17 luglio 2026

TURNSTILE? Hold my beer. Il nuovo album dei Quicksand.


 

Il nuovo album dei Quicksand è arrivato finalmente, dopo la consueta raffica di singoli, come ormai (purtroppo) si usa oggi. Un album che conferma al 100% la forma di una band che tramite quei singoli ci ha ricordato chi è che tira la carretta da 30 anni. 
Perché il sottotesto di questo album sembra dire: "TURNSTILE? Hold my beer.", non in modo arrogante ma amichevole, e neanche perché gli uni siano più o meno bravi degli altri (chi vi scrive è un convinto sostenitore dei Turnstile e contestatore di quei discorsi un po' stantii sull'autenticità dell'hardcore), ma perché nelle discussioni infinite su chi fosse davvero hardcore, sulle influenze della band di Baltimora, sulla scena "quella vera (©)", su quali band avessero copiato, sui bicipiti troppo scolpiti di Brendan Yates (come se Henry Rollins non avesse mai esibito il suo fisico scolpito dal vivo), ci siamo dimenticati un po' tutti che 30 anni fa i Quicksand erano già lì dove sono i Turnstile adesso. In quella terra di mezzo che ci ricorda di quando il mondo del rock in non era soffocato dall'ossessione della "purezza", dal machismo e da un conservatorismo che ha contribuito alla sua dipartita dai palchi che contano, ma dove invece c'era voglia di sperimentare, di mischiare di respirare e assimilare elementi diversi, esattamente quello che hanno fatto i Turnstile nell'era moderna, riportando al centro della scena (inteso come palco in questo caso) un genere che non toccava palla a certi livelli da 20 anni.

Bring On The Psychics sembra riportare la band di Walter Schreifels al grado zero, in un esercizio di minimalismo certosino, in cui tutto ciò che non è strettamente funzionale al pezzo viene pulito, asportato chirurgicamente, tant'è che tranne la (bellissima) "ballad" Days You Run To, tutti i pezzi sono rigorosamente sotto i tre minuti. Il focus è tutto sulla resa ritmica più che melodica (che però non è certo trascurabile), in cui i tre sembrano muoversi come un solo corpo per esprimere il maggior impatto possibile. "Balance, pride, humility", come recita il finale di Regenerate, sembra lo slogan perfetto per questo album. Non c'è assolutamente nulla di nuovo nel suono dei Quicksand che non si sia sentito negli album precedenti, ma tutto sembra scorrere senza nodi, senza incertezze, con un equilibrio forse mai avuto prima, l'orgoglio di quello che rappresentano con i loro 35 anni di carriera  e l'umiltà di affrontare un nuovo album mettendosi in discussione, non tanto nella forma, ma nel modo in cui è stato prodotto, cercando di modernizzare e semplificare l'approccio (grazie anche a Jon Markson dietro al banco mixer), e magari anche l'umiltà di farsi contro-ispirare da una band nuova come i Turnstile, Schreifels infatti in tempi non sospetti (2021) dichiarò di non sentirsi molto parte della scena, ma di sentire però un legame proprio con i Turnstile. 

Il frutto di questo approccio lo si può sentire forte e chiaro in Crystallize, forse uno dei loro pezzi più diretti di sempre, basato principalmente su un cambio di semitono nel riff principale (una delle cose più banali ma maledettamente efficaci che si possano fare), in cui le chitarre rimangono sempre al centro senza però sovrastare il resto, taglienti ma allo stesso tempo organiche, in cui gli effetti ci sono ma non prevalgono sull'impatto della distorsione. Tutto l'album è caratterizzato proprio da questo approccio, diretto, spontaneo, brillante. Senza alcun dubbio il loro migliore dalla loro seconda reunion del '99, ma capace anche di giocarsela con i primi due capitoli della loro storia: Slip (1993) e Manic Compression (1995).

