1 luglio 2021




Da diversi anni, oltre ad essere un popolo di 60 milioni di CT della nazionale, di virologi, di ingegneri e di tutto ciò che la notizia del giorno porta, siamo ogni giorno un popolo di 60 milioni di giornalisti mancati. È sport nazionale infatti sentenziare su tutti i titoli, articoli, video pubblicati, foto e qualsiasi azione da parte dei "giornaloni", perché tutti sanno come va data una notizia, quando e perché, e il modo in cui la danno i giornali è sempre quello sbagliato.

È un atteggiamento figlio del populismo e del grillismo della prima ora, che è sopravvissuto intatto a tutte le varie mutazioni e alla sua morte ed è sempre più estremizzato. Inoltre, cosa più incredibile, si è diffuso soprattutto fra le persone apparentemente più lontane da quel modo di pensare. Oggi i castigatori, per quello che riguarda la mia "bolla", quelli che ogni giorno pongono critiche costanti e reiterate (non quelli si limitano a un vago "fanno tutti schifo" per intenderci) fanno parte soprattutto di un'area diciamo progressista, che si potrebbe definire intellettuale o comunque con un'istruzione alta.

Oltre all'odio derivante dalle campagne di denigrazione di Grillo c'è anche un fatto generazionale e culturale, perché tutti più o meno dai 40/45 anni in giù abbiamo avuto o abbiamo ancora un blog, e questo in un certo senso ci fa sentire gente del mestiere. Un po' come quelli che appunto giocano a calcetto al lunedì e per questo motivo pensano di essere più bravi di Mancini a mettere in campo la nazionale. O se vogliamo un esempio meno abusato, è anche l'atteggiamento dell'umarell, che siccome in casa ha tappato un buco nell'intonaco con un po' di malta, crede di sapere meglio dell'architetto o dell'ingegnere come si fanno le fondamenta di un palazzo. Rispetto agli anni scorsi poi ci sono sempre più persone che si occupano di comunicazione e che anche in quel caso pensano di sapere come si svolge il lavoro del giornalista, o di una redazione di un quotidiano, senza averci mai avuto a che fare.

Ora al netto di innegabili scivoloni, cadute di stile, bassezze per andare a rastrellare click, il giudizio che si da è spesso oltremodo severo, perché in un giornale che deve dare un numero altissimo di notizie nel più breve tempo possibile, è chiaro che l'errore, l'articolo scritto male o quello che deve andare a prendere click (anche per permettere al giornale di sopravvivere) ci sarà sempre e c'è sempre stato, anche prima di internet (non era il click ma lo strillo in edicola). Ma intorno a quell'articolo, quel video, che pubblicate sui social scrivendo "spero che chiudano" c'è sempre una base di informazione generalista professionale, fondamentale per la pluralità e per la circolazione delle idee.

È anche vero che nell'ultimo anno, in cui l'informazione è stata soprattutto di carattere scientifico, i quotidiani hanno mostrato spesso molta difficoltà e una mancanza di competenza nel trattare certi argomenti. Con un evento del genere in cui un tipo di informazione così settoriale diventa popolare e di dominio pubblico è effettivamente complicato mantenere il passo e in molti casi le redazioni hanno mostrato il fianco scoperto. Se pensiamo però che l'informazione è stata farraginosa e contraddittoria persino da parte degli scienziati e dalle organizzazioni scientifiche, che avrebbero dovuto guidare le scelte dei governi, quella dei giornali può essere vista in parte come mancanza oggettiva, ma anche come difficoltà inevitabile, figlia di una situazione del tutto eccezionale.

Vi sento già mormorare "Eh ma Il Post non le fa certe cose..". Ecco sgomberiamo subito il campo: Il Post, che è un ottimo sito di informazione e uno di quelli che leggo più spesso, non è quello che si definirebbe un "quotidiano", è in un certo senso un magazine di informazione. Non costruiscono le notizie, ma vivono spesso di rimbalzo sulle notizie degli altri. Il clima di cui sopra fra l'altro, in questi ultimi anni è stato alimentato anche da alcuni giornalisti del Post e dal suo direttore, spesso più impegnati a giudicare (negativamente) come gli altri danno le notizie che darle in prima persona. Salvo poi con la scusa della citazione, riportare interi articoli dei tanto criticati quotidiani sul proprio sito, e alla prima occasione cadere negli stessi errori condannati fino al giorno prima. Quindi sì in parte è vero, il post non le fa certe cose, ma non le fa anche perché non si "sporca le mani" andando a scovare le notizie per darle prima di altri.

