28 maggio 2026

In quanti modi si può decidere di iniziare a leggere un libro? Per sentito dire, per una recensione, perché ci incuriosisce la copertina, perché ce lo ha consigliato un amico o un’amica, ce ne sono tanti, tantissimi, ma credo di aver scovato uno dei più curiosi e inaspettati qualche giorno fa.



Ho visto un post che parlava del sistema bibliotecario digitale, Mlol, che si trova sia come app, con e-reader incluso, che sul web. Così per curiosità ho deciso di scaricarla e vedere come funzionava. Leggo spesso su smartphone, è un modo che seppur non ideale per gli occhi mi permette di leggere molto più spesso di quanto farei solo su carta, che comunque continuo ad usare. Mi trovo spesso a leggere due libri contemporaneamente, uno su carta nei momenti di relax o quando posso portarlo comodamente in giro e uno su smartphone per evitare di scrollare troppi contenuti inutili nei momenti di attesa o di noia.

Questo l’ho iniziato quasi per sbaglio, perché ne sto leggendo già due nel frattempo. Mi son fissato con i libri Iperborea per le grafiche e il formato e nel sistema non sapevo cosa cercare e così ho scritto Iperborea, era l’unico disponibile e allo stesso tempo libero. L’ho scaricato per vedere com’era l’e-reader dell’app, ho giocato un po’ con la visualizzazione e poi ho provato a leggere la prima pagina per capire se fosse comodo. Da quel momento ci sono caduto dentro e non sono più riuscito a fermarmi fin quando non l’ho finito (sono solo 117 pagine).

È un libro importante, per quello che tratta ma anche per il modo in cui è scritto, sembrano pensieri sparsi ma è solo un percorso che viene tracciato nel tempo e nello spazio, un tempo e soprattutto uno spazio che è vissuto in modo completamente diverso da quello che sono, siamo abituati, noi che non abbiamo disabilità. Parla di filosofia, parla di vita, dei problemi che deve affrontare quotidianamente una persona con una mobilità diversa da quella comunemente concepita dalla nostra società, dell’accettazione del proprio corpo, ma anche del mondo che si vede da quella posizione. Parla del non arrendersi a chi vorrebbe che in fondo certa gente se ne stia a casa e non crei disagi agli altri, che non faccia perdere tempo, ma soprattutto parla di vita, di una vita come quella di tutti. 

Mi ritengo una persona molto sensibile al tema della disabilità e della discriminazione delle persone con disabilità, una discriminazione, ma soprattutto una mancanza di attenzione che in Italia è sistematica e sconfortante, a tutti livelli, da quello istituzionale a quello architettonico e culturale. Onestamente non ci avevo mai fatto molto caso prima di trovarmi in prima persona ad avere a che fare con persone con disabilità e prima di viaggiare negli Stati Uniti, dove il livello di attenzione verso certe tematiche è di un altro pianeta, a livello culturale, non solo dal punto di vista di accessibilità. Ed è infatti curioso come nel libro la California sia vista come il luogo “sicuro” come una seconda casa, un posto dove stare bene (e l’autore vive a Oslo, dove comunque il livello di civiltà è alto). Nonostante la mia familiarità con il tema, questo libro ha portato a un altro livello la mia comprensione di ciò che è che soprattutto non è essere diversamente abile. Potrebbe forse risultare uno shock per chi non si è mai rapportato con questa tematica, ma uno shock positivo, necessario, per ambire a una società migliore, in un tempo in cui tutti gli sforzi sembrano indirizzati a peggiorarla. 

30 ottobre 2025

Non capisco perché le piattaforme di streaming non siano piene di film e serie tratte dai libri di Joe R. Lansdale. 



