Nel momento stesso in cui clicchi play sembra che le canzoni di Wandering Star abbiano sempre fatto parte della tua vita, come quei pezzi che ascoltavano in macchina i tuoi genitori e si sono cementati in un cassetto remoto nella memoria. La capacità di Haylie Davis è quella di arrivare dritta al punto, di immergersi e immergere l’ascoltatore in questo liquido amniotico fatto di country e folk, come se fosse sempre stata lì dagli anni 70 e invece è solamente al suo secondo album (il primo con il suo nome) e nel pieno dei suoi 26 anni. Pezzi come Young Man sono un’enciclopedia del folk statunitense condensata in 5 minuti; non si tratta però di citazionismo, Davis è autrice solida e attuale, perfettamente centrata nel nostro tempo, con la capacità cristallina di creare classici istantanei senza tempo.
il dolditoriale
11 giugno 2026
Haylie Davis, Wandering Star: la nuova stella del country
4 giugno 2026
Ma io devo andare a lavorare
Una volta al mese circa offro mezz'ora del mio tempo a un'associazione che si chiama Massa Marmocchi, che insieme ai genitori organizza delle piccole "carovane" in bicicletta per portare a scuola i bambini a Milano. È un'attività importante, per rivendicare uno spazio, la strada, che è anche dei bambini, per la socialità della città, per i bambini che imparano ad andare in strada in sicurezza e protetti da una "massa" appunto, che tramite genitori e volontari vigila sul percorso verso la scuola. Si tratta di un tragitto breve, ci si trova in un punto e andando ad un'andatura adeguata a bambini fra i 4 e i dieci anni di età (scuole elementari e a volte anche scuola materna), in quindici/venti minuti si arriva a scuola. Lo si fa in diverse scuole con diversi tragitti, quello di cui faccio solitamente parte è un tragitto piuttosto tortuoso, per percorrere poche vie trafficate e non impegnare la stessa carreggiata per troppo tempo. Ci sono genitori e volontari che controllano il tragitto, fermando le macchine agli incroci, proteggendo i bambini tenendoli al centro del gruppo, insomma c'è un'organizzazione abbastanza rodata per fare in modo che tutti arrivino sani e salvi divertendosi, perché c'è anche la musica con una grande cassa portatile. Solitamente automobilisti e vari utenti della strada comprendono, apprezzano, sorridono e incoraggiano, anche perché l'intralcio dura al massimo un minuto.
Questa cosa del "ma io devo lavorare", una frase fatta che ormai pronunciamo senza nemmeno pensarci, è indice di un retaggio culturale aberrante, incivile, per cui solo gli individui più produttivi, abili e veloci hanno il diritto di muoversi, tutti gli altri invece dovrebbero rimanere chiusi in casa e recare il minimo disturbo possibile, che siano bambini, anziani, disabili, o semplicemente persone che hanno la "colpa" di avere del tempo libero. Come se il fatto di "andare a lavorare" o lavorare per strada (come corrieri o artigiani vari), autorizzi automaticamente a prevaricare tutti gli altri, non utilizzando lo spazio pubblico a cui tutti hanno diritto, ma invadendolo e abusandone con prepotenza. Viviamo in un periodo storico in cui dietro al velo di tolleranza in fondo si ha diritto di "esistere" solo se si è produttivi, e i primi a perpetrare questa aberrazione siamo noi, con frasi che ormai fanno parte dei nostri discorsi, spesso anche ironici, ma che denotano il fatto che questa mentalità è molto radicata, anche inconsciamente. Tutti però hanno il diritto di utilizzare le strade e lo spazio pubblico e di farlo con i loro tempi, rispettando le regole e il buonsenso (ricordo che in città è consentito dal codice della strada procedere appaiati in bicicletta). Dall'anziano col cappello che va a fare la spesa in auto, al diversamente abile che circola con la sedia a rotelle a motore (che, spoiler, può essere produttivo quanto e più di te che cammini su due piedi, perché poi il pensiero più comune è sempre quello che diversamente abile=pensione di invalidità), al bambino che vuole andare a scuola in bicicletta e ha tutto il diritto di farlo utilizzando la strada che è anche sua. L'utente più forte ha il dovere di difendere e proteggere il diritto di muoversi di chi è più debole, con comportamenti adeguati sulla strada e non solo, perché è così che si vive in una società civile.