Spesso vedo tweet o post con lo screenshot di un titolo, un giudizio sommario e un commento che varia dal  "devono chiudere", al "spero chiudano domani", oppure "spero falliscano". Ora io non ho mai visto nessuno scrivere la stessa cosa di una qualsiasi altra azienda o categoria professionale con tale frequenza e con tale rabbia. 

Fra l'altro sono sempre e solo critiche quelle che si vedono circolare, sembra quasi una campagna coordinata a volte. Difficilmente vedo qualcuno pubblicare un articolo perché vale la pena leggerlo e non è perché non ce ne siano, anzi (mi vengono in mente tutti i pezzi di Paolo Giordano dall'inizio della pandemia per esempio), ma perché forse da più soddisfazione, "conviene" di più soffiare su questo odio, anche da parte di influencer più o meno popolari.

Io, al netto di tutti gli errori, le superficialità e gli opportunismi che l'informazione generalista si porta dietro, non so che gusto ci sia ad augurare di rimanere senza lavoro a centinaia di persone, perché secondo voi un articolo non è scritto bene. So che lo si scrive senza pensarci, ma ripeto, una tale cattiveria io non la vedo neanche con i peggiori criminali del mondo.

In questi giorni invece abbiamo avuto un esempio lampante della ricchezza che porta al dibattito e alla trasparenza un giornale che apre, invece di chiudere.

Domani è un giornale giovanissimo, edito da De Benedetti (e già per questo motivo nato sotto i peggiori auspici di molti), che è uscito nelle edicole con il suo primo numero il 15 settembre 2020, solo 10 mesi di vita, ed è diretto da uno dei direttori di giornale più giovani d'Italia, Stefano Feltri.

In questi giorni il quotidiano si è reso protagonista di un'esclusiva che è stata una vera bomba a mano lanciata nel dibattito pubblico.

Avrete sicuramente letto articoli o visto il video delle violenze ad opera delle forze dell'ordine nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Se questa esclusiva non l'avesse scovata Domani, chissà se ci sarebbe stato qualcun altro pronto a pubblicarla; molto probabilmente sì, ma non è un caso che l'abbia fatto quello che è il giornale più giovane attualmente in circolazione e probabilmente quello più disposto a rischiare, dovendo imporsi su una concorrenza molto più attrezzata e con una base di lettori solida. 

Anche Domani certamente avrà fatto degli errori in questi dieci mesi, avrà sicuramente buttato online qualche articolo o video con lo scopo di aumentare i click, avrà certamente trattato qualche argomento con un po' di superficialità fra i tantissimi. 

Ed è giusto criticare per questo, ci mancherebbe. Nessuno però è esente da errori, sviste, o momenti di debolezza in cui magari si è sotto pressione per mancanza di risultati e si cerca qualcosa che in qualche modo dia una spinta. 

Ma accanto agli errori, ci sono anche notizie come questa, che sono fondamentali per uno stato democratico. Se Domani avesse chiuso, o nel suo caso non avesse mai aperto, come molti augurano ai quotidiani, la nostra democrazia probabilmente sarebbe stata più debole, perché un fatto gravissimo come quello forse sarebbe rimasto nell'ombra. 

E badate bene che certe cose non le porta a galla il primo che capita, ma sono un lavoro frutto di anni di relazioni, di rapporti con tutti i piani inclinati delle istituzioni, mesi di ricerche, e spesso anche rischi personali e legali enormi, che solo una struttura solida come un gruppo editoriale, con alle spalle un ufficio legale importante può permettersi.

Quindi va bene criticare, ma quando augurate a un giornale di chiudere, anche il peggiore, quello che è diametralmente opposto alle vostre idee, pensateci bene. Ricordatevi che oltre alle persone che ci lavorano dentro, che non sono solo i giornalisti che tanto odiate (vai a capire il perché poi, se non per l'irrazionale sentimento anticasta alimentato dal grillismo), ma tutta una struttura di dipendenti e collaboratori, al di fuori della redazione, che poco hanno a che fare con quello che viene scritto, ne va anche della nostra democrazia. Come insegna la Bielorussia prima, l'Ungheria poi, o vedi il caso più specifico e recente dell'Apple Daily di Hong Kong, è veramente un attimo perdere.




