Per dimostrare a tutti che si può e si deve fare spazio anche a chi non ha un contenitore prefustellato, perché se progetti come questo trovano spazio ne guadagnano tutti, si creano nuovi canali, si arriva a persone nuove, creando un piccolo ma indispensabile ricambio nel pubblico che segue i concerti e le uscite discografiche di un certo tipo. Serve ossigeno nuovo in un ambiente che tende troppo spesso a chiudersi su sé stesso e gli Any Other sono una bombola di ossigeno da 20 litri.
Con largo anticipo, questo sarà per me il miglior disco italiano del 2018 e uno dei migliori in assoluto dell'anno, non tanto per il valore assoluto, perché il percorso è appena iniziato e ha comunque alcuni piccoli difetti che però lo rendono fresco, stimolante, ma perché esprime un potenziale enorme.
Sembrerà un azzardo ma qui siamo di fronte a una nuova Fiona Apple, o, essendo la chitarra acustica il suo strumento principale, a una nuova Ani Di Franco. Ma non la nuova Ani Di Franco italiana, la nuova Ani Di Franco e basta.



29 maggio 2018

Calcutta ci sta prendendo per il culo. O forse no.



È da poco uscito Evergreen di Calcutta e subito, ma anche prima dell’uscita, si sono sprecati i commenti e le recensioni lampo. Non ho mai capito come si fa a recensire un disco il giorno stesso dell’uscita, dopo mezzo ascolto fatto su un tram mentre si chatta su Telegram o si controlla Facebook.
Ultimamente poi con questa usanza e questa voglia inutile di essere i primi a sparare una sentenza, si sono stroncati dischi bellissimi sulla base di nulla, come è capitato a inizio 2017 con I See You degli XX.
Il problema principale è che giudichiamo i dischi per quello che vorremmo che fossero e non per quello che sono. Bisogna dare tempo al disco di rivelarsi per quello che è e dare tempo a noi, per capirlo. Un disco è come una persona, ci sono persone con cui al primo sguardo si va d’accordo subito, ci sono quelle che bisogna litigarci per scoprire di essere amici e invece poi ci sono i cavalli che sono delle brutte persone. La stessa cosa vale con i dischi.
Tutta questa manfrina, per dire che quello che sto andando a fare non è una recensione, ma è l’esigenza di fissare le prime impressioni su un disco che sarà forse ancora più importante del suo predecessore.
Con tutti i singoli usciti, si poteva pensare che Evergreen fosse un disco pieno di ritornelli killer, leggero, di facile presa, uno di quelli che non fai altro che cantarlo senza pensare troppo a quello che c’è sotto, io per primo lo pensavo, e tutto sommato l’idea non mi dispiaceva, perché è anche un po’ quello che vuoi da un personaggio così, fra mille ascolti “difficili” ogni tanto in macchina di notte, ci vuole un po’ di Calcutta.
Quando poi il disco si è rivelato e ho avuto la possibilità di ascoltarlo tutto sono rimasto un po’ spiazzato.
Perché sì Evergreen è un disco pieno di ritornelli killer, ma non solo. Qui stiamo parlando non di un disco con due lati, ma di un disco con due strati e forse anche di più.
In questi giorni di Giro d’Italia, mi immagino l’album come una tappa di montagna, dove i gpm (gran premi della montagna, le cime dei monti) formano una linea immaginaria che è il primo strato del disco, le parti più emozionanti, i singoli, gli scatti fulminanti come quello di Froome sul Colle delle Finestre, i ritornelli, quelli che colpiscono di più lo spettatore distratto. Invece il secondo strato è formato dalle valli, dai tratti in piano, dai sali-scendi, quelli più noiosi per lo spettacolo, ma dove si costruisce l’ossatura del giro e del gruppo, dove si decidono le tattiche, dove si “tira” e ci si può permettere di fare qualcosa di inusuale, come mandare una dedica alla moglie o pisciare in corsa a lato strada senza fermare la bici.
Sono rimasto un po’ spiazzato perché la partenza, naturalmente, è dalla valle, dalla pianura, e Briciole è pezzo atipico, almeno se rapportato a Mainstream.
Ma prima di parlare del secondo strato, volevo analizzare il primo:

Paracetamolo, Pesto, Hubner, Orgasmo, Kiwi.

