4 giugno 2026

Ma io devo andare a lavorare

Una volta al mese circa offro mezz'ora del mio tempo a un'associazione che si chiama Massa Marmocchi, che insieme ai genitori organizza delle piccole "carovane" in bicicletta per portare a scuola i bambini a Milano. È un'attività importante, per rivendicare uno spazio, la strada, che è anche dei bambini, per la socialità della città, per i bambini che imparano ad andare in strada in sicurezza e protetti da una "massa" appunto, che tramite genitori e volontari vigila sul percorso verso la scuola. Si tratta di un tragitto breve, ci si trova in un punto e andando ad un'andatura adeguata a bambini fra i 4 e i dieci anni di età (scuole elementari e a volte anche scuola materna), in quindici/venti minuti si arriva a scuola. Lo si fa in diverse scuole con diversi tragitti, quello di cui faccio solitamente parte è un tragitto piuttosto tortuoso, per percorrere poche vie trafficate e non impegnare la stessa carreggiata per troppo tempo. Ci sono genitori e volontari che proteggono il tragitto, fermando le macchine agli incroci, proteggendo i bambini tenendoli al centro del gruppo, insomma c'è un'organizzazione abbastanza rodata per fare in modo che tutti arrivino sani e salvi divertendosi, perché c'è anche la musica con una grande cassa portatile. Solitamente automobilisti e vari utenti della strada comprendono, apprezzano, sorridono e incoraggiano, anche perché l'intralcio dura al massimo un minuto. 