Un disco con il quale reclamano il loro posto, il loro territorio: noi siamo qui, ci siamo sempre stati e ci saremo sempre, perché dischi come questo sono fatti per restare. Band come queste sono fatte per restare, attraversare le epoche, perché in fondo il post-hardcore dei Quicksand non è mai appartenuto a nessuna epoca in particolare, sempre trasversale, obliquo, con un approccio votato più a costruire qualcosa di personale che ad affrancarsi a un'audience abituata a schemi ben precisi. Difatti la band di New York non ha mai avuto né l'aura seminale degli Helmet né l'appeal dei Deftones (nonostante fossero stati i primi a firmare con una major), per citare due band a loro affini, sono sempre rimasti un po' in disparte rispetto ai riflettori e spesso poco considerati per quello che hanno rappresentato nella storia del post-hc. I Quicksand per il genere che rappresentano sono la voce di chi ha preferito la curiosità all'appartenenza, l'esplorazione alla fratellanza, di chi ha sempre scelto il percorso meno banale, rimanendo però fedele a sé stesso e alle proprie convinzioni.


19 giugno 2026

Ingenuità, rancore e complesso di inferiorità

Non è tanto quello che ha detto Trump ("mi ha implorato di fare una foto, mi ha fatto pena"), o quello che gli avrebbe detto Meloni al G7, ma il continuo perpetrare di errori strategici davvero grossolani sul posizionamento internazionale di questo governo e del suo presidente. 

Non ci voleva un genio della diplomazia a capire che Trump avrebbe potuto fare quello che ha fatto. Non ci voleva un genio della politica neanche per imparare dall'errore fatto nei tre anni precedenti, passati a rincorrere Donald in cerca di una consacrazione, errore pagato poi a caro prezzo a ridosso del referendum, quando il biondo ha scaricato la bionda come fosse un reso Amazon.
Invece Meloni guidata dall'ingenuità e dal rancore verso le critiche (sacrosante) ricevute a fronte di quell'errore cruciale di posizionamento internazionale, voleva a tutti i costi un riscatto. Lo bramava, per dimostrare a tutti che lei non sbaglia. Così, dopo pochi mesi da quell'errore è tornata a inseguire Trump alla prima occasione che le si è presentata davanti. La frase riportata dal Presidente USA può anche non averla detta, ma non è importante, il linguaggio del corpo delle immagini tratte dal G7 parla chiaro, c'è poco da girarci intorno. Così come l'intervista post evento, in cui con evidente soddisfazione dichiara "ho trovato il rapporto (personale fra lei e Trump) immutato, non c'è stato neanche bisogno di parlare". 

Come si può essere così ingenui da esporsi in questo modo, con una persona che negli ultimi mesi ha cambiato versione almeno venti volte su ogni argomento che ha affrontato? 

È colpa appunto del rancore che ha guidato questo governo fin dall'inizio, del complesso di inferiorità, o della sindrome dell'"underdog", come le piace essere definita. Quel bisogno incontenibile di "farla pagare" a tutti quelli che negli anni passati hanno precluso a lei e ai suoi posizioni di vertice per il solo fatto di essere di destra (secondo loro), quel bisogno incontenibile di occupare tutte le caselle, di mettere in campo un'egemonia culturale in risposta a quella presunta della sinistra, che poi ha portato ad altri errori grossolani, come il caso Venezi o il caso Sangiuliano. Perché forse quei posti non erano preclusi per razzismo ideologico, ma semplicemente perché i profili proposti erano inadeguati, come poi la realtà ha dimostrato inesorabile. D'altronde quando ti circondi di gente come Delmastro, Lollobrigida, Pozzolo o Montaruli, non puoi pretendere di avere uno standing tale da poter reclamare una considerazione maggiore.
Così quel bisogno incontenibile di avere un riconoscimento da parte di uno dei guru della destra mondiale da poter sfoggiare per mostrare di non essere inferiore a nessuno, quel rancore insopprimibile verso le critiche che non è in grado di accettare, neanche dopo 4 anni alla guida del paese, ha portato Giorgia Meloni all'ennesimo errore, imperdonabile perché reiterato con ostinazione. Anche la risposta, stonata e frettolosa via Instagram, come una Chiara Ferragni qualsiasi, invece che attraverso canali ufficiali sui quali di solito si muove la diplomazia in casi così importanti, è indice di debolezza e di quel complesso di inferiorità che l'ha spinta ad agire con irruenza, per la paura di quello che giornalisti e avversari politici avrebbero potuto dire di lei in sua "assenza" (spoiler: sono arrivati sostanzialmente solo attestati di solidarietà e sostegno nelle prime battute).