Questi cinque pezzi formano uno strato compatto, tanto che al primo ascolto quasi ti dimentichi dell’altro. Parole semplici, dirette, messe al punto giusto e con la giusta metrica, che ti si stampano in testa. Parole semplici, ma non banali. Perché mettere in un ritornello un insulto come “Ue deficiente” non è banale, è come la fontana di Duchamp, è una “cazzata”, ma devi avere l’idea per farla e quello che fa la differenza.
Che poi ue deficiente è proprio un bell'insulto. Perché nel momento in cui la lingua italiana viene stuprata ogni giorno, soprattutto dai "nuovi" politici e l'analfabetismo ormai è motivo di vanto, un insulto che contiene una regola base di grammatica come la "i" in mezzo alla "c" e alla "e" è a suo modo rivoluzionario.
Stesso discorso vale per “Lo sai che la tachipirina 500 se ne prendi due diventa 1000”, la prima reazione è “che coglione”, ma ci vuole anche coraggio per dire chissenefrega, e iniziare un pezzo con una frase così assurda. Perché il Paracetamolo è una cosa che abbiamo imparato a conoscere in questi anni, con i farmaci equivalenti, prima era solo una delle tante parole che conoscevano solo i farmacisti e per noi una valeva l’altra. È una parola che a suo modo identifica una generazione.
Stesso discorso vale per Dario Hubner, anche quello all’inizio ti strappa un sorriso, ma è un nome che identifica una generazione ben precisa, un tipo di calcio che oggi non c’è più e che solo alcune persone identificano come “poesia”, perché Hubner è poesia, non scherziamo.
Anche con un semplice nome Calcutta sa rievocare un mondo, un’appartenenza, come il Frosinone in serie A di Mainstream.



Ma non è fatto solo di parole e ritornelli killer il primo strato, perché azzeccare una melodia capita a tutti una volta, ma la bellezza e la qualità di una canzone pop con la struttura canonica, la si riconosce dallo special, e Paracetamolo come altre di Calcutta, ha uno special che è una canzone dentro la canzone. In questo special (da 1:40 nel video) è incluso, come una sorta di yin e yang, un piccolo pezzo del secondo strato, una sorta di canzone nella canzone, che in mezzo a un singolo spacca classifica mette psichedelia, california, acidi, riverberi, dilatazioni, tutto concentrato in pochi secondi.
Ma ogni pezzo del primo strato ha dentro qualcosa del secondo, che non sto qui ad elencarvi perché altrimenti diventerebbe un libro e con gli ascolti è come sfogliare un carciofo fino ad arrivare al cuore, dove c’è il fiore.

Il secondo invece è quello più sorprendente, quello che indica la direzione in cui probabilmente andrà Calcutta:

Briciole, Saliva, Dateo, Nuda Nudissima, Rai.

La prima, di cui accennavo più sopra è uno spartiacque, è messa lì come avvertimento, ad indicare che qui una volta era tutto un Cosa Mi Manchi a Fare, ma adesso ci sono cemento e palazzi. Sembrerà strano, ma io ci sento un po’ di Cremonini, perché Edoardo, oltre al cantautorato italiano dagli anni sessanta ad oggi, va a pescare anche nella vena pop-psichedelica dei Beatles o dei Beach Boys. Infatti nonostante sia spiazzante e insieme a Saliva, sia profondamente diversa dai pezzi del primo strato è ancora nulla rispetto a quello che verrà.
Il punto focale dell’album è la doppietta Nuda Nudissima, Rai. È qui che si apre un mondo, che era forse presente in qualche modo nel primissimo disco (Forse…), come idea ma non nella forma.
La prima inizia con una chitarra che sembra un banco di nebbia artica, di quelle che ti bruciano gli occhi, con un flanger tirato a cannone che fa perdere i confini della distorsione e rimane nel sottobosco del pezzo per tutta la durata. Qui la forma canzone si sgretola, non c’è un ritornello vero, la successione di accordi si fa meno netta e più liquida, acida. Qui gli ultimi anni ‘60 si sentono fortissimo, si perde la dimensione cantautorale, per tuffarsi a bomba nel pop psichedelico, si sente dai coretti, dai sinth che puntellano tutto il pezzo con interventi sghembi, diagonali. Nuda Nudissima è il classico pezzo che non piace a nessuno, quello che dal vivo ha una resa pessima e manda tutti a prendere la birra, ma è qui che bisogna cercare il vero Calcutta, è qui che viene fuori la capacità di un autore che non scrive solo singoli buoni per vendere.