14 settembre 2020



Nutro una specie di allergia verso le serie TV spagnole. "Non hai visto La Casa Di Carta??" "No". Quante volte ho dovuto rispondere a questa domanda. "Ma se non l'hai vista come fai a saperlo?". Ho visto qualche pezzo di episodio e ho capito che non è roba per me. In generale qualsiasi cosa che arrivi dalla Spagna ha sempre quel retrogusto di Paso Adelante che non riesco a digerire.

Non The Head però.

Erano già alcune settimane che cercavo qualcosa da guardare, ma le produzioni di Netflix negli ultimi tempi sono diventate il corrispettivo digitale della Fininvest degli anni '80, intrattenimento puro, leggero e popolare, che per carità non c'è nulla di male, ma non è quello che cerco. Prime invece come al solito mantiene un profilo un po' più "alto" ma non ha la potenza di fuoco del suo concorrente, quindi non si trovano spesso novità. Inoltre quando ne trovi, imbarcarti in una serie con puntate da un'ora, se non ti convince a pieno la sinossi, è abbastanza impegnativo, anche se di solito poi premia sempre.

Erano un po' di settimane che passavo sopra a The Head, pensando che fosse un po' un pacco, una serie a basso costo con attori di seconda/terza fascia buona per rimpolpare il catalogo di Prime e poco più. Ma difficilmente Prime fa operazioni del genere, quindi dopo lo scetticismo iniziale, complice qualche mattinata libera ho preso coraggio e mi sono buttato nelle sue sei puntate da circa un'ora.

Probabilmente non l'avrei fatto se avessi saputo che era una serie spagnola.

La storia è molto semplice: una stazione di ricerca nel mezzo dell'Antartide, l'inverno con la sua l'oscurità costante, nove persone dal profilo psicologico non proprio integro e una tragedia comune alle spalle, cosa mai potrà andare storto?

The Head è quello che in gergo si chiama survival thriller, ma fin da subito manifesta un'altra caratteristica forse più adatta a descriverlo ed è quella del thriller psicologico. La serie scava dentro la mente dei suoi protagonisti, dove sotto una superficie apparentemente chiara e liscia si scoprono via via crepacci piccoli o grandi nei quali l'oscurità regna sovrana, fino a scoperchiare veri e propri buchi neri che inghiottiscono tutto.

L'inizio è dei più classici, una festa per salutare l'ultimo giorno di luce, tutti felici e contenti, in armonia. Sorrisi, balli, iniziazioni per i nuovi arrivati, ovvero la visione di The Thing di Carpenter (ma nella serie non c'è nulla di "paranormale") per impressionarli e la più classica prova di forza: passare seminudi dalla sauna all'esterno e affrontare un'escursione termica di 50 gradi. Subito però qualcosa si incrina, apparentemente per una banale questione, ma in realtà è un primo segnale di quello che sta covando sotto la superficie. Non posso andare nello specifico perché qualsiasi descrizione più accurata con il succedersi delle puntate potrebbe farvi intuire qualcosa e rovinarvi la sorpresa.

Fin dalle prime immagini la serie riesce a trasmetterti una tensione costante, palpabile, la sensazione che da un momento all'altro possa succedere di tutto, cosa che puntualmente poi accade. 

Su due cose però ci avevo preso, effettivamente non è una produzione faraonica, è girata quasi interamente nella stazione di ricerca, ricostruita all'interno di un grande edificio a Tenerife e in Islanda per le poche scene in esterna. Inoltre gli attori non sono nomi di alta fascia, ma risultano molto adatto nel loro ruolo. Anche l'espediente narrativo non è dei più originali, basato sui flashback dei sopravvissuti, ma tutto funziona alla perfezione e la serie sa tenerti incollato con una attenta ricostruzione degli eventi che non rivela nulla di più di quello che serve, fino alla fine.