Avere del tempo libero non è una colpa, è un diritto fondamentale, il momento in cui io ho del tempo libero coincide sempre con l'attività lavorativa di qualcun altro e viceversa (persone che lavorano su turni, orari flessibili, ecc) ed entrambi abbiamo lo stesso identico diritto di utilizzare gli spazi pubblici (e la strada lo è).
Una qualsiasi attività di volontariato ha lo stesso valore di una persona che lavora, un bambino che sta andando a scuola ha lo stesso valore di un adulto che sta andando in ufficio. Se quel minuto che perdi per far passare dei bambini in bicicletta è così importante per te, svegliati un minuto prima o accetta di arrivare al lavoro in ritardo per una tua mancanza, perché non sarà mai e poi mai più importante del rischio di ammazzare un bambino per fare una manovra azzardata.
28 maggio 2026
La mia vita come la vostra
In quanti modi si può decidere di iniziare a leggere un libro? Per sentito dire, per una recensione, perché ci incuriosisce la copertina, perché ce lo ha consigliato un amico o un’amica, ce ne sono tanti, tantissimi, ma credo di aver scovato uno dei più curiosi e inaspettati qualche giorno fa.
Ho visto un post che parlava del sistema bibliotecario digitale, Mlol, che si trova sia come app, con e-reader incluso, che sul web. Così per curiosità ho deciso di scaricarla e vedere come funzionava. Leggo spesso su smartphone, è un modo che seppur non ideale per gli occhi mi permette di leggere molto più spesso di quanto farei solo su carta, che comunque continuo ad usare. Mi trovo spesso a leggere due libri contemporaneamente, uno su carta nei momenti di relax o quando posso portarlo comodamente in giro e uno su smartphone per evitare di scrollare troppi contenuti inutili nei momenti di attesa o di noia.
Questo l’ho iniziato quasi per sbaglio, perché ne sto leggendo già due nel frattempo. Mi son fissato con i libri Iperborea per le grafiche e il formato e nel sistema non sapevo cosa cercare e così ho scritto Iperborea, era l’unico disponibile e allo stesso tempo libero. L’ho scaricato per vedere com’era l’e-reader dell’app, ho giocato un po’ con la visualizzazione e poi ho provato a leggere la prima pagina per capire se fosse comodo. Da quel momento ci sono caduto dentro e non sono più riuscito a fermarmi fin quando non l’ho finito (sono solo 117 pagine).
È un libro importante, per quello che tratta ma anche per il modo in cui è scritto, sembrano pensieri sparsi ma è solo un percorso che viene tracciato nel tempo e nello spazio, un tempo e soprattutto uno spazio che è vissuto in modo completamente diverso da quello che sono, siamo abituati, noi che non abbiamo disabilità. Parla di filosofia, parla di vita, dei problemi che deve affrontare quotidianamente una persona con una mobilità diversa da quella comunemente concepita dalla nostra società, dell’accettazione del proprio corpo, ma anche del mondo che si vede da quella posizione. Parla del non arrendersi a chi vorrebbe che in fondo certa gente se ne stia a casa e non crei disagi agli altri, che non faccia perdere tempo, ma soprattutto parla di vita, di una vita come quella di tutti.
Mi ritengo una persona molto sensibile al tema della disabilità e della discriminazione delle persone con disabilità, una discriminazione, ma soprattutto una mancanza di attenzione che in Italia è sistematica e sconfortante, a tutti livelli, da quello istituzionale a quello architettonico e culturale. Onestamente non ci avevo mai fatto molto caso prima di trovarmi in prima persona ad avere a che fare con persone con disabilità e prima di viaggiare negli Stati Uniti, dove il livello di attenzione verso certe tematiche è di un altro pianeta, a livello culturale, non solo dal punto di vista di accessibilità. Ed è infatti curioso come nel libro la California sia vista come il luogo “sicuro” come una seconda casa, un posto dove stare bene (e l’autore vive a Oslo, dove comunque il livello di civiltà è alto). Nonostante la mia familiarità con il tema, questo libro ha portato a un altro livello la mia comprensione di ciò che è che soprattutto non è essere diversamente abile. Potrebbe forse risultare uno shock per chi non si è mai rapportato con questa tematica, ma uno shock positivo, necessario, per ambire a una società migliore, in un tempo in cui tutti gli sforzi sembrano indirizzati a peggiorarla.