Perché il problema dell’indie vs mainstream è tutto qui, finché scrivi pezzi “difficili” ma non ti fai capire dal pubblico rimani nel tuo orticello e non vai più in là. Non è tutto, può anche non interessarti, ma poi non te la devi prendere con chi riesce a fare quel passo, usando come scusa la mancanza di qualità. Non tutti vivono la musica come una passione, la maggior parte della gente la vive come un passatempo, un riempitivo, e non è dicendogli “guarda che io sono più bravo e quello che ascolti tu è tutta una merda” che la convinci a fare un passo in più, verso la musica più nascosta e forse di maggiore qualità, ma quello è tutto da vedere.
Ti devi aprire a quel mondo, devi farti capire, devi convincere qualcuno di cui non gli interessa un cazzo di quello che fai che potrebbe interessargli. L’ha capito anche Manuel Agnelli a 50 anni, che per entrare in un certo mondo devi giocare nel loro campo, non puoi portarlo nel tuo con la pretesa di essere migliore di loro. Tutto questo dopo aver buttato nel cesso un’occasione d’oro a Sanremo, presentando un pezzo inascoltabile per la maggior parte delle persone abituate a vederlo (era il 2011 ed era molto diverso da oggi), completamente fuori contesto, senza un ritornello vero e con una resa sonora pessima in tv. Pretendendo che quelle stesse persone andassero a comprare una compilation diversa da quella di Sanremo per sentire il loro pezzo e quello di altre band del panorama indie. Pensate se gli Afterhours avessere presentato un pezzo tipo Quello Che Non C’è, o Voglio Una Pelle Splendida, quanta gente avrebbe comprato quella compilation e quanti avrebbero scoperto molte altre band.



Invece ci è voluto X- Factor per rompere quel muro e far capire ad Agnelli che non è tutta merda il mainstream e ci si può mettere le mani senza sporcarsi, per poter portare il tuo mondo dentro a quello, con Ossigeno.
Ecco, Mainstream di Calcutta era il corrispettivo, probabilmente inconsapevole, di X-Factor per Agnelli, invece Evergreen è il suo Ossigeno.
Dopo questa divagazione che non so più da dov’è partita, l’ultimo punto fondamentale del disco è appunto Rai. Giuro che è stato inconsapevole questo rimando.
Rai è un’altra trappola, perché parte come un classico singolone di Calcutta, piano e voce, ma poi prende una sorta di scala di Escher e non si capisce più dove vada a finire. Cresce, cambia, sembra quasi un pezzo solista di Morgan, parte da un punto per finire da tutt’altra parte, non c’è una ripetizione per tutto il pezzo, è pura fantasia, estro, è una specie di operetta pop, inusualmente piena di arrangiamenti complessi, violini, sinth, rhodes, scale di chitarra simili a quelle di un clavicembalo (particolarmente amato da Morgan).



E alla fine si torna a casa con Orgasmo, ma anche lì non è tutto mainstream quello che luccica.
È un disco che avrà bisogno ancora di molti ascolti per rivelare tutti i suoi segreti, ma come dicevo all’inizio è ben lontano dall’essere una semplice raccolta di singoli per l’estate, sarà a mio avviso un disco importante, che riporterà la barra del cantautorato indie verso un salto di qualità. Cantautorato indie che ora è strenuamente impegnato a cercare il successo che prima diceva di non volere, con canzoncine e nomi tutti uguali, per cercare la reiterazione dei due (Calcutta e Paradiso) che hanno smascherato l’ipocrisia di un ambiente troppo impegnato a pisciarsi sulle scarpe, invece di farlo in corsa a lato strada, senza fermare la bici.

Ah, se sei arrivato fin qui e ti stai chiedendo cosa c'entra il titolo, niente, non c'entra niente. O forse no.

28 febbraio 2018

2017: la mia classifica e i suoi perché.

Quest'anno, contro ogni previsione, ho messo in fila dieci dischi per Rumore.
Non è stato semplice, ma neanche così difficile come pensavo. Come saprete se avete letto in passato le mie cose, non credo che le classifiche di chi come me non scrive per mestiere, siano molto valide. La quantità di dischi che ascolto in un anno non danno neanche lontanamente una visione veritiera di quello che possono essere le migliori uscite. Ma volendo dare il mio contributo al classificone di fine anno, ne ho stilata una personale.
Dato che fare un elenco senza spiegare il perché  questi dischi sono finiti in classifica (come invece era stato fatto per il classificone di fine anno), rimane un esercizio simpatico ma un po' limitante per ovvie ragioni di mancanza di spazio, ho pensato di fare come gli altri anni. Su queste pagine eleggevo uno o due dischi dell'anno e ne entravo in profondità, farlo per dieci non mi permetterà di spiegarli così bene, ma almeno spiegherò il motivo per il quale li ho scelti.
Purtroppo, nonostante le più rosee aspettative, questo pezzo ha dormito qui per un mese con solo le prime 4 posizioni spiegate, cercando di trovare il tempo di proseguire nella descrizione dei restanti album. Arrivati però al 27 febbraio: ora o mai più.