Riguardo agli attori, nonostante il più citato sia Alvaro Morte (sì quello de La Casa Di Carta), i veri protagonisti sono altri. Il ruolo più difficile è affidato a John Lynch (forse unico attore con esperienze di livello nel cast), il Paul Hill di Nel Nome del Padre o il marito di Gwyneth Paltrow in Sliding Doors, oltre a molti altri ruoli da non protagonista. Ma la cosa più curiosa è che Lynch è già stato recentemente prigioniero dei ghiacci per interpretare John Bridgens nella serie capolavoro The Terror.

Insomma per una volta l'effetto Paso Adelante non solo non si è fatto sentire, ma mi tocca proprio ricredermi sulle produzioni spagnole: The Head è un thriller forse non perfetto tecnicamente ma dove tutto è al posto giusto e fa quello che deve fare un thriller: tenerti costantemente con il fiato sospeso.

E comunque no, non guarderò La Casa Di Carta.



21 luglio 2020




L'8 maggio usciva l'ultimo album di Mark Lanegan... Sembra l'anno scorso vero?
Questa impressione di salto temporale degno di Dark lascerà molti dischi in soffitta fra quelli usciti prima, durante o subito dopo l'esplosione della pandemia. Per questo mai come quest'anno sarà utile tornare su dischi non proprio nuovissimi, per riascoltarli con una condizione psicologica migliore, oppure anche solo per dargli un'altra possibilità.
Straight Songs Of Sorrow è uno di quelli che merita un'altra possibilità e non solo per la pandemia. Uscito in concomitanza con la sua autobiografia, presentato (sbagliando, a mio parere) come una sorta di appendice musicale al racconto della vita al limite dell'ex cantante degli Screaming Trees, è un disco del quale si è discusso parecchio, ma forse si è ascoltato poco.
Probabilmente è stato soffocato dai moltissimi estratti del libro, fra aneddoti su Kurt Cobain e problemi con i suoi ex compagni di band che oggettivamente erano pezzi di storia della musica mai venuti alla luce. Non ha giocato a suo favore neanche l'uscita ravvicinata a Somebody's Knocking, uscito solo l'anno scorso, cosa che automaticamente l'ha fatto percepire come una raccolta di outtake del precedente. Niente di più sbagliato.
Ad aggravare ancora di più la posizione di questo sfortunato album, il quadro non proprio edificante che viene fuori dall'autobiografia (poi confermato in alcune interviste dallo stesso Lanegan: "Sono stato uno stronzo"), un personaggio scontroso, scostante, scorretto con gli amici, soprattutto ai tempi in cui c'era di mezzo l'eroina. Tant'è che questo quadro poco edificante ha provocato sui social anche una sorta di #metoo del fan "maltrattato", con alcuni racconti di questi ultimi e addetti ai lavori delusi dal suo comportamento, che l'hanno dipinto come, guarda un po', uno stronzo.
Sinceramente a me che sia uno stronzo o meno poco importa, anzi, forse preferisco gli artisti come lui, che non si mostrano per forza come dei santi scesi in terra, sempre sorridenti e accomodanti anche con chi spesso è maleducato e pretende attenzioni che non gli sono dovute, ma che hanno i loro momenti "no" come tutti, durante i quali non bisogna rompergli i coglioni.
Smarcata la questione caratteriale, Straight Songs Of Sorrow è stato non del tutto apprezzato dalla critica, e poco apprezzato anche dal pubblico, che nella stragrande maggioranza dei casi l'ha liquidato come un disco senza spina dorsale, svogliato, di un artista che ormai è ben lontano dalla sua forma migliore. Molti hanno attaccato con la solita litania del "dopo i primi due dischi il nulla", "dove sono le chitarre", ma non consideriamoli neanche.




