Non è tanto quello che ha detto Trump ("mi ha implorato di fare una foto, mi ha fatto pena"), o quello che gli avrebbe detto Meloni al G7, ma il continuo perpetrare di errori strategici davvero grossolani sul posizionamento internazionale di questo governo e del suo presidente.
Non ci voleva un genio della diplomazia a capire che Trump avrebbe potuto fare quello che ha fatto. Non ci voleva un genio della politica neanche per imparare dall'errore fatto nei tre anni precedenti, passati a rincorrere Donald in cerca di una consacrazione, errore pagato poi a caro prezzo a ridosso del referendum, quando il biondo ha scaricato la bionda come fosse un reso Amazon.
Invece Meloni guidata dall'ingenuità e dal rancore verso le critiche (sacrosante) ricevute a fronte di quell'errore cruciale di posizionamento internazionale, voleva a tutti i costi un riscatto. Lo bramava, per dimostrare a tutti che lei non sbaglia. Così, dopo pochi mesi da quell'errore è tornata a inseguire Trump alla prima occasione che le si è presentata davanti. La frase riportata dal Presidente USA può anche non averla detta, ma non è importante, il linguaggio del corpo delle immagini tratte dal G7 parla chiaro, c'è poco da girarci intorno. Così come l'intervista post evento, in cui con evidente soddisfazione dichiara "ho trovato il rapporto (personale fra lei e Trump) immutato, non c'è stato neanche bisogno di parlare".
Come si può essere così ingenui da esporsi in questo modo, con una persona che negli ultimi mesi ha cambiato versione almeno venti volte su ogni argomento che ha affrontato?
È colpa appunto del rancore che ha guidato questo governo fin dall'inizio, del complesso di inferiorità, o della sindrome dell'"underdog", come le piace essere definita. Quel bisogno incontenibile di "farla pagare" a tutti quelli che negli anni passati hanno precluso a lei e ai suoi posizioni di vertice per il solo fatto di essere di destra (secondo loro), quel bisogno incontenibile di occupare tutte le caselle, di mettere in campo un'egemonia culturale in risposta a quella presunta della sinistra, che poi ha portato ad altri errori grossolani, come il caso Venezi o il caso Sangiuliano. Perché forse quei posti non erano preclusi per razzismo ideologico, ma semplicemente perché i profili proposti erano inadeguati, come poi la realtà ha dimostrato inesorabile. D'altronde quando ti circondi di gente come Delmastro, Lollobrigida, Pozzolo o Montaruli, non puoi pretendere di avere uno standing tale da poter reclamare una considerazione maggiore.
Così quel bisogno incontenibile di avere un riconoscimento da parte di uno dei guru della destra mondiale da poter sfoggiare per mostrare di non essere inferiore a nessuno, quel rancore insopprimibile verso le critiche che non è in grado di accettare, neanche dopo 4 anni alla guida del paese, ha portato Giorgia Meloni all'ennesimo errore, imperdonabile perché reiterato con ostinazione. Anche la risposta, stonata e frettolosa via Instagram, come una Chiara Ferragni qualsiasi, invece che attraverso canali ufficiali sui quali di solito si muove la diplomazia in casi così importanti, è indice di debolezza e di quel complesso di inferiorità che l'ha spinta ad agire con irruenza, per la paura di quello che giornalisti e avversari politici avrebbero potuto dire di lei in sua "assenza" (spoiler: sono arrivati sostanzialmente solo attestati di solidarietà e sostegno nelle prime battute).
Giusto difendere il Presidente del Consiglio dagli attacchi che arrivano dall'esterno in una situazione del genere, perché rappresenta il Paese, ma non si può fare a meno di far notare la catena di scivoloni fatti in questi mesi/anni, nella maggior parte dei casi per non dover mai ammettere di aver sbagliato. Perché sarebbe bastato ammettere l'errore di aver seguito inutilmente Trump in questi anni, per non essere costretti a rifarlo una seconda volta.