1. THE NATIONAL - SLEEP WILL BEAST
Non è un mistero che la band in questione sia una di quelle che più ho apprezzato in questi ultimi anni, ma questo disco va al di là del gusto personale. Sleep Will Beast è un disco enorme, per produzione, songwriting, arrangiamenti, testi. Inoltre rappresenta un svolta importante per la band, che finalmente e definitivamente buca quel muro che li voleva relegare per sempre a band di nicchia, per diventare uno delle band più importanti dell'indie statunitense e mondiale; al pari di Vampire Weekend, Strokes, Interpol, pur mantenendo un profilo molto più basso.
In Sleep Will Beast la band abbandona le strutture e l'impianto compositivo che da sempre l'ha caratterizzata. Abbandona l'impalcatura delle chitarre, per costruire molti pezzi al piano o su trame di sinth e batteria elettronica. Allo stesso tempo però da molta più importanza alle chitarre stesse, ritagliando spazi per assoli, interventi di noise e feedback, quasi riportando lo strumento alle sue radici punk, inserendola tuttavia in un contesto che punta più verso il cantautorato. Se vogliamo fare un paragone, è un po' quello che fa Warren Ellis con le trame colte e austere di Nick Cave.
Oltre a questo smonta anche tutto l'impianto ritmico, rinunciando ai pattern complessi e contorti, che fino a ieri davano un'impronta inconfondibile ai loro pezzi.
Spogliandosi di tutto ciò che ha caratterizzato le loro composizioni fino a qualche anno fa, sono riusciti a ripartire da zero, non perdendo però nulla del loro stile. Hanno usato la stessa materia primordiale per costruire in modo diverso: così facendo sono riusciti a dare sfogo a quel nervosismo, quella carica repressa e latente che caratterizzava tutti i loro pezzi. Quella carica che rimane compressa durante i loro live, per poi crescere e investire il pubblico con un onda che si propaga anche per i giorni successivi. Sono riusciti a convogliare questa energia, questa rabbia, che si avverte da sempre nei loro dischi, dargli un senso, uno scopo: scomporla in disperazione e rassegnazione, ma anche romanticismo, amore e speranza, nonostante la negatività dei testi di Matt Berninger.
Un pezzo su tutti che testimonia questa trasformazione è Guilty Party, un capolavoro assoluto e un classico che rimarrà negli anni.




2. ALGIERS - THE UNDERSIDE OF POWER
Erano già il mio disco dell'anno nel 2015, perché al giorno d'oggi vedere nascere un nuovo genere rappresentato da una sola band capace di esprimerlo non capita spesso. Gli Algiers questo hanno fatto. Hanno inventato il loro genere musicale, mettendo insieme il gospel, il blues e lo spiritual con l'elettronica, l'industrial e il post-punk.
Quando però ti muovi in bilico fra diversi generi è un attimo cadere, perdere la propria peculiarità o perdere in forza espressiva. Gli Algiers sono invece riusciti a mantenere l'equilibrio e, non contenti, hanno marcato confini  ancora più netti rispetto al precedente capitolo. Spesso però nel secondo disco le band perdono la capacità di scrivere pezzi efficaci e i singoli che hanno accompagnato il successo più o meno grande del primo diventano solo un lontano ricordo. Gli Algiers, invece, anche in questo caso sono stati capaci di mantenere alto il tiro, piazzando un paio di pezzi che sono già diventati capisaldi della loro produzione, come la title track e Mme Rieux, una ballata dove Franklin James Fisher ha totale libertà di movimento e viene fuori con tutta la sua voce: una voce importante del nostro tempo, che si porta dentro la storia di un popolo e di un genere nato per alleviare la sofferenza degli oppressi.
Gli Algiers hanno anticipato i tempi, portando la musica di rivolta nuovamente al centro dell'attenzione, ora quella rivolta la guidano con fermezza e autorità.