La verità è che questo disco è molto di più di quello che sembra. Anche io all'inizio, dopo un paio di ascolti l'ho liquidato malamente. Abituato al solito Lanegan, ho dato per scontato che l'ascolto ideale fosse in auto, o con gli auricolari mentre giravo per la città. Niente di più sbagliato. Si tratta di un album riflessivo, da ascoltare in casa, la cui forse condizione ideale è l'ascolto su vinile, un disco al quale manca quasi completamente la componente ritmica oltre alle chitarre. È un difetto? Assolutamente no, anzi. Ritengo che la voce di Lanegan oggi abbia una componente molto più dark rispetto al passato e si sposi meglio con i synth più che con le chitarre, fatta eccezione per le chitarre acustiche, che ancora oggi sono sue compagne ideali e infatti non mancano neanche in questo capitolo della sua discografia. Perché sì, la sua voce è più o meno sempre la stessa, ma l'evoluzione del suo suono negli ultimi anni è stata decisa. Decisa ma allo stesso tempo discreta, non ha mai voluto dare un taglio netto col passato, ma piano piano, spesso senza neanche farlo notare, ha staccato tutti gli ormeggi dal suo vecchio porto e Straight Songs Of Sorrow è il mare in cui sta navigando ora. Un mare scuro, al cui orizzonte si vedono ancora i nuvoloni che lo hanno da poco spazzato, ma che al momento è placido, una liquida tavola nera.
Per spezzare una lancia a favore dei detrattori c'è da dire che la traccia di apertura non è delle più facili. I Wouldn't Want To Say è un pezzo senza struttura, nè strofa, nè ritornello, un salmodiare su un loop di batteria incessante e un basso sintetizzato, un pezzo ipnotico, un testo buio in cui si racconta, una dichiarazione di intenti che mette subito in chiaro le cose: "Dici che cadrò e cadrò ancora più in basso... il mio cuore è nero come la notte... il soffocamento non può uccidermi, c'è questa scala che sto salendo, nell'oscurità non puoi trovarmi".
Subito dopo questo tuffo nell'oscurità si apre un lampo di luce, brevissimo, un minuto e 55 di chitarra acustica e voce, che riporta all'elemento liquido di cui parlavo prima, ma in questo caso fluviale: blues. Quel blues che ha sfiorato e abbracciato per tutta la sua carriera solista qui emerge cristallino, non tanto nella forma che pure si trova in alcuni pezzi, ma nelle atmosfere, fluviali appunto, acqua che scorre, come le note arpeggiate della chitarra suonata da Mark Morton dei Lamb Of God, che scorrono veloci, una cascata leggera, così è Apples From a Tree.




Gli ospiti, quegli amici, collaboratori, compagni che lo hanno accompagnato tutta la vita, ma anche musicisti che in qualche modo gli hanno reso omaggio, e nuovi ingressi, come sua moglie Shelley Brein alla voce (che firma con lui altri due pezzi) nella splendida This Game Of Love, e se la "collaborazione" con lei dura da tanti anni forse non è così stronzo dai. Qui tutto ciò che associamo a Lanegan scompare, rimane solo una leggera batteria elettronica e un tappeto di synth, le due voci fanno il resto, ed effettivamente non c'è bisogno di molto altro.
Ketamine vede la presenza alla voce di Wesley Eisold dei Cold Cave, in quello che forse è il pezzo più "Laneganiano" del disco, puro blues notturno che passeggia lento entrando e uscendo di coni di luce dei lampioni: "Dio dammi la ketamina, così posso stare bene, piantare la bandiera su spiagge lontane e trascinarmi attraverso la notte."


Con Churchbell, Ghosts, Lanegan prende in alcuni tratti le sembianze di Roger Waters, nella sacralità di un canto gospel disperato, con la voce spezzata e tremolante per poi cambiare ancora veste in Internal Hourglass Discussion. Forse il pezzo più inusuale di tutta la sua discografia, a tratti vicino alle sonorità di Kid A o Amnesiac dei Radiohead. Ritorna il salmodiare del pezzo di apertura questa volta su una base electro con elementi dissonanti. Un pezzo che se non fosse per la voce riconoscibile non sembrerebbe neanche suo.



E poi arriva la chiave di volta di tutto l'album, una doppietta che vale tutta la tracklist: Stockholm City Blues e Skeleton Key. La prima una ballata chitarra acustica, voce e violino,  cristallina, perfetta nella sua semplicità, la seconda una lunga suite blues di sette minuti, basata anche questa su tappeti di synth, ma questa volta con basso e battteria. Una progressione in leggero crescendo che lascia senza fiato ad ogni elemento che si aggiunge: "Brutto, sono così brutto, Sono brutto, dentro e fuori, non si può negare, Amami, perché mai mi ameresti? Nessuno mi ha mai amato ancora, bella bambina, Il passe-partout non si aprirà, Non aprirà alcun blocco che ho in me, Arrugginito, piegato e arrugginito... Ti canterò una dolce, schietta canzone di dolore, Canto a tutti voi una dolce e schietta canzone di dolore". Onestamente e oggettivamente questa accoppiata, che diventa un trittico con un'altra ballad chitarra acustica e voce come Daylight In The Nocturnal House è una delle cose migliori che abbia mai fatto Lanegan.