30 ottobre 2025
Perché le piattaforme di streaming non sono piene di titoli tratti dai libri di Joe R. Lansdale?
Non capisco perché le piattaforme di streaming non siano piene di film e serie tratte dai libri di Joe R. Lansdale.
Ieri ho finito di leggere The Thicket, La Foresta nell'edizione italiana edita da Einaudi, e come già mi è capitato moltissime altre volte con i suoi libri esco da un mondo che ho abitato, sentito e annusato per diversi giorni, come se fosse reale. Uno scrittore dal tocco magico, che ha la capacità di farti ridere come se stessi guardando uno dei migliori film comici di sempre e qualche pagina dopo riesce a farti piangere con una scena descritta in poche semplici parole che arrivano subito al punto. I suoi personaggi sono vivi, incredibili nella loro eccezionalità ma credibilissimi sotto il profilo narrativo, sono compagni di viaggio, amici, gente a cui ti affezioni profondamente e quando arrivi all'ultima pagina senti un nodo allo stomaco perché non potrai stare più con loro. I dialoghi sono come sceneggiature, battute taglienti che ti fanno scoppiare a ridere all'improvviso, ma anche digressioni filosofiche e riflessioni sulla vita che ti colpiscono profondamente.
Ho letto molti libri dell'autore texano e ogni volta è così, e come potrebbe non essere irresistibile un banda formata da un ragazzino, un nano, una p*****a e un n***o che partono per una missione impossibile nel profondo West a inizio '900?
L'hanno scorso questo libro ha trovato casa in una trasposizione su Prime Video, dove nel cast, oltre a Juliette Lewis e Peter Dinklage è presente anche James Hetfield dei Metallica (!), ma non è ancora disponibile in Italia. Su Prime potete trovare anche la bellissima serie tratta dai libri di Hap & Leonard, ma ci sono decine di romanzi e centinaia di racconti ai quali attingere e che dovreste assolutamente leggere.
4 settembre 2025
È davvero un peccato che nessuno si sia filato The Assessment.
The Assessment è uno di quei film che considerando la media dei voti non guarderesti mai, perché come lui ce ne sarebbero mille altri. Ma ormai anche su una piattaforma come Prime, che una volta aveva una certa cura del catalogo e ora invece affossa i suoi migliori prodotti (vedi La Ruota Del Tempo e The Peripheral), film come questo si perdono nel marasma di commedie romantiche e titoli d'azione a budget ridotto, perché il pubblico è cambiato radicalmente negli ultimi anni, ed è diventato al pari di una tv generalista, stando alla alla top ten dei film e delle serie più viste.
| The Assessment - La Valutazione (Prime Video) |
La Valutazione (titolo italiano) è uno di quei gioiellini di fantascienza in cui la fantascienza è solo un pretesto per creare uno scenario che spinge lo spettatore a una riflessione filosofica senza neanche rendersene conto.
Un "nuovo mondo" senza alcuna connotazione geografico/spaziale è rappresentato quasi unicamente dalla casa vicino al mare (oceano?) di una coppia sotto a una "cupola atmosferica". Un vecchio mondo lasciato sullo sfondo della narrazione, dove presumibilmente la vita non è più possibile a causa del cambiamento climatico. Nel nuovo mondo le regole sono rigide per garantire la sopravvivenza di tutti, soprattutto sulla procreazione, per la quale solo allo 0,1% dei migliori fra quelli che si candidano ad avere un figlio, viene concessa una valutazione di idoneità. Chi vuole avere figli, come Mia (Elizabeth Olsen, la terza sorella delle gemelle Olsen ed Emmy Award per Wanda Vision) e Aaryan (protagonista in Yesterday e nel ruolo di Mahir in Tenet) deve essere sottoposto a una rigida valutazione da parte di un'incaricata che deve valutare ogni aspetto della loro vita (e quando dico ogni aspetto intendo proprio tutto) e per farlo si deve stabilire per una settimana a casa dei candidati.
L'incaricata, interpretata da Alicia Vikander, è meticolosa e spietata e si insinua come un cancro nella quotidianità della coppia mettendoli duramente alla prova e cercando di incrinare la loro solidità come persone e come coppia, per vedere come reagiscono.