 3. GAYTHEIST - LET'S JAM AGAIN SOON
Dischi così ne escono pochi ultimamente. Quella botta, quella violenza, quel viaggiare sempre sul punto di rottura, il modo in cui le chitarre irrompono fuori dalle casse. Solo altre due volte negli ultimi anni mi è capitato di sentire un disco con l'urgenza di Let's Jam Again Soon: nel 2011 con Ruiner degli Whores e nel 2012 con l'esordio dei Metz.
I Gaytheist hanno messo insieme un disco che è un susseguirsi di rasoiate, veloci, letali. Non c'è respiro, sembra che non riescano a contenere la violenza che sfogano sugli strumenti e sul microfono. Continui stop and go, tempi dispari, cambi di tempo, la batteria che riempie ogni buco sotto le chitarre e sembra non volersi fermare mai, la voce che è continuamente sul punto di strapparsi e basso e chitarra che tritano qualsiasi cosa, come un compattatore di rifiuti.



4. SORORITY NOISE - YOU'RE NOT AS____AS YOU THINK
L'uno-due con cui parte questo disco basterebbe da solo per finire in questa classifica. Il riff iniziale di No Halo, con il suo ritornello che sembra fatto apposta da gridare in macchina; il ritornello strumentale di A Protrait Of, che ci vuole poco per ritrovarsi con una lacrima sulla guancia. Ma non è tutto qui. You're Not As... è un disco che sfonda i confini dell'emo, per portare il genere in una fase più matura, accostarlo al cantautorato e all'art rock.
Non è un caso se dopo il già citato uno-due iniziale, si tira subito il freno con una "lettera" pacata e sussurrata, che fa coppia con la traccia n.8, rispettivamente First Letter From St. Sean e Second Letter From St. Julien. Il tema della morte, sul quale si basa tutto il disco, viene fuori nudo e crudo sulla prima, con un ritornello che recita: "When your best friend dies and your next friend dies, and your best friend's friend takes his life". La seconda invece è un crescendo che esplode sul finale con un coro che è forse il punto più alto di tutto il disco: "And if there's a god, do I make him proud? Put a smile on her face? And if you're with god, am I making you proud, by waking up each day?".
Ma anche qui nonostante i testi pesino come un macigno, c'è sempre un velo di speranza e di redenzione nelle note dei Sorority Noise. Le frasi sussurrate, quasi recitate, miste a cori urlati e disperati, creano un saliscendi che fa scoppiare il cuore e viene voglia di urlare insieme a loro. 
In fondo, se i The National facessero emo, sarebbero i Sorority Noise.



La classifica completa:



25 aprile 2017

RECENSIONE: Antemasque


ANTEMASQUE - Antemasque

Nadie

Ascolta: People Forget

“And Now for Something Completely Different” direbbero i Monty Python. Un’altra metamorfosi, o meglio un’altra reincarnazione per Omar e Cedric, che dopo aver mandato a monte i Mars Volta, tornano con un nuovo progetto che stupisce per la loro capacità straordinaria di cambiare pelle. Produzione grezza e scarna, pezzi sotto i 4 minuti (tranne uno) dalla struttura semplice, per una durata totale di neanche 35. Ritmi serrati, distorsioni garage e pochissimi effetti, la voce di Cedric sporca e arrembante. Senza dubbio è il disco più punk che abbiano mai fatto. La cosa che stupisce di più è la rabbia e l’irruenza da debuttanti di cui è permeato il disco, nonostante i loro quasi 20 anni di carriera. Il risultato finale è un vero e proprio schiaffo in faccia: rapido, pungente e bruciante.

Voto 9.

Da Rumore n.273, settembre 2014.

20 febbraio 2015

Cuore e chitarre: i dischi dell'anno.





Sono ormai settimane, mesi che penso a quale possa essere stato il mio disco del 2014, senza trovarlo. Ho scandagliato le varie classifiche che sono uscite senza trovare uno spunto che mi potesse dare una mano. Perché in tutte queste ci sono dei grandi dischi, come quello di The War on Drugs o St. Vincent (che ci è andata vicino all’essere il mio disco dell’anno).

Però il ruolo di una classifica secondo me dovrebbe essere quello di tirare fuori cose inaspettate, oltre a quelli che oggettivamente sono stati i dischi migliori, bisognerebbe andare a cercare indietro, scavare in quei dischi dei quali si è parlato poco, o di cui non si è parlato affatto, perché col tempo la percezione di un disco può essere cambiata. Che senso ha fare mille classifiche se poi sono tutte identiche, cambiano solo le posizioni in cui sono messi i dischi?