Sulla seconda parte del disco poi arriva l'artiglieria, John Paul Jones al mellotron in Ballad Of a Dying Rover e Warren Ellis al violino in At Zero Below per una seconda parte che ricalca la prima, fra ballate e pezzi fuori dagli schemi, com'è appunto quello con il bassista dei Led Zeppelin.
Straight Songs Of Sorrow è uno di quei dischi che arriva "dopo", uno di quei dischi che ti colpisce dritto nel petto quando meno te lo aspetti, e soprattutto quando credevi che non fosse più capace di farlo. Lanegan è riuscito a mettere tutto sé stesso qui dentro, e con l'aiuto dei suoi ospiti si è costruito una casa, un rifugio dove finalmente sentirsi al sicuro dopo tanto navigare in acque burrascose, per  lasciarsi alle spalle i limiti fisici e mentali infranti nel passato, che hanno lasciato segni sul suo corpo e sul suo cuore, capace di trasformare il dolore in bellezza. Straight Songs Of Sorrow è un disco da mettere accanto ai suoi migliori e sarà un disco che nei prossimi anni diventerà un classico della sua carriera.

26 maggio 2019


Cosa vuol dire essere una band oggi?

Essere un band oggi non è più solo fare bei dischi e passare senza soluzione di continuità dallo studio al palco e viceversa. Vuol dire vivere il proprio tempo, avere il proprio posto nella storia, accompagnare le trasformazioni della società ed essere dentro a queste trasformazioni. La grandezza dei The National è proprio questa, l’apertura mentale, l’apertura della band verso le contaminazioni. Non solo musicali, ma anche della politica, delle altre forme d’arte e artisti. Non più una band ma un organismo che vive, respira, si nutre di ciò che la circonda e delle cose che i suoi componenti portano al suo interno. 

I Am Easy To Find è la bibbia, è il manifesto programmatico di questo modo di essere band. Farsi quasi totalmente da parte per mettere al centro le donne, per una band completamente al maschile, è un gesto di una potenza inaudita in questo periodo storico, in cui tutti professano la parità, ma nessuno è disposto a mettersi al servizio e a farsi da parte. Far uscire un disco a proprio nome, nel quale la caratteristica che ti contraddistingue di più dagli altri, ovvero la voce di Matt Berninger, viene sacrificata in gran parte per far spazio a una moltitudine di voci femminili è indice di un coraggio e una consapevolezza fuori dal comune.
La moglie di Berninger, che fino ad oggi ha rappresentato poco più di un ghost writer per i testi dei The National, che rilascia un’intervista in cui parla proprio dei testi della band come autrice, la moglie di Bryce Dessner che partecipa alle sessioni vocali del disco e piazza un’interpretazione magistrale in uno dei pezzi più belli del disco (Oblivions), tutte le altre donne coinvolte (fra le altre Lisa Hanningan e Sharon Van Etten) oltre al coro, sono una dichiarazione d'amore, ma anche una dichiarazione politica, un atto di ribellione.

Senza tralasciare poi la contaminazione profonda di Mike Mills, che non solo realizza un cortometraggio totalmente in osmosi con il disco, con protagonista un’altra donna, Alicia Vikander, ma viene scelto dalla band per produrre l’intero disco. Quale altra band sarebbe disposta a mettere nelle mani di un regista uno dei suoi dischi più importanti e ambiziosi?

Questa è la grandezza dei The National, oltre alla potenza dirompente di un disco che rappresenta una chiave di volta nella loro carriera, ma anche nella musica odierna: avere il coraggio di farsi penetrare da ciò che li circonda, di rinnegare la propria essenza per poi ricostruirsi più forti di prima, ricreando l’impianto solido che li ha sempre contraddistinti, ma unendo ai mattoni della loro creatività sempre nuovi materiali, con i quali la loro casa, una casa che cambia continuamente arredamento, riflette sempre sfumature nuove.

