22 marzo 2022

Cosa c'è di più naturale di un nonno che vuole fotografare il nipote? Nulla forse, ma la scena a cui ho assistito qualche settimana fa in un negozio di ottica mi ha colpito e un po' emozionato. Ecco perché ho deciso di scriverne, approfittando per parlare di una passione che mi porto dietro da più di dieci anni.



Sono ormai passati circa trent'anni dal successo su larga scala delle fotocamere digitali e ne sono passati altrettanti dalla riscoperta delle fotocamere analogiche russe Lomo e la conseguente nascita della Lomografia, ovvero quella filosofia per cui non c'è molto da pensare per fare una fotografia, scatta e basta. Una filosofia che nasceva come rifiuto sia del crescente successo del digitale, sia di una tendenza a "professionalizzare" sempre di più l'hobby fotografico. Nel frattempo la fotografia analogica è stata data per morta innumerevoli volte (così come le macchine digitali, che anche loro hanno dovuto cedere al progresso degli smartphone poco dopo), ma dopo 30 anni vive e lotta in mezzo a noi, in forme che non si potevano neanche immaginare, soprattutto per chi non frequenta dall'interno questo mondo.

In questi anni sono stati tantissimi i prodotti che si sono affacciati sul mercato, la più attiva è stata senza alcun dubbio Lomography, ma anche altri marchi, alcuni nuovi, alcuni rilevati e rinnovati, altri sempre fedeli alla loro storia, hanno proseguito o rinnovato la produzione. Come è naturale che sia però hanno avuto molto più risalto gli annunci degli abbandoni di alcuni nomi storici, invece delle nuove piccole o grandi produzioni. 

Uno dei più grandi successi sicuramente è stato il ritorno negli ultimi anni delle istantanee, con la rinascita del marchio Polaroid, Fuji Instax, e la stessa Lomography con la Instant (oltre ad alcune ibride digitali/istantanee come la Kodak Printomatic o la Canon Zoemini). 

Ma la parte più importante, senza la quale la fotografia analogica non sarebbe arrivata viva al 2022, sono naturalmente le pellicole, un comparto meno conosciuto delle istantanee, ma che ha contribuito sensibilmente a mantenere alto l'interesse, perché senza produzione di pellicole la fotografia analogica sarebbe inevitabilmente morta. Ci sono infatti molti marchi che nell'arco di trent'anni si sono affacciati sul mercato, alcuni con enorme successo come le Cinestill, che hanno presentato proprio in questi giorni le nuove 400Dynamic, altre come l'italiana Ferrania (altro marchio storico riportato a nuova vita) con grande successo di pubblico ma grandi difficoltà di produzione, la tedesca Kono, le Bergger Pancro, Silbersalz, il marchio Rollei rinato come produttore di pellicole sempre da una costola di Agfa. Questo solo per citare alcuni dei marchi più conosciuti oltre alle numerose pellicole della già citata Lomography e la sempre attiva Kodak che in questi giorni ha presentato la nuova Kodak Gold 200 in medio formato.

L'aspetto forse più inaspettato in tutto ciò è il recentissimo ritorno delle fotocamere compatte e di quelle usa e getta, ad opera di AgfaPhotoKodak, ma anche di IlFord con la Sprite 35 e la Rapid Retro.

Per quel che riguarda la mia esperienza personale, l'avventura è iniziata ormai dieci anni fa, comprando una Voigtlander Vito (una compatta tedesca di fine anni '50) per 30 euro a un mercatino fotografico.  Una volta presa la mano con quella, scoprii il magico mondo dei rullini 120 e le fotocamere a pozzetto, con una Lomo Lubitel 2 e il terzo step poi fu riportare in vita la reflex di mio padre (una Pentax ME). Il vizio ricominciò dopo qualche anno a un mercatino di Brema in Germania, con un'altra Voigtlander, una Bessa a soffietto, poi una Rollei 35 e l'ultimo acquisto qualche anno fa al mercato di Izmalovo di Mosca: una meravigliosa (per me) Kiev III, una macchina con una storia incredibile che vale la pena riassumere brevemente, perché in qualche modo legata alle cronache di guerra di questi giorni.

Le Kiev infatti nascono come copie delle Contax (marchio storico tedesco), ma non per una violazione di brevetto come si potrebbe pensare. Dopo la seconda guerra mondiale infatti, le catene di montaggio della Contax di Dresda, uscite miracolosamente indenni dai bombardamenti, vennero trasportate a Kiev dai soldati russi, come risarcimento per i danni di guerra e da lì nacque questa nuova produzione che prese il nome della città.