Giusto difendere il Presidente del Consiglio dagli attacchi che arrivano dall'esterno in una situazione del genere, perché rappresenta il Paese, ma non si può fare a meno di far notare la catena di scivoloni fatti in questi mesi/anni, nella maggior parte dei casi per non dover mai ammettere di aver sbagliato. Perché sarebbe bastato ammettere l'errore di aver seguito inutilmente Trump in questi anni, per non essere costretti a rifarlo una seconda volta.

Errare è umano, perseverare è di destra.



11 giugno 2026

Haylie Davis, Wandering Star: la nuova stella del country




Nel momento stesso in cui clicchi play sembra che le canzoni di Wandering Star abbiano sempre fatto parte della tua vita, come quei pezzi che ascoltavano in macchina i tuoi genitori e si sono cementati in un cassetto remoto nella memoria. La capacità di Haylie Davis è quella di arrivare dritta al punto, di immergersi e immergere l’ascoltatore in questo liquido amniotico fatto di country e folk, come se fosse sempre stata lì dagli anni 70 e invece è solamente al suo secondo album (il primo con il suo nome) e nel pieno dei suoi 26 anni. Pezzi come Young Man sono un’enciclopedia del folk statunitense condensata in 5 minuti; non si tratta però di citazionismo, Davis è autrice solida e attuale, perfettamente centrata nel nostro tempo, con la capacità cristallina di creare classici istantanei senza tempo.

4 giugno 2026

Ma io devo andare a lavorare

Una volta al mese circa offro mezz'ora del mio tempo a un'associazione che si chiama Massa Marmocchi, che insieme ai genitori organizza delle piccole "carovane" in bicicletta per portare a scuola i bambini a Milano. È un'attività importante, per rivendicare uno spazio, la strada, che è anche dei bambini, per la socialità della città, per i bambini che imparano ad andare in strada in sicurezza e protetti da una "massa" appunto, che tramite genitori e volontari vigila sul percorso verso la scuola. Si tratta di un tragitto breve, ci si trova in un punto e andando ad un'andatura adeguata a bambini fra i 4 e i dieci anni di età (scuole elementari e a volte anche scuola materna), in quindici/venti minuti si arriva a scuola. Lo si fa in diverse scuole con diversi tragitti, quello di cui faccio solitamente parte è un tragitto piuttosto tortuoso, per percorrere poche vie trafficate e non impegnare la stessa carreggiata per troppo tempo. Ci sono genitori e volontari che controllano il tragitto, fermando le macchine agli incroci, proteggendo i bambini tenendoli al centro del gruppo, insomma c'è un'organizzazione abbastanza rodata per fare in modo che tutti arrivino sani e salvi divertendosi, perché c'è anche la musica con una grande cassa portatile. Solitamente automobilisti e vari utenti della strada comprendono, apprezzano, sorridono e incoraggiano, anche perché l'intralcio dura al massimo un minuto. 