Il film è diviso in sette capitoli come i giorni di valutazione e dal momento in cui entra in scena Alicia Vikander si entra in una spirale di angoscia, suspence e tensione erotica, impresse con grande efficacia da un'interpretazione maestosa dell'attrice, che mette in scena comportamenti a tratti disturbanti.
Più che una valutazione sembra una demolizione dal punto di vista psicologico, un gioco al massacro nel quale l'unica a uscirne vincitrice apparentemente è proprio Virginia, la valutatrice. Sembra quasi solo un pretesto per poter insinuarsi nella vita delle persone e distruggerla.
L'architettura della casa gioca un ruolo importante nel trasmettere questo senso di angoscia. Minimal, con linee geometriche nette in stile razionalista, così come gli interni, austeri, dai colori decisi e con pochi elementi di arredamento, fra i quali spicca subito una zona pranzo opprimente, dalla quale sembra impossibile uscire (e non a caso), con un tavolo incassato in una geometria fatta di scale e livelli sfalsati. Completano il quadro (scusate il gioco di parole) le finestre in stile Mondrian dalle quali non si vede l'esterno. Ulteriori elementi di "disturbo" sono lo studio virtuale di Aaryan e la serra di Mia sulle quali però non mi dilungo per non svelare altri elementi.
Il cast ristretto inoltre imprime un senso di isolamento e abbandono della coppia: conta solo 13 attori e nessuna comparsa, ma per il 90% del film gli attori coinvolti sono solo tre. L'impressione è che siano rimasti gli ultimi esseri umani sulla terra, una sorta di Adamo ed Eva ai quali però viene impedito di procreare da un'entità superiore, in questo caso il governo.
Mentre va in scena la valutazione in 7 atti, la coppia sembra completamente abbandonata a sé stessa e in balia della valutatrice, e nel momento in cui entrano in gioco altri attori invece di alleggerirla, l'atmosfera diventa ancora più pesante e opprimente.
Altro elemento molto importante è la componente sonora del film. La colonna sonora di Emilie Levienaise-Farrouch (già al lavoro sul meraviglioso All Of Us Are Strangers, Estranei nella versione italiana) è un piccolo capolavoro che mette subito le cose in chiaro fin dal primo fotogramma e ti spinge a forza nella tensione del film con un mix di sospiri, archi, parti vocali e corali e percussioni. La compositrice riesce a mischiare musica sacra, classica contemporanea e drone con una maestria che lascia senza respiro per tutta la durata del film. Il climax dal punto di vista sonoro avviene con "la danza" (per la quale anche in questo caso non entro nei particolari), un brillante affresco rumoristico di musica sperimentale contemporanea applicato al cinema.
Ma alla fine qual è la riflessione che ci porta questo film? Non è una riflessione sulla genitorialità come si potrebbe immaginare dal tema trattato, o almeno lo è solo in modo marginale. La valutazione mette a nudo le fragilità psicologiche dei due e le ferite lasciate dal passato che inevitabilmente si rifletterebbero nell'educazione del bambino/a. Tutti fanno un figlio immaginando di potergli offrire tutto il meglio o quello che loro non hanno mai avuto, ma poi la realtà spesso è diversa proprio a causa di fratture irrisolte nella crescita personale.
Il grande tema su cui ruota il film però è il valore della vita.
In un mondo in cui diventa tutto sempre più standardizzato, in cui il cambiamento climatico obbliga a scelte di sacrificio il film s'interroga su dove sia il limite fra la difesa estrema della vita e vivere a pieno la vita. Nella società attuale la vita delle persone ha acquisito un valore altissimo rispetto al passato, le regole a cui siamo sottoposti quotidianamente hanno il ruolo primario di difenderla ad ogni costo o quasi. Ma a che prezzo? A quante libertà siamo disposti a rinunciare per vivere in un mondo in cui la società prosperi, dove tutto è praticamente perfetto e il rischio quotidiano è ridotto allo zero? Siamo disposti a rinunciare alle nostre comodità, allo status quo, alla sicurezza, siamo disposti a metterci in pericolo per vivere per davvero? Per riconquistare un nostro diritto primario? Quanto siamo disposti a spingere il limite sempre più in là per riavere qualcosa che abbiamo perso?
The Assessment non dà risposte, non esprime giudizi morali. Il film diretto da Fleur Fortuné apre una piccola breccia nelle ferree convinzioni dello spettatore, qualsiasi siano le sue idee, come Virginia fa con Mia e Aaryan.