Non ho fatto questo elenco per vantarmi della mia collezione (c'è poco da vantarmi perché non ho nessuna fotocamera rara o di valore), ma per raccontare il modo in cui può crescere questa passione negli anni e far capire quello che è stata per una nicchia molto grande di persone, mentre il resto del mondo era immerso nei pixel della fotografia digitale. Tant'è che oggi trovare una vecchia macchina di livello accettabile, perfettamente funzionante a 30 euro come ho fatto dieci anni fa non è semplice, se non tentando la fortuna con vendite che non garantiscono la funzionalità.


Quello che sta succedendo nell'ultimo periodo però ha poco a che fare con le macchine fotografiche vintage acquistate su internet o nei mercatini. Perché la passione per la fotografia analogica riportata in vita principalmente dalla mia generazione (sono nato nel 1980) sta vivendo un nuovo inaspettato capitolo. Questo accade perché data l'età, molti sono ormai genitori e quando c'è un bambino in famiglia la necessità di fotografare aumenta esponenzialmente. Ma se per fare le foto di tutti i giorni ormai lo smartphone è insostituibile per noi, per i nonni più in là con l'età invece la faccenda è diversa.

Qualche mese fa il gestore di Foto Ottica Distribuzione, in Via Padova a Milano, mi raccontava che sempre di più spesso entrano signori anziani per comprare macchinette usa e getta o per chiedere rullini da caricare nelle loro vecchie compatte resuscitate da cassetti mai più aperti o dalle cantine.
Essendo stato il revival della fotografia analogica una questione più che altro da hipster, facevo fatica a immaginarmi il nonno con il risvoltino ai pantaloni, la camicia a quadri e la fixed bike che arrivava in negozio per comprare i rullini.
Vedendo la mia espressione abbastanza incredula, mi ha spiegato che lo fanno più che altro per fotografare i nipoti, perché sono stufi della poca praticità degli smartphone, oltre al fatto di non avere mai delle foto fisiche in mano e di dover rincorrere i figli per farsele stampare. Non nascondo che pur convinto dalla spiegazione sono rimasto abbastanza scettico, pensando che si trattasse di qualche episodio isolato. 

Fin quando qualche settimana fa entro per ritirare i miei rullini e mi trovo davanti al bancone un signore anziano fierissimo di aver ritrovato la sua vecchia macchina fotografica da mostrare al gestore del negozio. Dopo essersi assicurato che la macchina fosse in buone condizioni si è fatto dare un rullino e facendosi aiutare per inserirlo, ha detto: "Così finalmente posso fissare le varie fasi della crescita!". Mimando con la mano parallela al pavimento le varie altezze. Non ci potevo credere: una scena di una tenerezza incredibile che mi ha lasciato il sorriso per diverse ore.

In fondo è naturale, nelle famiglie degli ormai molti appassionati è diventato normale vedere maneggiare fotocamere analogiche, e quello che era considerata una roba da vecchi, oggi invece viene visto come una cosa da giovani (giovani una volta, per quel che mi riguarda). Questo, unito alla spesso mal sopportata dipendenza dalla tecnologia, che in molti casi fa sentire le persone più in là con gli anni inadeguate, le spinge a ritornare a qualcosa che conoscono molto bene, come la cara vecchia macchina fotografica a rullino, senza più dipendere da nessuno. Il resto lo fa il passaparola, che quando ci sono di mezzo nonni e nipoti può essere un'arma potentissima.

Ridurre la diffusione della fotografia analogica ai quarantenni e ai loro genitori però sarebbe sbagliato, perché la sua forza è la capacità di passare da una fascia d'età all'altra in un continuo scambio intergenerazionale. Una passione e un hobby che continua a rimbalzare di persona in persona senza mai fermarsi, fratelli minori che hanno seguito la passione dei maggiori, influencer e fotografi famosi che periodicamente la rilanciano, ragazzi che si fanno incuriosire dagli amici più creativi, nonni, e fra qualche anno anche i nipoti certamente si avvicineranno. Perché anche fra i ventenni ormai non è così inusuale veder maneggiare fotocamere analogiche, spesso anche compatte o usa e getta. 

In fondo il segreto dell'incredibile longevità della fotografia analogica è sempre stato la semplicità (per chi non ne fa un uso professionale o simil-professionale): un semplice bottone da schiacciare e una levetta per ricaricare (o una rotella): un punto e una virgola, vi viene in mente qualcosa di più immediato?