8 gennaio 2019



Quando è uscito Heathen, nel 2002, avevo 22 anni e David Bowie era forse nel momento più basso della sua carriera. Così basso che il disco precedente "Toy" nel 2001 non fu neanche ritenuto degno di essere pubblicato dalla Virgin/Emi. Sembra incredibile oggi che tutti lo celebrano, ma nelle onde del revival succede così: per dieci anni non ti si fila più nessuno, poi quando ai quarantenni scatta la saudade degli anni d’oro ormai andati, ecco che torni improvvisamente attuale.

Io lo scoprii per caso. Erano passati cinque anni dall'uscita di Earthling, l'ultimo disco di cui avevo sentito parlare bene e da molti era ormai dato per bollito, soprattutto dopo Hours, del '99.
Credo di aver letto una recensione da qualche parte o una news sull’uscita e non so perché lo scaricai, probabilmente da Limewire: niente di più lontano dai miei ascolti di quegli anni.
Non avevo mai ascoltato veramente Bowie, se non le canzoni più famose sentite migliaia di volte e qualche disco che mi avevano fatto ascoltare i miei parenti o amici più vecchi di me. Da bravo adolescente avevo sempre un po’ rifiutato gli artisti che erano appartenuti alla generazione precedente.
Sta di fatto che iniziai ad ascoltare Heathen e non mi fermai più per un bel po’.

Non è uno dei dischi migliori di Bowie, anzi, era stato abbastanza massacrato dalla critica, ma non mi è mai interessato perché c’erano due cose che mi calamitavano a quell'album.

Una era che non assomigliava a nulla di quello che c’era in giro in quegli anni. Totalmente fuori contesto, un po’ moderno, un po’ classico, un po’ rock, un po’ pop. Inoltre qualsiasi cosa avessi sentito prima di Bowie aveva una connotazione precisa: elettronica, dance anni ‘80, rock anni ‘60/70, ha sempre avuto la capacità di adattarsi ai tempi e di rimanere sempre attuale, arrivando al suo apice di trasformismo con il drum n’ bass di Little Wonder. Con Heathen no, era come se avesse rifiutato quella consuetudine per cui era quello sempre al passo coi tempi. Come se avesse definitivamente rifiutato di essere percepito come un uomo senza età, eterno nella sua immagine sempre moderna e attuale, come se si fosse rotto il cazzo di dover sempre dimostrare di essere capace di reinventarsi. Hours era un primo (maldestro) tentativo di scrollarsi di dosso quell'impalcatura, Heathen era la pietra tombale sul David Bowie che tutti erano abituati a conoscere. Lo si capiva anche dal look: giacca e cravatta, un classico abito da adulto e niente di più (ma con un'eleganza che nessuno al mondo avrà mai).

La seconda era la sua voce. Cruda, scarna, una voce in cui per la prima volta si scorgevano i segni dell’età, un po’ stanca, ma proprio per quello ancora più bella ed emozionante. Per la prima volta era come se ascoltassi l’uomo dietro all’artista, nascosto per decenni sotto il trucco e i costumi. Per la prima volta avevo la percezione di ascoltare David Robert Jones invece di David Bowie. Questo aspetto abbatté ogni mia barriera nei suoi confronti e iniziai ad amarlo. Il bello di quei pezzi era la loro fragilità, il loro essere “normali”, erano canzoni di un uomo che era caduto sulla terra.
Un pezzo in particolare mi dava quell’impressione, e forse l’unico degno veramente di nota all’interno della sua carriera incredibile: Slip Away.



Una canzone commovente, in cui forse per la prima volta si sente quella drammaticità toccante e rassegnata, in cui il tempo vissuto e gli anni ormai alle spalle lasciano un solco profondo, una ferita piena di nostalgia che si può quasi toccare, che poi tornerà in pezzi come Where are we now e Lazarus. Quasi floydiana nel suo ritornello corale che ricorda un po’ le atmosfere di The Division Bell ed è un caso che il pezzo parlasse di Uncle Floyd, personaggio televisivo surreale degli anni ‘70.
Heathen non sarà il miglior disco di Bowie, anzi forse sarà uno dei peggiori nelle classifiche che riuniscono i suoi album, ma è il disco con cui ha messo le fondamenta sulle quali ha poi costruito i suoi due ultimi capolavori, The Next Day e Blackstar, ed è il suo disco al quale sono più affezionato.