Ieri ho finito di leggere The Thicket, La Foresta nell'edizione italiana edita da Einaudi, e come già mi è capitato moltissime altre volte con i suoi libri esco da un mondo che ho abitato, sentito e annusato per diversi giorni, come se fosse reale. Uno scrittore dal tocco magico, che ha la capacità di farti ridere come se stessi guardando uno dei migliori film comici di sempre e qualche pagina dopo riesce a farti piangere con una scena descritta in poche semplici parole che arrivano subito al punto. I suoi personaggi sono vivi, incredibili nella loro eccezionalità ma credibilissimi sotto il profilo narrativo, sono compagni di viaggio, amici, gente a cui ti affezioni profondamente e quando arrivi all'ultima pagina senti un nodo allo stomaco perché non potrai stare più con loro. I dialoghi sono come sceneggiature, battute taglienti che ti fanno scoppiare a ridere all'improvviso, ma anche digressioni filosofiche e riflessioni sulla vita che ti colpiscono profondamente. 

Ho letto molti libri dell'autore texano e ogni volta è così, e come potrebbe non essere irresistibile un banda formata da un ragazzino, un nano, una p*****a e un n***o che partono per una missione impossibile nel profondo West a inizio '900? 

L'hanno scorso questo libro ha trovato casa in una trasposizione su Prime Video, dove nel cast, oltre a Juliette Lewis e Peter Dinklage è presente anche James Hetfield dei Metallica (!), ma non è ancora disponibile in Italia. Su Prime potete trovare anche la bellissima serie tratta dai libri di Hap & Leonard, ma ci sono decine di romanzi e centinaia di racconti ai quali attingere e che dovreste assolutamente leggere. 

4 settembre 2025

The Assessment è uno di quei film che considerando la media dei voti non guarderesti mai, perché come lui ce ne sarebbero mille altri. Ma ormai anche su una piattaforma come Prime, che una volta aveva una certa cura del catalogo e ora invece affossa i suoi migliori prodotti (vedi La Ruota Del Tempo e The Peripheral), film come questo si perdono nel marasma di commedie romantiche e titoli d'azione a budget ridotto,  perché il pubblico è cambiato radicalmente negli ultimi anni, ed è diventato al pari di una tv generalista, stando alla alla top ten dei film e delle serie più viste. 

The Assessment - La Valutazione (Prime Video)


La Valutazione (titolo italiano) è uno di quei gioiellini di fantascienza in cui la fantascienza è solo un pretesto per creare uno scenario che spinge lo spettatore a una riflessione filosofica senza neanche rendersene conto.

Un "nuovo mondo" senza alcuna connotazione geografico/spaziale è rappresentato quasi unicamente dalla casa vicino al mare (oceano?) di una coppia sotto a una "cupola atmosferica". Un vecchio mondo lasciato sullo sfondo della narrazione, dove presumibilmente la vita non è più possibile a causa del cambiamento climatico. Nel nuovo mondo le regole sono rigide per garantire la sopravvivenza di tutti, soprattutto sulla procreazione, per la quale solo allo 0,1% dei migliori fra quelli che si candidano ad avere un figlio, viene concessa una valutazione di idoneità. Chi vuole avere figli, come Mia (Elizabeth Olsen, la terza sorella delle gemelle Olsen ed Emmy Award per Wanda Vision) e Aaryan (protagonista in Yesterday e nel ruolo di Mahir in Tenet) deve essere sottoposto a una rigida valutazione da parte di un'incaricata che deve valutare ogni aspetto della loro vita (e quando dico ogni aspetto intendo proprio tutto) e per farlo si deve stabilire per una settimana a casa dei candidati. 

L'incaricata, interpretata da Alicia Vikander, è meticolosa e spietata e si insinua come un cancro nella quotidianità della coppia mettendoli duramente alla prova e cercando di incrinare la loro solidità come persone e come coppia, per vedere come reagiscono. 

Il film è diviso in sette capitoli come i giorni di valutazione e dal momento in cui entra in scena Alicia Vikander si entra in una spirale di angoscia, suspence e tensione erotica, impresse con grande efficacia da un'interpretazione maestosa dell'attrice, che mette in scena comportamenti a tratti disturbanti. 

Più che una valutazione sembra una demolizione dal punto di vista psicologico, un gioco al massacro nel quale l'unica a uscirne vincitrice apparentemente è proprio Virginia, la valutatrice. Sembra quasi solo un pretesto per poter insinuarsi nella vita delle persone e distruggerla. 