Mi pare inoltre che il successo di pubblico in alcuni casi sia una discriminante per l’ingresso in graduatoria. C’è stato un flame pazzesco sulla classifica di Rolling Stone, accusato di aver messo in prima posizione gli U2 e in seconda Bruce Springsteen. Il primo posto è esagerato, sicuramente, ma anche se avessero fatto il disco più bello della storia della musica, non sarebbe stato comunque inserito in nessuna delle classifiche delle testate meno popolari (inteso come target).

Quella di RS è stata l’unica dove ho trovato cose più popolari, mainstream, per quanto questo termine non valga nulla ormai, mischiate a cose più nascoste e meno conosciute. Ho trovato molti più spunti interessanti nella sua che in molte altre che hanno messo ai primi posti Kozelek, the War on Drugs e St. Vincent.

Tornando a me, ho cercato di capire il perché di questa difficoltà a trovare il disco dell’anno. La prima potrebbero essere le collaborazioni con Rumore e DIYSCO (a proposito avete già dato un occhio al sito? Ci sono un sacco di band interessanti). Oltre a qualche recensione e report che scrivo saltuariamente, le rubriche che tengo, GigLife sul sito e In Arrivo sul cartaceo per Rumore e Banquet per DIYSCO, mi portano ad ascoltare moltissima roba.

Per quel che riguarda Rumore, pur essendo una rubrica che segnala i live in arrivo, non è così banale come sembra. Lo scopo che mi sono prefissato è quello di dare un motivo, di spiegare il perché un live è segnalato, perché bisogna andarlo a vedere, e segnalare solo quelli che vale la pena vedere. Così per ogni concerto o tour, a meno che non conosca già la band o l’artista, devo ascoltare, informarmi, valutare.

Questo mi ha fatto scoprire un sacco di cose nuove, ultimi i Lonely the Brave che hanno fatto un disco che fa scoppiare il cuore (che ho scoperto troppo tardi, ma sarebbe stato in ballottaggio), ma per forza di cose ha frammentato un po’ i miei ascolti.
Anche per Banquet su DIYSCO, occupandomi di etichette e tutto quello che fornisce e produce musica, per ogni puntata vengo a contatto con una nuova realtà che produce un tot di dischi, di band, e devo ascoltare, capire, vedere chi vale la pena segnalare nell’articolo e anche in questo caso gli ascolti si frammentano.

In ogni caso consiglio vivamente a chi inizia a scrivere di musica di tenere una rubrica che lo obblighi a venire a contatto con tante band in poco tempo, come quelle che curo io, perché ci si fa una cultura ampia e diversificata in un attimo.

Altro elemento di disturbo è stato Deezer, invenzione meravigliosa e mai più senza, ma devo ancora farci l’abitudine. Perché in qualche modo rende ancora più sfuggevole la musica, almeno per come lo uso io. E’ tutto lì a portata di mano e puoi ascoltare tutto in un secondo, senza dover cercare, senza scaricare, è lì, devi solo schiacciare play.

Prima ascoltavo un disco intero solo se mi interessava veramente, se i singoli o i pezzi che trovavo in rete mi soddisfacevano tutti, ora essendo raggiungibile senza nessuna fatica, credo di aver perso parecchio tempo quest’anno ad ascoltare dischi che poi alla fine si sono rivelati niente di che.
Roba da fessi, lo so, ma quando ti piace la musica ascoltarne il più possibile sembra il modo migliore per soddisfarne la voglia, ma il più delle volte non è così. Almeno per me.

Nel 2014 poi ho comprato molti vinili e me ne sono stati regalati, che per me sono il modo migliore per ascoltare musica (per me, ribadisco, no voglio aizzare la faida), ma pochi sono stati quelli usciti nel 2014. In ogni caso uno di quelli che ho comprato sarà un disco di cui vi parlerò.
Allora ho cambiato tattica e ho pensato, qual è il disco che ho ascoltato di più? Quali sono quelli che ho consumato?. Ecco. A volte, soprattutto chi ha a che fare spesso con la musica e ancora di più chi ne scrive, dimentichiamo che al di là di tutto c’è anche il cuore. La musica che colpisce lì è quella che ci portiamo di­etro per tutta la vita. Mi rendo conto che facendo questo discorso posso sembrare Simona Ventura a X-Factor, ma è così e lo sarà sempre e non è un aspetto da sottovalutare.