È bello vedere la gente che sorride quando passiamo, i bambini che vanno a scuola a piedi con i genitori che magari gridano "anche io voglio farlo!" e i bambini in bicicletta che cantano insieme. A volte quando si azzecca la canzone giusta (per loro, non per me che la maggior parte delle volte mi strapperei le orecchie, ma è un sacrificio che sono felice di fare) nel momento in cui la strada è un po' più sicura, c'è un atmosfera talmente bella che quasi mi commuovo. 
Poi ci sono anche episodi spiacevoli come stamattina: un ragazzo che ha tentato di sorpassare/attraversare la carovana con lo scooter in modo azzardato. Un caso emblematico di una mentalità malata che fa purtroppo parte della nostra società e che si collega anche al mio ultimo post sulla disabilità e il libro di Jan Grue.
Stavamo percorrendo una via a doppio senso, fra università e scuole di vario genere, abbastanza stretta e trafficata, dove la velocità delle auto non è mai troppo sostenuta (e non lo deve essere, in qualsiasi altra città europea sarebbe una zona 30, se non a traffico limitato). Ci apprestavamo a girare a sinistra nella via della scuola, con i genitori e volontari avevamo già segnalato la svolta e avevamo già fermato le auto che sopraggiungevano nell'altro senso per svoltare, quando sopraggiunge un ragazzo in scooter che ci sorpassa sulla sinistra mentre stiamo per girare a sinistra. Una manovra assurda anche se a svoltare fosse stata un'auto. Io ero nelle prime posizioni, sento gridare dietro di me, mi giro e lo vedo arrivare, faccio in modo di mettermi davanti a lui per non farlo passare e si ferma.
Senza alzare la voce per non farmi sentire dai bambini gli dico con un pizzico di rassegnazione, essendo un ragazzo piuttosto giovane e non un boomerone col T-Max dal quale te lo aspetteresti, "Ma che cazzo fai, dai, non vedi che ci sono dei bambini?", lui mi risponde con la frase magica "Eh ma io devo andare a lavorare", senza neanche avere il coraggio di guardarmi in faccia, perché sapeva di aver fatto una cazzata. 
Questa cosa del "ma io devo lavorare", una frase fatta che ormai pronunciamo senza nemmeno pensarci, è una indice di una mentalità aberrante, incivile, per cui solo gli individui più produttivi, abili e veloci hanno il diritto di muoversi, tutti gli altri invece dovrebbero rimanere chiusi in casa e recare il minimo disturbo possibile, che siano bambini, anziani, disabili, o semplicemente persone che hanno la "colpa" di avere del tempo libero. Come se il fatto di "andare a lavorare" o lavorare per strada (come corrieri o artigiani vari), autorizzi automaticamente a prevaricare tutti gli altri, non utilizzando lo spazio pubblico a cui tutti hanno diritto, ma invadendolo e abusandone con prepotenza. Viviamo in una periodo storico in cui dietro al velo di tolleranza in fondo si ha diritto di "esistere" solo se si è produttivi, e i primi a perpetrare questa aberrazione siamo noi, con frasi che ormai fanno parte dei nostri discorsi, spesso anche ironici, ma che denotano il fatto che questa mentalità è molto radicata, anche inconsciamente. Tutti però hanno il diritto di utilizzare le strade e lo spazio pubblico e di farlo con i loro tempi, rispettando le regole e il buonsenso (ricordo che in città è consentito dal codice della strada procedere appaiati in bicicletta). Dall'anziano col cappello che va a fare la spesa in auto, al diversamente abile che circola con la sedia a rotelle a motore (che, spoiler, può essere produttivo quanto e più di te che cammini su due piedi, perché poi il pensiero più comune è sempre quello che diversamente abile=pensione di invalidità), al bambino che vuole andare a scuola in bicicletta e ha tutto il diritto di farlo utilizzando la strada che è anche sua. L'utente più più forte ha il dovere di difendere e proteggere il diritto di muoversi di chi è più debole, con comportamenti adeguati sulla strada e non solo, perché è così che si vive in una società civile.
Avere del tempo libero non è una colpa, è un diritto fondamentale, il momento in cui io ho del tempo libero coincide sempre con l'attività lavorativa di qualcun altro e viceversa (persone che lavorano su turni, orari flessibili, ecc) ed entrambi abbiamo lo stesso identico diritto di utilizzare gli spazi pubblici (e la strada lo è). 
Una qualsiasi attività di volontariato ha lo stesso valore di una persona che lavora, un bambino che sta andando a scuola ha lo stesso valore di un adulto che sta andando in ufficio. Se quel minuto che perdi per far passare dei bambini in bicicletta è così importante per te, svegliati un minuto prima o accetta di arrivare al lavoro in ritardo per una tua mancanza, perché non sarà mai e poi mai più importante del rischio di ammazzare un bambino per fare una manovra azzardata.

28 maggio 2026

La mia vita come la vostra

In quanti modi si può decidere di iniziare a leggere un libro? Per sentito dire, per una recensione, perché ci incuriosisce la copertina, perché ce lo ha consigliato un amico o un’amica, ce ne sono tanti, tantissimi, ma credo di aver scovato uno dei più curiosi e inaspettati qualche giorno fa.



Ho visto un post che parlava del sistema bibliotecario digitale, Mlol, che si trova sia come app, con e-reader incluso, che sul web. Così per curiosità ho deciso di scaricarla e vedere come funzionava. Leggo spesso su smartphone, è un modo che seppur non ideale per gli occhi mi permette di leggere molto più spesso di quanto farei solo su carta, che comunque continuo ad usare. Mi trovo spesso a leggere due libri contemporaneamente, uno su carta nei momenti di relax o quando posso portarlo comodamente in giro e uno su smartphone per evitare di scrollare troppi contenuti inutili nei momenti di attesa o di noia.

Questo l’ho iniziato quasi per sbaglio, perché ne sto leggendo già due nel frattempo. Mi son fissato con i libri Iperborea per le grafiche e il formato e nel sistema non sapevo cosa cercare e così ho scritto Iperborea, era l’unico disponibile e allo stesso tempo libero. L’ho scaricato per vedere com’era l’e-reader dell’app, ho giocato un po’ con la visualizzazione e poi ho provato a leggere la prima pagina per capire se fosse comodo. Da quel momento ci sono caduto dentro e non sono più riuscito a fermarmi fin quando non l’ho finito (sono solo 117 pagine).