L'architettura della casa gioca un ruolo importante nel trasmettere questo senso di angoscia. Minimal, con linee geometriche nette in stile razionalista, così come gli interni, austeri, dai colori decisi e con pochi elementi di arredamento, fra i quali spicca subito una zona pranzo opprimente, dalla quale sembra impossibile uscire (e non a caso), con un tavolo incassato in una geometria fatta di scale e livelli sfalsati. Completano il quadro (scusate il gioco di parole) le finestre in stile Mondrian dalle quali non si vede l'esterno. Ulteriori elementi di "disturbo" sono lo studio virtuale di Aaryan e la serra di Mia sulle quali però non mi dilungo per non svelare altri elementi. 

Il cast ristretto inoltre imprime un senso di isolamento e abbandono della coppia: conta solo 13 attori e nessuna comparsa, ma per il 90% del film gli attori coinvolti sono solo tre. L'impressione è che siano rimasti gli ultimi esseri umani sulla terra, una sorta di Adamo ed Eva ai quali però viene impedito di procreare da un'entità superiore, in questo caso il governo. 

Mentre va in scena la valutazione in 7 atti, la coppia sembra completamente abbandonata a sé stessa e in balia della valutatrice, e nel momento in cui entrano in gioco altri attori invece di alleggerirla, l'atmosfera diventa ancora più pesante e opprimente. 

Altro elemento molto importante è la componente sonora del film. La colonna sonora di Emilie Levienaise-Farrouch (già al lavoro sul meraviglioso All Of Us Are Strangers, Estranei nella versione italiana) è un piccolo capolavoro che mette subito le cose in chiaro fin dal primo fotogramma e ti spinge a forza nella tensione del film con un mix di sospiri, archi, parti vocali e corali e percussioni. La compositrice riesce a mischiare musica sacra, classica contemporanea e drone con una maestria che lascia senza respiro per tutta la durata del film. Il climax dal punto di vista sonoro avviene con "la danza" (per la quale anche in questo caso non entro nei particolari), un brillante affresco rumoristico di musica sperimentale contemporanea applicato al cinema.

Ma alla fine qual è la riflessione che ci porta questo film? Non è una riflessione sulla genitorialità come si potrebbe immaginare dal tema trattato, o almeno lo è solo in modo marginale. La valutazione mette a nudo le fragilità psicologiche dei due e le ferite lasciate dal passato che inevitabilmente si rifletterebbero nell'educazione del bambino/a. Tutti fanno un figlio immaginando di potergli offrire tutto il meglio o quello che loro non hanno mai avuto, ma poi la realtà spesso è diversa proprio a causa di fratture irrisolte nella crescita personale.  

Il grande tema su cui ruota il film però è il valore della vita. 

In un mondo in cui diventa tutto sempre più standardizzato, in cui il cambiamento climatico obbliga a scelte di sacrificio il film s'interroga su dove sia il limite fra la difesa estrema della vita e vivere a pieno la vita. Nella società attuale la vita delle persone ha acquisito un valore altissimo rispetto al passato, le regole a cui siamo sottoposti quotidianamente hanno il ruolo primario di difenderla ad ogni costo o quasi. Ma a che prezzo? A quante libertà siamo disposti a rinunciare per vivere in un mondo in cui la società prosperi, dove tutto è praticamente perfetto e il rischio quotidiano è ridotto allo zero? Siamo disposti a rinunciare alle nostre comodità, allo status quo, alla sicurezza, siamo disposti a metterci in pericolo per vivere per davvero? Per riconquistare un nostro diritto primario? Quanto siamo disposti a spingere il limite sempre più in là per riavere qualcosa che abbiamo perso? 

The Assessment non dà risposte, non esprime giudizi morali. Il film diretto da Fleur Fortuné apre una piccola breccia nelle ferree convinzioni dello spettatore, qualsiasi siano le sue idee, come Virginia fa con Mia e Aaryan. 