Ok l’arrangiamento geniale, il tempo che ti stupisce, il suono nuovo e la soluzione intelligente che rende la band o l’artista degno di considerazione e cool, ma ci sono un sacco di dischi che non vengono recensiti bene, o non vengono neanche considerati, che hanno dentro qualcosa che abbatte le tue difese ti conquista. La musica è anche cuore, intrattenimento, puro piacere di ascoltare una bella canzone, altrimenti saremmo solo dei medici legali che fanno autopsie ai dischi.

In un futuro inevitabilmente fatto di elettronica, nel quale le band come le abbiamo conosciute fino ad ora avranno sempre meno spazio, così come le chitarre, ho individuato due dischi e due band uscite l’anno scor­so che hanno avuto la capacità di aprirmi in due come un’accetta. Due band dove le chitarre sono l’elemento principale e il punto di forza, dove le chitarre non fanno nulla di clamoroso ma sono lì a fare quello che serve e lo fanno al massimo. Tanto che non mi capitava di stupirmi per due dischi di matrice punk (solo la matrice, perché poi sono molto diversi dal punk) da secoli.
Il primo in ordine di uscita è la mia copertina Facebook già da un po’, ma non è lì per quel motivo, anzi ci è finita piuttosto casualmente, perché volevo cambiare e non sapevo cosa mettere.



Questo è un disco che è cresciuto piano piano, al primo ascolto mi è stato quasi indifferente, ma ci ho colto una sofferenza che mi ha tenuto lì incollato. Perché la sensibilità di chi ha passato qualche brutto momento è sempre qualcosa di prezioso, una sorta di sesto senso. Quando colgo in qualcosa questa sensibilità, so che mi devo soffermare un attimo in più rispetto al resto, perché lì c’è qual­cosa che non troverò da nessun’altra parte.
Così è stato per i Nothing, ascolto dopo ascolto mi si è cucito addosso, è entrato dentro e ha iniziato a scav­are. Fino a diventare un compagno di tutti i giorni. Davvero. L’ho ascoltato ininterrottamente per non so quanto e ogni volta mi piaceva e mi piace sempre di più.



La cosa che più mi colpisce di Guilty of Everything ogni volta sono le distorsioni. Non è un disco metal o hardcore, ma le distorsioni sono così cariche che sembrano esplodere, allo stesso tempo però sono calde e liquide, le chitarre sanguinano, sono come un’abrasione sulla pelle.
In questa tempesta di rumore impastato di tristezza, la voce è un sussurro lontano, caldo, rassicurante.
I testi sono ermetici, brevi, versi di poche parole, strutturati come poesie e pesanti come macigni.

Spent summer in a well
Watching pale moons disappear
Alone
And crucifixion seems noble
When paradise is hell
Alone

Queste sono le prime parole del disco, il benvenuto:

Passare l’estate in un buco
Guardando lune pallide che scompaiono
Da solo
E la crocifissione sembra nobile
quando il paradiso è un inferno
Da solo

Le foto che accompagnano i testi nell’artwork del disco (l’artwork, il libretto, per esempio Deezer e Spotify potrebbero dare più informazioni sui dischi), non lasciano spazio all’immaginazione e alla speranza.
Get Well è quella che colpisce di più, sette versi, massimo sei parole per ognuno:

It’s easier to miss
On night as dark as this
But the black clouds
Still follow us around
There’s gotta be a place
To escape from the rain
But I can’t find it

Questo è tutto il pezzo:

E’ più facile perdersi
In notti buie come questa
Ma le nuvole nere
Ci stanno ancora inseguendo
Ci deve essere un posto
dove rifugiarsi dalla pioggia
ma non riesco a trovarlo

Di fianco una foto in primissimo piano di un braccio con laccio emostatico e sirigna conficcata nella vena con l’altra mano.

Oppure Somersault, un pezzo molto drammatico, che inizia con un accordo sospeso e la voce molto river­berata che sembra nascondersi dietro al delay della chitarra:

Outside the door
The world’s alive
I’ll stay hide on the other side
I’m spinning
Faster then the earth
I’m shining
Brighter than the star

Fuori dalla porta/ il mondo è vivo/ Io starò nascosto dalla parte opposta/ sto girando più veloce della terra/ sto brillando più luminoso di una stella. 

Di fianco una foto di un carcere.