È un libro importante, per quello che tratta ma anche per il modo in cui è scritto, sembrano pensieri sparsi ma è solo un percorso che viene tracciato nel tempo e nello spazio, un tempo e soprattutto uno spazio che è vissuto in modo completamente diverso da quello che sono, siamo abituati, noi che non abbiamo disabilità. Parla di filosofia, parla di vita, dei problemi che deve affrontare quotidianamente una persona con una mobilità diversa da quella comunemente concepita dalla nostra società, dell’accettazione del proprio corpo, ma anche del mondo che si vede da quella posizione. Parla del non arrendersi a chi vorrebbe che in fondo certa gente se ne stia a casa e non crei disagi agli altri, che non faccia perdere tempo, ma soprattutto parla di vita, di una vita come quella di tutti. 

Mi ritengo una persona molto sensibile al tema della disabilità e della discriminazione delle persone con disabilità, una discriminazione, ma soprattutto una mancanza di attenzione che in Italia è sistematica e sconfortante, a tutti livelli, da quello istituzionale a quello architettonico e culturale. Onestamente non ci avevo mai fatto molto caso prima di trovarmi in prima persona ad avere a che fare con persone con disabilità e prima di viaggiare negli Stati Uniti, dove il livello di attenzione verso certe tematiche è di un altro pianeta, a livello culturale, non solo dal punto di vista di accessibilità. Ed è infatti curioso come nel libro la California sia vista come il luogo “sicuro” come una seconda casa, un posto dove stare bene (e l’autore vive a Oslo, dove comunque il livello di civiltà è alto). Nonostante la mia familiarità con il tema, questo libro ha portato a un altro livello la mia comprensione di ciò che è che soprattutto non è essere diversamente abile. Potrebbe forse risultare uno shock per chi non si è mai rapportato con questa tematica, ma uno shock positivo, necessario, per ambire a una società migliore, in un tempo in cui tutti gli sforzi sembrano indirizzati a peggiorarla. 

30 ottobre 2025

Perché le piattaforme di streaming non sono piene di titoli tratti dai libri di Joe R. Lansdale?

Non capisco perché le piattaforme di streaming non siano piene di film e serie tratte dai libri di Joe R. Lansdale. 



Ieri ho finito di leggere The Thicket, La Foresta nell'edizione italiana edita da Einaudi, e come già mi è capitato moltissime altre volte con i suoi libri esco da un mondo che ho abitato, sentito e annusato per diversi giorni, come se fosse reale. Uno scrittore dal tocco magico, che ha la capacità di farti ridere come se stessi guardando uno dei migliori film comici di sempre e qualche pagina dopo riesce a farti piangere con una scena descritta in poche semplici parole che arrivano subito al punto. I suoi personaggi sono vivi, incredibili nella loro eccezionalità ma credibilissimi sotto il profilo narrativo, sono compagni di viaggio, amici, gente a cui ti affezioni profondamente e quando arrivi all'ultima pagina senti un nodo allo stomaco perché non potrai stare più con loro. I dialoghi sono come sceneggiature, battute taglienti che ti fanno scoppiare a ridere all'improvviso, ma anche digressioni filosofiche e riflessioni sulla vita che ti colpiscono profondamente. 

Ho letto molti libri dell'autore texano e ogni volta è così, e come potrebbe non essere irresistibile un banda formata da un ragazzino, un nano, una p*****a e un n***o che partono per una missione impossibile nel profondo West a inizio '900? 

L'hanno scorso questo libro ha trovato casa in una trasposizione su Prime Video, dove nel cast, oltre a Juliette Lewis e Peter Dinklage è presente anche James Hetfield dei Metallica (!), ma non è ancora disponibile in Italia. Su Prime potete trovare anche la bellissima serie tratta dai libri di Hap & Leonard, ma ci sono decine di romanzi e centinaia di racconti ai quali attingere e che dovreste assolutamente leggere. 