20 luglio 2025



C’è un filo che lega la morte di Carlo Giuliani ai fatti di Gaza di questo ultimo anno e mezzo. 
Una riflessione che faccio da anni ma che non ho mai condiviso, perché l’argomento accende troppo gli animi e non si riesce mai a parlarne senza essere o bianchi o neri. Così come quando si parlava di Berlusconi ai tempi, o era il male assoluto o era un eroe. Ma in fondo la polarizzazione del pensiero di quegli anni fa quasi tenerezza a confronto con quella di oggi, in cui la violenza verbale è pane quotidiano, quindi tanto vale esporsi e fregarsene.

Quel giorno a Genova.

Quel giorno arrivò a seguito di manifestazioni mai viste prima a Seattle, Praga, Napoli, contro la cosiddetta “globalizzazione”, un concetto che in realtà era un aggregatore di sentimenti “anti”, contro i politici, contro il capitalismo, le multinazionali, contro lo strapotere di alcuni in contrapposizione con la povertà di molti. Se vogliamo dirla tutta forse molti di quelli che manifestavano non avevano neanche un motivo preciso, ma la bellezza di quel movimento era proprio la partecipazione, un esercizio di democrazia altissimo. C’era un sentimento di rivalsa, di libertà, di unità e anche di rabbia, una sana rabbia, ben distinta da quella che guidava i soliti noti che distruggevano tutto. Un sentimento che scorreva libero ed era talmente forte da portare tantissime persone in strada anche molto diverse fra loro. Un sentimento alimentato anche da un libro, No Logo di Naomi Klein, che diventò un manifesto politico, andando a creare una nuova consapevolezza sulle metodologie delle suddette multinazionali e sui rapporti con i governi.

La manifestazione di Genova si caricò oltremodo (o meglio venne caricata volontariamente oltremodo) di significati. Fin dai giorni precedenti si avvertiva un’aria di guerra, ma se vogliamo chiamarla davvero con il suo nome, bisognerebbe dire che si avvertiva aria di repressione, vera. E così fu. Durante e dopo la manifestazione. Ed è tutto scritto nelle sentenze: fu repressione violenta, non si può e non si deve chiamarla in altro modo.

Ma ci fu un messaggio che quella repressione lanciò ai manifestanti, ai militanti e in generale a tutti quelli della mia generazione.

Più che un messaggio fu una domanda precisa.

Con l’omicidio di Carlo Giuliani ci chiesero senza giri di parole:

“Siete disposti a morire per i vostri ideali?”

La risposta che abbiamo dato è stata un secco “NO”.

La verità è che avevamo troppo da perdere nelle nostre vite agiate.

Perché dopo quell’omicidio, il movimento, invece di alzare il tiro si sciolse, impaurito, smarrito, destabilizzato.

Così la consapevolezza che nessuno di noi fosse disposto a morire per i propri ideali, ha dato carta bianca a tutto quel sistema che il movimento No-Global contestava.

Quella risposta, quel “NO”, detto senza neanche pensarci un secondo, ha portato poi al mondo in cui viviamo oggi. Quel mondo in cui la ricchezza è sempre più un privilegio per pochissimi, in cui la Corte Penale Internazionale viene ridicolizzata e nessuno fa nulla, in cui tutti gli organi di controllo della democrazia sono vittime di tentativi di sabotaggio, spesso riusciti, e rimaniamo a guardare, in cui in Ucraina ammazzano civili indiscriminatamente da tre anni e molti di noi si schierano con il potente che sgancia le bombe su bambini e famiglie.

Quel “no”, quella paura, quello smarrimento, ha portato inconsciamente anche molti di noi a stare dalla parte del potere (negandolo), perché ci hanno mostrato cosa succede a stare dall’altra.

Così come quello che sta accadendo a Gaza, quella consapevolezza di poter fare tutto ciò che vogliono, è l’escalation lenta e inesorabile di quella risposta che abbiamo dato nel 2001.

La consapevolezza che nessuno, sebbene tanti si siano schierati attivamente contro il massacro, sia disposto a rischiare la vita per loro, sia disposto a superare la propria linea rossa.

La consapevolezza che oggi ancora più di ieri le nostre comodità quotidiane contano più di ogni altra cosa e non siamo disposti a perderle.

Anzi, abbiamo paura che ci vengano rubate da chi subisce ogni giorno quello che noi abbiamo solo assaggiato.