Qui ci ricolleghiamo al discorso che facevo all’inizio, della sofferenza e quel tipo di sensibilità che ne deriva e anche al perché di questo suono particolare.
Il chitarrista e fondatore della band, Domenic Palermo, in precedenza suonava in una band hardcore, gli Horror Show, ma nel 2002 la band si deve fermare e non per un motivo banale, Domenic finisce in carcere per due anni, per un accoltellamento. Scontata la pena rimane lontano dalla musica, dove torna nel 2011 con questo progetto, incontra brandon Setta, la voce dei Nothing e danno vita a questo suono insieme a Chris Betts e Kyle Kimball batterista incredibile e fondamenta solidissime sulle quali si posa la band.

Questa è l’origine di questo disco: hardcore, carcere, brutte storie.
Su tutto questo ci si mette il sigillo di qualità della Relapse, che nonostante si occupi principalmente di metal, post-hc, e simili ha deciso di produrre questo disco, direi che ha fatto gran bene.
A proposito, Relapse quest’anno compie venticinque anni, VENTICINQUE. Anni in cui non ha mai sbagliato un colpo e durante i quali ha prodotto dischi che hanno segnato e cambiato il mio modo di ascoltare musica, e di farla anche.




Il secondo disco che ha segnato il mio anno passato invece ha avuto un approccio totalmente diverso. Fin dal primo pezzo anticipato in rete è stato subito chiaro che sarebbe stato un gran disco, così il secondo e il terzo, creando un’attesa fortissima per l’album completo. Quando è finalmente uscito, è stato subito amore. Sto parlando di Bloom & Breathe dei Gates.
Questo è un altro disco nel quale le chitarre sono assolute protagoniste, in un modo completamente diverso rispetto a Guilty of Everything. Le distorsioni sono meno invasive, preferendogli una miglior resa melodica e armonica, e le costruzioni delle trame sono molto più elaborate arrivando in alcuni casi alla perfezione architettonica.
Questo è un disco che fa alzare in piedi mentre lo si ascolta, ha sempre una certa sensibilità e una vena di tristezza ma alla fine c’è sempre dietro un desiderio di rinascita, una speranza, una voglia di andare oltre.
E’ un disco che si può definire emo, ma con all’interno molti elementi che caratterizzano il post rock, tanti delay, molti crescendo e una carica emotiva potentissima.
L’inizio è subito una gran botta, parte con un arpeggio di chitarra per poi salire in un crescendo carico di tensione e sfociare in un pezzo incredibile, un continuo saliscendi, dove si perdono i confini fra strofa e ritornello, un riff complesso ma allo stesso tempo semplice ed efficace. Subito dopo colpiscono direttamente al cuore, e lì rimangono fino alla fine del disco e anche dopo.
La ritmica non è mai banale, non c’è mai un quattro quarti semplice e lineare e questo crea tensione, come nella musica dei The National, non fa scendere mai l’attenzione.
Se per i primi due pezzi si rimane un po’ sull’attenti, con l’arrivo di Not My Blood ci si lascia completa­mente andare, è come un liquido caldo che entra nelle vene. Il coro finale “WE ONLY LIVE TO BE ALIVE” e la coda strumentale sono un momento incredibile del disco, e quando arriverete lì non ci sarà modo di tornare indietro.



Ma non c’è tempo di prendere fiato perché la brevissima Light the First Page incalza con il suo inizio in crescendo, e una linea vocale commovente che da il via ad un altro punto fondamentale del disco, con The Thing that Would Save You.
La voce è sempre sul limite del punto di rottura, fra melodie pulitissime e l’urlato melodico, riesce a trasfer­ire in modo diretto un senso di inquetudine, di tristezza, ma con all’interno anche tutta la rabbia necessaria per superarla.
Verso la fine arriva quella che secondo me dal punto di vista dei testi, inquadra perfettamente quelle sensazi­oni delle quali tutto il disco è impregnato, sto parlando di Marrow. Solo chitarra acustica e voce, è il classico pezzo che si skippa in un disco del genere, ma una frase è fondamentale:

I want the pain of loneliness in me again
I want the end I want to know where I begin

Voglio sentire il dolore della solitudine ancora dentro di me
Voglio la fine, voglio sapere da dove inizio

La bellezza di Bloom & Breathe è assoluta, ha una ricchezza melodica e armonica difficile da trovare da al­tre parti, con allo stesso tempo quell’attitudine emo-punk diretta che ti sbatte tutto in faccia senza troppi filtri senza troppe elaborazioni che poi fanno perdere la matrice della canzone.
Fa venire voglia di correre nella pioggia, piangere, ridere, disperarsi e rinascere.