4 settembre 2025

È davvero un peccato che nessuno si sia filato The Assessment.

The Assessment è uno di quei film che considerando la media dei voti non guarderesti mai, perché come lui ce ne sarebbero mille altri. Ma ormai anche su una piattaforma come Prime, che una volta aveva una certa cura del catalogo e ora invece affossa i suoi migliori prodotti (vedi La Ruota Del Tempo e The Peripheral), film come questo si perdono nel marasma di commedie romantiche e titoli d'azione a budget ridotto,  perché il pubblico è cambiato radicalmente negli ultimi anni, ed è diventato al pari di una tv generalista, stando alla alla top ten dei film e delle serie più viste. 

The Assessment - La Valutazione (Prime Video)


La Valutazione (titolo italiano) è uno di quei gioiellini di fantascienza in cui la fantascienza è solo un pretesto per creare uno scenario che spinge lo spettatore a una riflessione filosofica senza neanche rendersene conto.

Un "nuovo mondo" senza alcuna connotazione geografico/spaziale è rappresentato quasi unicamente dalla casa vicino al mare (oceano?) di una coppia sotto a una "cupola atmosferica". Un vecchio mondo lasciato sullo sfondo della narrazione, dove presumibilmente la vita non è più possibile a causa del cambiamento climatico. Nel nuovo mondo le regole sono rigide per garantire la sopravvivenza di tutti, soprattutto sulla procreazione, per la quale solo allo 0,1% dei migliori fra quelli che si candidano ad avere un figlio, viene concessa una valutazione di idoneità. Chi vuole avere figli, come Mia (Elizabeth Olsen, la terza sorella delle gemelle Olsen ed Emmy Award per Wanda Vision) e Aaryan (protagonista in Yesterday e nel ruolo di Mahir in Tenet) deve essere sottoposto a una rigida valutazione da parte di un'incaricata che deve valutare ogni aspetto della loro vita (e quando dico ogni aspetto intendo proprio tutto) e per farlo si deve stabilire per una settimana a casa dei candidati. 

L'incaricata, interpretata da Alicia Vikander, è meticolosa e spietata e si insinua come un cancro nella quotidianità della coppia mettendoli duramente alla prova e cercando di incrinare la loro solidità come persone e come coppia, per vedere come reagiscono. 

Il film è diviso in sette capitoli come i giorni di valutazione e dal momento in cui entra in scena Alicia Vikander si entra in una spirale di angoscia, suspence e tensione erotica, impresse con grande efficacia da un'interpretazione maestosa dell'attrice, che mette in scena comportamenti a tratti disturbanti. 

Più che una valutazione sembra una demolizione dal punto di vista psicologico, un gioco al massacro nel quale l'unica a uscirne vincitrice apparentemente è proprio Virginia, la valutatrice. Sembra quasi solo un pretesto per poter insinuarsi nella vita delle persone e distruggerla. 

L'architettura della casa gioca un ruolo importante nel trasmettere questo senso di angoscia. Minimal, con linee geometriche nette in stile razionalista, così come gli interni, austeri, dai colori decisi e con pochi elementi di arredamento, fra i quali spicca subito una zona pranzo opprimente, dalla quale sembra impossibile uscire (e non a caso), con un tavolo incassato in una geometria fatta di scale e livelli sfalsati. Completano il quadro (scusate il gioco di parole) le finestre in stile Mondrian dalle quali non si vede l'esterno. Ulteriori elementi di "disturbo" sono lo studio virtuale di Aaryan e la serra di Mia sulle quali però non mi dilungo per non svelare altri elementi. 