È bello vedere la gente che sorride quando passiamo, i bambini che vanno a scuola a piedi con i genitori che magari gridano "anche io voglio farlo!" e i bambini in bicicletta che cantano insieme. A volte quando si azzecca la canzone giusta (per loro, non per me che la maggior parte delle volte mi strapperei le orecchie, ma è un sacrificio che sono felice di fare) nel momento in cui la strada è un po' più sicura, c'è un atmosfera talmente bella che quasi mi commuovo. 
Poi ci sono anche episodi spiacevoli come stamattina: un ragazzo che ha tentato di sorpassare/attraversare la carovana con lo scooter in modo azzardato. Un caso emblematico di una mentalità malata che fa purtroppo parte della nostra società e che si collega anche al mio ultimo post sulla disabilità e il libro di Jan Grue.
Stavamo percorrendo una via a doppio senso, fra università e scuole di vario genere, abbastanza stretta e trafficata, dove la velocità delle auto non è mai troppo sostenuta (e non lo deve essere, in qualsiasi altra città europea sarebbe una zona 30, se non a traffico limitato). Ci apprestavamo a girare nella via della scuola, con i genitori e volontari avevamo già segnalato la svolta e avevamo già fermato le auto che sopraggiungevano nell'altro senso per svoltare, quando sopraggiunge un ragazzo in scooter che ci sorpassa sulla sinistra mentre stiamo per girare a sinistra. Una manovra assurda anche se a svoltare fosse stata un'auto. Io ero nelle prime posizioni, sento gridare dietro di me, mi giro e lo vedo arrivare, faccio in modo di mettermi davanti a lui per non farlo passare e si ferma.
Senza alzare la voce per non farmi sentire dai bambini gli dico con un pizzico di rassegnazione, essendo un ragazzo piuttosto giovane e non un boomerone col T-Max dal quale te lo aspetteresti, "Ma che cazzo fai, dai, non vedi che ci sono dei bambini?", lui mi risponde con la frase magica "Eh ma io devo andare a lavorare", senza neanche avere il coraggio di guardarmi in faccia, perché sapeva di aver fatto una cazzata. 
Questa cosa del "ma io devo lavorare", una frase fatta che ormai pronunciamo senza nemmeno pensarci, è indice di un retaggio culturale aberrante, incivile, per cui solo gli individui più produttivi, abili e veloci hanno il diritto di muoversi, tutti gli altri invece dovrebbero rimanere chiusi in casa e recare il minimo disturbo possibile, che siano bambini, anziani, disabili, o semplicemente persone che hanno la "colpa" di avere del tempo libero. Come se il fatto di "andare a lavorare" o lavorare per strada (come corrieri o artigiani vari), autorizzi automaticamente a prevaricare tutti gli altri, non utilizzando lo spazio pubblico a cui tutti hanno diritto, ma invadendolo e abusandone con prepotenza. Viviamo in un periodo storico in cui dietro al velo di tolleranza in fondo si ha diritto di "esistere" solo se si è produttivi, e i primi a perpetrare questa aberrazione siamo noi, con frasi che ormai fanno parte dei nostri discorsi, spesso anche ironici, ma che denotano il fatto che questa mentalità è molto radicata, anche inconsciamente. Tutti però hanno il diritto di utilizzare le strade e lo spazio pubblico e di farlo con i loro tempi, rispettando le regole e il buonsenso (ricordo che in città è consentito dal codice della strada procedere appaiati in bicicletta). Dall'anziano col cappello che va a fare la spesa in auto, al diversamente abile che circola con la sedia a rotelle a motore (che, spoiler, può essere produttivo quanto e più di te che cammini su due piedi, perché poi il pensiero più comune è sempre quello che diversamente abile=pensione di invalidità), al bambino che vuole andare a scuola in bicicletta e ha tutto il diritto di farlo utilizzando la strada che è anche sua. L'utente più forte ha il dovere di difendere e proteggere il diritto di muoversi di chi è più debole, con comportamenti adeguati sulla strada e non solo, perché è così che si vive in una società civile.
Avere del tempo libero non è una colpa, è un diritto fondamentale, il momento in cui io ho del tempo libero coincide sempre con l'attività lavorativa di qualcun altro e viceversa (persone che lavorano su turni, orari flessibili, ecc) ed entrambi abbiamo lo stesso identico diritto di utilizzare gli spazi pubblici (e la strada lo è). 
Una qualsiasi attività di volontariato ha lo stesso valore di una persona che lavora, un bambino che sta andando a scuola ha lo stesso valore di un adulto che sta andando in ufficio. Se quel minuto che perdi per far passare dei bambini in bicicletta è così importante per te, svegliati un minuto prima o accetta di arrivare al lavoro in ritardo per una tua mancanza, perché non sarà mai e poi mai più importante del rischio di ammazzare un bambino per fare una manovra azzardata.