Foto 1: alcune delle mie macchine fotografiche messe in posa al solo scopo di avere una foto decente da mettere qui.

Foto 2: una mia foto scattata con Lubitel 2 e pellicola IlFord Fp4.






25 febbraio 2022


In questi giorni sono girati molto i tweet e post di Salvini degli anni passati, in sostegno di Putin e della Russia. Esercizio abbastanza inutile a mio parere, perché se le giravolte politiche spostassero davvero l'opinione pubblica la politica italiana sarebbe molto diversa. Oggi però sul Foglio, Luciano Capone mette in fila non i social, ma gli atti politici messi in campo dalla Lega e dai 5 Stelle a sostegno dei rapporti con la Russia e la Cina. Atti politici scritti nero su bianco in questi anni di governo, ma anche tramite prese di posizione nette quando erano all'opposizione.

Si discute molto dell'origine di questo attacco. Su cosa l'abbia scatenato effettivamente e quali movimenti ad ovest dell'Ucraina abbiano determinato una decisione così drastica di Putin. Si cita spesso la posizione dell'Unoine Europea o le pressioni della Nato, ma ci si dimentica che se il dittatore russo (iniziamo a chiamarlo con il suo vero titolo) ha potuto approfittare delle crepe di un'Unione Europea poco incisiva nell'agire quando doveva, per arginare fin da subito le sue mire espansionistiche, è anche perché per molti anni ha potuto contare su alcuni esponenti politici che volontariamente o involontariamente hanno lavorato per lui dall'interno, cercando di dividere l'Unione con un'operazione di logorio costante, che più di una volta ha minato la stabilità e l'unità di intenti.

Per certi personaggi i nemici dell'Italia sono stati per anni Macron e Merkel, l'Europa cattiva che ci imponeva le quote latte, e che ci impediva di fare i formaggi come volevamo. Mentre però usavano questi argomenti per soffiare sul fuoco nazionalista europeo, argomenti che oggi sembrano uno scherzo di cattivo gusto di fronte alla situazione attuale, dall'altra parte si facevano portatori delle istanze russe. Capone ricorda fra le altre cose la sfilata dei mezzi corazzati russi sul suolo italiano durante la pandemia, il riconoscimento dell'annessione della Crimea da parte di Salvini, l'opposizione di Di Maio alle sanzioni e al Ttip e al Ceta. Quello che non cita, ma lo farò io, è il sostegno a gruppi al limite dell'eversione all'interno degli stati europei, il più clamoroso è stato quello dei 5 stelle ai gilet gialli, a presidenti autoritari che hanno violato i diritti fondamentali come Orban, e altri più borderline come il presidente polacco Duda. Non dimentichiamoci poi neanche l'ostinata opposizione al TAP, da parte dei 5 Stelle.

Persone come Salvini e Di Maio non credo si siano mai resi conto di quello che stavano facendo, dargliene atto significherebbe elevarli a un ruolo che non gli compete, assegnargli una posizione nello scacchiere politico che non sono in alcun modo in grado di gestire, come hanno dimostrato più volte in questi anni. Fra i due certamente Salvini è quello che più si è esposto e più ha dimostrato di non saper fare politica, dal delirio del Papeete alla partita del Quirinale fallita su tutti i fronti. Di Maio invece ha dimostrato con le sue innumerevoli gaffe di non rendersi neanche conto del ruolo che ricopriva, una su tutte la richiesta di impeachment per Mattarella.

Ma anche se non gliene diamo atto non vuol dire che bisogna lasciar passare tutto come l'opera di un povero e ignaro stupido. 

Perché entrambi gli schieramenti, con a ruota Giorgia Meloni e i loro "soci" in giro per l'Europa come la Le Pen, per anni hanno giocato a un gioco pericoloso, travestito da dialettica politica, un gioco fatto per raggranellare più voti possibili spinti dagli istinti più bassi, un gioco per raccogliere non elettori consapevoli, ma seguaci, fan. Per anni hanno giocato a fare i nazionalisti come dei bambini che giocano con la pistola del papà per stupire i compagni di gioco. 

Ma la storia insegna che il nazionalismo porta solo a una cosa: conflitti e guerre.
Non si può accettare che si ignori la storia, e non si può accettare che partiti politici così importanti dal punto di vista del consenso si facciano carico non del bene della popolazione europea, ma delle pressioni di un dittatore che dichiaratamente mira ad invaderla.