Il cast ristretto inoltre imprime un senso di isolamento e abbandono della coppia: conta solo 13 attori e nessuna comparsa, ma per il 90% del film gli attori coinvolti sono solo tre. L'impressione è che siano rimasti gli ultimi esseri umani sulla terra, una sorta di Adamo ed Eva ai quali però viene impedito di procreare da un'entità superiore, in questo caso il governo. 

Mentre va in scena la valutazione in 7 atti, la coppia sembra completamente abbandonata a sé stessa e in balia della valutatrice, e nel momento in cui entrano in gioco altri attori invece di alleggerirla, l'atmosfera diventa ancora più pesante e opprimente. 

Altro elemento molto importante è la componente sonora del film. La colonna sonora di Emilie Levienaise-Farrouch (già al lavoro sul meraviglioso All Of Us Are Strangers, Estranei nella versione italiana) è un piccolo capolavoro che mette subito le cose in chiaro fin dal primo fotogramma e ti spinge a forza nella tensione del film con un mix di sospiri, archi, parti vocali e corali e percussioni. La compositrice riesce a mischiare musica sacra, classica contemporanea e drone con una maestria che lascia senza respiro per tutta la durata del film. Il climax dal punto di vista sonoro avviene con "la danza" (per la quale anche in questo caso non entro nei particolari), un brillante affresco rumoristico di musica sperimentale contemporanea applicato al cinema.

Ma alla fine qual è la riflessione che ci porta questo film? Non è una riflessione sulla genitorialità come si potrebbe immaginare dal tema trattato, o almeno lo è solo in modo marginale. La valutazione mette a nudo le fragilità psicologiche dei due e le ferite lasciate dal passato che inevitabilmente si rifletterebbero nell'educazione del bambino/a. Tutti fanno un figlio immaginando di potergli offrire tutto il meglio o quello che loro non hanno mai avuto, ma poi la realtà spesso è diversa proprio a causa di fratture irrisolte nella crescita personale.  

Il grande tema su cui ruota il film però è il valore della vita. 

In un mondo in cui diventa tutto sempre più standardizzato, in cui il cambiamento climatico obbliga a scelte di sacrificio il film s'interroga su dove sia il limite fra la difesa estrema della vita e vivere a pieno la vita. Nella società attuale la vita delle persone ha acquisito un valore altissimo rispetto al passato, le regole a cui siamo sottoposti quotidianamente hanno il ruolo primario di difenderla ad ogni costo o quasi. Ma a che prezzo? A quante libertà siamo disposti a rinunciare per vivere in un mondo in cui la società prosperi, dove tutto è praticamente perfetto e il rischio quotidiano è ridotto allo zero? Siamo disposti a rinunciare alle nostre comodità, allo status quo, alla sicurezza, siamo disposti a metterci in pericolo per vivere per davvero? Per riconquistare un nostro diritto primario? Quanto siamo disposti a spingere il limite sempre più in là per riavere qualcosa che abbiamo perso? 

The Assessment non dà risposte, non esprime giudizi morali. Il film diretto da Fleur Fortuné apre una piccola breccia nelle ferree convinzioni dello spettatore, qualsiasi siano le sue idee, come Virginia fa con Mia e Aaryan. 


20 luglio 2025

2001-2025: Genova-Gaza, andata senza ritorno



C’è un filo che lega la morte di Carlo Giuliani ai fatti di Gaza di questo ultimo anno e mezzo. 
Una riflessione che faccio da anni ma che non ho mai condiviso, perché l’argomento accende troppo gli animi e non si riesce mai a parlarne senza essere o bianchi o neri. Così come quando si parlava di Berlusconi ai tempi, o era il male assoluto o era un eroe. Ma in fondo la polarizzazione del pensiero di quegli anni fa quasi tenerezza a confronto con quella di oggi, in cui la violenza verbale è pane quotidiano, quindi tanto vale esporsi e fregarsene.

Quel giorno a Genova.