28 maggio 2026

La mia vita come la vostra

In quanti modi si può decidere di iniziare a leggere un libro? Per sentito dire, per una recensione, perché ci incuriosisce la copertina, perché ce lo ha consigliato un amico o un’amica, ce ne sono tanti, tantissimi, ma credo di aver scovato uno dei più curiosi e inaspettati qualche giorno fa.



Ho visto un post che parlava del sistema bibliotecario digitale, Mlol, che si trova sia come app, con e-reader incluso, che sul web. Così per curiosità ho deciso di scaricarla e vedere come funzionava. Leggo spesso su smartphone, è un modo che seppur non ideale per gli occhi mi permette di leggere molto più spesso di quanto farei solo su carta, che comunque continuo ad usare. Mi trovo spesso a leggere due libri contemporaneamente, uno su carta nei momenti di relax o quando posso portarlo comodamente in giro e uno su smartphone per evitare di scrollare troppi contenuti inutili nei momenti di attesa o di noia.

Questo l’ho iniziato quasi per sbaglio, perché ne sto leggendo già due nel frattempo. Mi son fissato con i libri Iperborea per le grafiche e il formato e nel sistema non sapevo cosa cercare e così ho scritto Iperborea, era l’unico disponibile e allo stesso tempo libero. L’ho scaricato per vedere com’era l’e-reader dell’app, ho giocato un po’ con la visualizzazione e poi ho provato a leggere la prima pagina per capire se fosse comodo. Da quel momento ci sono caduto dentro e non sono più riuscito a fermarmi fin quando non l’ho finito (sono solo 117 pagine).

È un libro importante, per quello che tratta ma anche per il modo in cui è scritto, sembrano pensieri sparsi ma è solo un percorso che viene tracciato nel tempo e nello spazio, un tempo e soprattutto uno spazio che è vissuto in modo completamente diverso da quello che sono, siamo abituati, noi che non abbiamo disabilità. Parla di filosofia, parla di vita, dei problemi che deve affrontare quotidianamente una persona con una mobilità diversa da quella comunemente concepita dalla nostra società, dell’accettazione del proprio corpo, ma anche del mondo che si vede da quella posizione. Parla del non arrendersi a chi vorrebbe che in fondo certa gente se ne stia a casa e non crei disagi agli altri, che non faccia perdere tempo, ma soprattutto parla di vita, di una vita come quella di tutti. 

Mi ritengo una persona molto sensibile al tema della disabilità e della discriminazione delle persone con disabilità, una discriminazione, ma soprattutto una mancanza di attenzione che in Italia è sistematica e sconfortante, a tutti livelli, da quello istituzionale a quello architettonico e culturale. Onestamente non ci avevo mai fatto molto caso prima di trovarmi in prima persona ad avere a che fare con persone con disabilità e prima di viaggiare negli Stati Uniti, dove il livello di attenzione verso certe tematiche è di un altro pianeta, a livello culturale, non solo dal punto di vista di accessibilità. Ed è infatti curioso come nel libro la California sia vista come il luogo “sicuro” come una seconda casa, un posto dove stare bene (e l’autore vive a Oslo, dove comunque il livello di civiltà è alto). Nonostante la mia familiarità con il tema, questo libro ha portato a un altro livello la mia comprensione di ciò che è che soprattutto non è essere diversamente abile. Potrebbe forse risultare uno shock per chi non si è mai rapportato con questa tematica, ma uno shock positivo, necessario, per ambire a una società migliore, in un tempo in cui tutti gli sforzi sembrano indirizzati a peggiorarla.