Non si può neanche scaricare la responsabilità sulla classe dirigente, che siano politici, banche, o fantomatici poteri forti. Perché la classe dirigente di oggi è l’espressione di più di vent’anni di nostre X sulle schede elettorali e di nostre scelte.

L’immobilismo della politica di oggi è la diretta espressione del nostro.








































25 aprile 2024

La fotografia analogica, soprattutto se fatta con fotocamere molto vecchie, è un hobby particolare, che ti riporta alla manualità, alla lentezza, dove gli errori sono all'ordine del giorno e la foto perfetta è spesso quella che non ti aspetti, mentre invece la peggiore è quella su cui ti sei concentrato di più.



Ma di questo ho già parlato in parte in questo articolo e non voglio dilungarmi oltre. C'è però un aspetto affascinante di questo hobby che non smette mai di stupirmi, ovvero il mondo che si apre ogni volta che scopri una nuova, che in realtà è vecchia, macchina fotografica, ed è proprio questo aspetto che si è sviluppato in un modo inaspettato in questa storia che sto per raccontare.


Nel panorama delle fotocamere analogiche, un nome che è diventato molto conosciuto nel corso degli anni, è quello della Lomo (Leningradskoye Optiko-Mekhanicheskoye Obyedinenie), azienda russa produttrice di ottiche professionali e poi, a partire dagli anni '50 ma soprattutto fra gli anni 60 e 80, di fotocamere pensate per la gente comune: economiche (spesso costruite in plastica o bachelite), facili da usare e quindi con una resa ottica non sempre eccellente.


Questa ultima caratteristica però è stata il motivo del successo di queste fotocamere a partire dagli anni 90 in poi, quando il concetto di "Lomografia" ha iniziato a farsi strada nel mondo, ovvero quella filosofia per cui per fotografare non serve un grande studio dell'immagine, basta inquadrare e scattare senza pensarci. Questo tipo di filosofia si è sviluppata proprio grazie alle macchine fotografiche Lomo, i cui difetti, come le infiltrazioni di luce date dalla scocca di plastica o le lenti in plastica che saturano molto l'immagine, rendono "speciale" ogni tipo di scatto con particolari effetti. Effetti che hanno ispirato anche la nascita di Instagram, i cui filtri non sono nient'altro che una riproduzione digitale delle caratteristiche "variazioni sul tema" che offrivano e offrono quelle fotocamere.


Parlare della Lomo è abbastanza comune, tutti più o meno l'hanno sentita nominare almeno una volta venendo in contatto con il mondo della fotografia analogica, ma chi conosce la BeLOMO?
Sarò onesto, fino a quando non mi sono imbattuto in una di queste fotocamere qualche settimana fa cercando su ebay, non ne sapevo nulla neanche io.


BelOMO non è uno stupido gioco di parole, ma la Belorusskoe Optiko-Mechanichesckoye Obyedinenie, ovvero il corrispettivo Bielorusso della Lomo. 
Come quest'ultima è una società che produceva e produce ancora oggi (*) ottiche professionali, ma che si è dedicata alla produzione di fotocamere negli anni '80 e '90. Da questa produzione sono nate alcune copie della Lomo, come la Vilia, copia della celebre Smena, oppure fotocamere molto particolari come la protagonista di questo articolo: la Agat 18.


La Agat 18 è una fotocamera che utilizza i classici rullini da 35mm, molto piccola, fatta quasi interamente in plastica, la cui caratteristica principale è l'essere una half-frame camera, ovvero una fotocamera che nello spazio di una classica foto in orizzontale ne riesce a scattare due, singole, in verticale. Quindi da un rullino da 36 foto se ne tirano fuori ben 72, che con i prezzi a cui sono arrivati i rullini oggi è una caratteristica decisamente molto utile.