Quel giorno arrivò a seguito di manifestazioni mai viste prima a Seattle, Praga, Napoli, contro la cosiddetta “globalizzazione”, un concetto che in realtà era un aggregatore di sentimenti “anti”, contro i politici, contro il capitalismo, le multinazionali, contro lo strapotere di alcuni in contrapposizione con la povertà di molti. Se vogliamo dirla tutta forse molti di quelli che manifestavano non avevano neanche un motivo preciso, ma la bellezza di quel movimento era proprio la partecipazione, un esercizio di democrazia altissimo. C’era un sentimento di rivalsa, di libertà, di unità e anche di rabbia, una sana rabbia, ben distinta da quella che guidava i soliti noti che distruggevano tutto. Un sentimento che scorreva libero ed era talmente forte da portare tantissime persone in strada anche molto diverse fra loro. Un sentimento alimentato anche da un libro, No Logo di Naomi Klein, che diventò un manifesto politico, andando a creare una nuova consapevolezza sulle metodologie delle suddette multinazionali e sui rapporti con i governi.

La manifestazione di Genova si caricò oltremodo (o meglio venne caricata volontariamente oltremodo) di significati. Fin dai giorni precedenti si avvertiva un’aria di guerra, ma se vogliamo chiamarla davvero con il suo nome, bisognerebbe dire che si avvertiva aria di repressione, vera. E così fu. Durante e dopo la manifestazione. Ed è tutto scritto nelle sentenze: fu repressione violenta, non si può e non si deve chiamarla in altro modo.

Ma ci fu un messaggio che quella repressione lanciò ai manifestanti, ai militanti e in generale a tutti quelli della mia generazione.

Più che un messaggio fu una domanda precisa.

Con l’omicidio di Carlo Giuliani ci chiesero senza giri di parole:

“Siete disposti a morire per i vostri ideali?”

La risposta che abbiamo dato è stata un secco “NO”.

La verità è che avevamo troppo da perdere nelle nostre vite agiate.

Perché dopo quell’omicidio, il movimento, invece di alzare il tiro si sciolse, impaurito, smarrito, destabilizzato.

Così la consapevolezza che nessuno di noi fosse disposto a morire per i propri ideali, ha dato carta bianca a tutto quel sistema che il movimento No-Global contestava.

Quella risposta, quel “NO”, detto senza neanche pensarci un secondo, ha portato poi al mondo in cui viviamo oggi. Quel mondo in cui la ricchezza è sempre più un privilegio per pochissimi, in cui la Corte Penale Internazionale viene ridicolizzata e nessuno fa nulla, in cui tutti gli organi di controllo della democrazia sono vittime di tentativi di sabotaggio, spesso riusciti, e rimaniamo a guardare, in cui in Ucraina ammazzano civili indiscriminatamente da tre anni e molti di noi si schierano con il potente che sgancia le bombe su bambini e famiglie.

Quel “no”, quella paura, quello smarrimento, ha portato inconsciamente anche molti di noi a stare dalla parte del potere (negandolo), perché ci hanno mostrato cosa succede a stare dall’altra.

Così come quello che sta accadendo a Gaza, quella consapevolezza di poter fare tutto ciò che vogliono, è l’escalation lenta e inesorabile di quella risposta che abbiamo dato nel 2001.

La consapevolezza che nessuno, sebbene tanti si siano schierati attivamente contro il massacro, sia disposto a rischiare la vita per loro, sia disposto a superare la propria linea rossa.

La consapevolezza che oggi ancora più di ieri le nostre comodità quotidiane contano più di ogni altra cosa e non siamo disposti a perderle.

Anzi, abbiamo paura che ci vengano rubate da chi subisce ogni giorno quello che noi abbiamo solo assaggiato.

Non si può neanche scaricare la responsabilità sulla classe dirigente, che siano politici, banche, o fantomatici poteri forti. Perché la classe dirigente di oggi è l’espressione di più di vent’anni di nostre X sulle schede elettorali e di nostre scelte.

L’immobilismo della politica di oggi è la diretta espressione del nostro.