Così mi sono messo alla ricerca di un modello in buono stato e funzionante che non costasse troppo (alla fine è pur sempre una macchinetta di plastica). Dopo varie ricerche e offerte rifiutate vengo incuriosito da un modello in ottimo stato, con una descrizione molto chiara, che però si trova in Ucraina. Difficilmente compro al di fuori dell’UE, per costi di spedizione e il rischio di spese doganali, oltretutto in questo caso, vedendo la provenienza, mi sono chiesto se fosse opportuno acquistare qualcosa di cui potevo fare a meno da un paese in guerra e sotto attacco costante. Ma alla fine ho pensato che non ci fosse nulla di sbagliato visto che l’oggetto era in vendita e c'era traccia di feedback lasciati recentemente, e fosse un modo per sostenere in piccolissima parte una persona che vive in una zona di guerra. Una volta acquistato l’oggetto però ho visto in quale città si trovava e il dubbio si è ripresentato prepotentemente, poiché la città in questione era Dnipro, a un centinaio di chilometri dalle zone occupate dai russi. 


Ho quindi deciso di scrivere direttamente al venditore, e visto che mi affascina la storia legata a queste macchine fotografiche, mi son detto: proviamo ad andare più a fondo, dando un senso a questa compravendita che non sia solo la volontà di possedere un oggetto. Gli ho chiesto prima di tutto se non creasse problemi la gestione logistica di questo acquisto e ho colto l’occasione per chiedergli anche se fosse disponibile a raccontarmi qualcosa di più su questa macchina fotografica e in un secondo momento sulla situazione che sta vivendo, per capire meglio.


Andreij mi ha risposto quasi subito, dicendo che era felice di condividere la sua passione e di raccontare anche qualche particolare del periodo difficile che sta vivendo, così gli ho fatto alcune domande.




Nel frattempo la macchina fotografica è arrivata a destinazione con una spedizione rapidissima e senza spese doganali. È un oggetto davvero piacevole da maneggiare, le dimensioni sono perfette ed è leggerissima.


Mi puoi dire qualcosa di più su di te e su come è iniziata la tua passione per le macchine fotografiche?


Ho 35 anni e ho una famiglia, vivo nella città di Dnepr (Dnipro), lavoro in un'azienda dove al momento non ci sono molte certezze. Circa 15 anni fa ho iniziato a interessarmi alle fotocamere e agli obiettivi sovietici per curiosità. Il mio hobby è iniziato quando mio suocero mi ha regalato la mia prima macchina fotografica, una FED-3. Mi sono appassionato subito a quell’oggetto e ho iniziato a collezionarne diverse, andando nei piccoli mercatini locali, per comprarle, tornare a casa a cercare informazioni su Internet e immergermi nella storia delle macchine fotografiche sovietiche. Non sono un fotografo e non lo sono mai stato, mi è però sempre piaciuto avere a che fare con questi oggetti, tenerli in mano e far roteare le ghiere. Dopo un po’ di tempo però mi sono ritrovato con molti pezzi, e non avendo un posto dove tenerli ho dovuto venderne un po’. Così ho avviato una piccola attività.


Invece cosa mi sai dire della fotocamera che ho comprato, la Agat 18?


Ho comprato questa fotocamera un mese fa in un mercatino delle pulci nella nostra città da un signore anziano. Gli anziani oggi ricevono pensioni molto basse e per sopravvivere devono cercare qualche fonte di reddito aggiuntiva, per questo motivo questo signore vendeva al mercatino oggetti appartenuti a lui che ormai non utilizzava più. Potrebbe sembrare strano vedere un anziano che vende le sue cose per mantenersi, ma qui ci sono molti anziani nella stessa condizione, lasciati soli, senza nipoti o figli ad aiutarli. Così per dargli una mano ho pagato a questo signore il triplo del prezzo che chiedeva per questa macchina fotografica.


Dove trovi in genere tutte queste fotocamere? C’è ancora interesse in questo tipo di oggetti lì da voi?


Trovo tutte queste fotocamere in diversi mercati o tramite conoscenti, amici o vicini. Ora poche persone usano la pellicola nel nostro paese e la gente vende o regala cose di cui non ha bisogno. Io do loro una nuova vita, le pulisco, faccio un po’ di manutenzione. Ogni fotocamera ha la sua storia e il suo valore. Le persone anziane le apprezzano molto, perché una volta ci volevano due o tre stipendi per acquistare alcuni modelli, ma i giovani di oggi le guardano con stupore e non comprendono un mondo dove non esistevano gli smartphone. Negli ultimi anni alcuni giovani si stanno interessando alla storia di queste fotocamere e sta diventando di moda avere una macchina vintage, ma sono comunque ancora pochi.


Qual è il pezzo più pregiato della tua collezione e dove lo hai trovato?


La mia preferita era (l'ho venduta circa 10 anni fa) la Fed TSVVS, molto rara, ne sono state prodotte solo 1000. L'ho trovata per caso tramite un annuncio su Internet, si trovava nella città di Kharkov (Charkiv). Ho chiamato il venditore e ho preso un appuntamento, sono saltato subito in macchina senza neanche cambiarmi, con i vestiti che uso per stare in casa, e ho fatto 265 km andata e 265 ritorno solo per andarla a prendere.





Una delle storie che mi piace di più riguardo alle macchine fotografiche sovietiche è che la loro produzione e anche la loro popolarità aumentarono esponenzialmente nel dopoguerra, anche grazie all’utilizzo dei macchinari Zeiss, che furono portati dall'esercito russo come bottino di guerra in Ucraina, a Kiev (e Krasnogorsk in Russia), dopo la sconfitta dei tedeschi invasori. Ora però la storia si è ribaltata e gli invasori sono i russi. Com'è la vita a Dnipro in questi giorni? 


Adesso la gente si sta abituando alla guerra, ma è molto difficile e terribile, ci sono allarmi che suonano ogni giorno e notte, anche oggi la nostra città era sotto i bombardamenti e si sono sentite diverse esplosioni. È davvero spaventoso.


Dov’eri e cosa stavi facendo quando la guerra è iniziata?


La guerra è iniziata la mattina presto, era ancora buio, i dannati russi hanno cominciato a bombardarci all’improvviso, ci siamo svegliati tutti con delle terribili esplosioni, senza sapere dove scappare e cosa fare.


Qual è stato il momento peggiore di questi due anni?


Il momento peggiore è ogni giorno in cui il nemico bombarda edifici e quartieri residenziali, perché non passa giorno senza che ci sia un’esplosione. Uno dei momenti più terribili però è stato quando a un chilometro da casa mia, un razzo russo si è schiantato contro un palazzo di molti piani e ha ucciso un gran numero di persone e bambini innocenti. Tutto questo è accaduto nel week end, quando la gente è tutta a casa. È stato terribile e lo è ancora ogni volta che ci passo e lo guardo.


Ho avuto qualche titubanza nell'acquistare qualcosa di cui potevo fare a meno dall'Ucraina, pensando che potesse creare qualche problema a te e impegnare il vostro sistema postale che forse ha cose più importanti da fare. Credi sia utile comunicare che l'economia dell'Ucraina, soprattutto per quanto riguarda le piccole attività come la tua che vendono all'estero, ha bisogno di continuare a vivere?


Hai fatto la cosa giusta acquistando l'oggetto, sostenendo così noi e la nostra economia. Ti chiedo anzi di fare pubblicità al mio negozio ebay in modo da cercare di aumentare le vendite in questo periodo difficile, ci aiuteresti moltissimo.


Quali sono i tuoi pensieri in questo momento se immagini il futuro?


Penso più che altro al futuro dei miei figli, alla mia famiglia e a coloro che stanno proteggendo tutte le nostre famiglie. La vittoria sarà nostra, perché il bene trionfa sempre sul male. Slava Ukraine 💛💙


Il negozio di Andreji (che non è il suo vero nome, mi ha chiesto di non usarlo) è Ukraine Shop Studio e lo trovate su ebay a questo link.



(*) Non voglio fare alcun tipo di pubblicità alla BeLomo, che oggi è una holding controllata dallo stato bielorusso che ha portato avanti il marchio storico, il cui direttore tecnico è sulla lista nera del governo statunitense per aver operato attivamente in un rete di elusione delle sanzioni alla Russia. Oltre ad essere sotto sanzioni l’azienda stessa (quasi certamente sta rifornendo l’esercito russo, visto il settore in cui opera) a causa del regime di Lukashenko e della sua partecipazione attiva nella guerra al fianco di Putin.