Ora dalla pistola con cui giocavano il colpo è partito. Di chi è la responsabilità?


1 luglio 2021




Da diversi anni, oltre ad essere un popolo di 60 milioni di CT della nazionale, di virologi, di ingegneri e di tutto ciò che la notizia del giorno porta, siamo ogni giorno un popolo di 60 milioni di giornalisti mancati. È sport nazionale infatti sentenziare su tutti i titoli, articoli, video pubblicati, foto e qualsiasi azione da parte dei "giornaloni", perché tutti sanno come va data una notizia, quando e perché, e il modo in cui la danno i giornali è sempre quello sbagliato.

È un atteggiamento figlio del populismo e del grillismo della prima ora, che è sopravvissuto intatto a tutte le varie mutazioni e alla sua morte ed è sempre più estremizzato. Inoltre, cosa più incredibile, si è diffuso soprattutto fra le persone apparentemente più lontane da quel modo di pensare. Oggi i castigatori, per quello che riguarda la mia "bolla", quelli che ogni giorno pongono critiche costanti e reiterate (non quelli si limitano a un vago "fanno tutti schifo" per intenderci) fanno parte soprattutto di un'area diciamo progressista, che si potrebbe definire intellettuale o comunque con un'istruzione alta.

Oltre all'odio derivante dalle campagne di denigrazione di Grillo c'è anche un fatto generazionale e culturale, perché tutti più o meno dai 40/45 anni in giù abbiamo avuto o abbiamo ancora un blog, e questo in un certo senso ci fa sentire gente del mestiere. Un po' come quelli che appunto giocano a calcetto al lunedì e per questo motivo pensano di essere più bravi di Mancini a mettere in campo la nazionale. O se vogliamo un esempio meno abusato, è anche l'atteggiamento dell'umarell, che siccome in casa ha tappato un buco nell'intonaco con un po' di malta, crede di sapere meglio dell'architetto o dell'ingegnere come si fanno le fondamenta di un palazzo. Rispetto agli anni scorsi poi ci sono sempre più persone che si occupano di comunicazione e che anche in quel caso pensano di sapere come si svolge il lavoro del giornalista, o di una redazione di un quotidiano, senza averci mai avuto a che fare.

Ora al netto di innegabili scivoloni, cadute di stile, bassezze per andare a rastrellare click, il giudizio che si da è spesso oltremodo severo, perché in un giornale che deve dare un numero altissimo di notizie nel più breve tempo possibile, è chiaro che l'errore, l'articolo scritto male o quello che deve andare a prendere click (anche per permettere al giornale di sopravvivere) ci sarà sempre e c'è sempre stato, anche prima di internet (non era il click ma lo strillo in edicola). Ma intorno a quell'articolo, quel video, che pubblicate sui social scrivendo "spero che chiudano" c'è sempre una base di informazione generalista professionale, fondamentale per la pluralità e per la circolazione delle idee.

È anche vero che nell'ultimo anno, in cui l'informazione è stata soprattutto di carattere scientifico, i quotidiani hanno mostrato spesso molta difficoltà e una mancanza di competenza nel trattare certi argomenti. Con un evento del genere in cui un tipo di informazione così settoriale diventa popolare e di dominio pubblico è effettivamente complicato mantenere il passo e in molti casi le redazioni hanno mostrato il fianco scoperto. Se pensiamo però che l'informazione è stata farraginosa e contraddittoria persino da parte degli scienziati e dalle organizzazioni scientifiche, che avrebbero dovuto guidare le scelte dei governi, quella dei giornali può essere vista in parte come mancanza oggettiva, ma anche come difficoltà inevitabile, figlia di una situazione del tutto eccezionale.

Vi sento già mormorare "Eh ma Il Post non le fa certe cose..". Ecco sgomberiamo subito il campo: Il Post, che è un ottimo sito di informazione e uno di quelli che leggo più spesso, non è quello che si definirebbe un "quotidiano", è in un certo senso un magazine di informazione. Non costruiscono le notizie, ma vivono spesso di rimbalzo sulle notizie degli altri. Il clima di cui sopra fra l'altro, in questi ultimi anni è stato alimentato anche da alcuni giornalisti del Post e dal suo direttore, spesso più impegnati a giudicare (negativamente) come gli altri danno le notizie che darle in prima persona. Salvo poi con la scusa della citazione, riportare interi articoli dei tanto criticati quotidiani sul proprio sito, e alla prima occasione cadere negli stessi errori condannati fino al giorno prima. Quindi sì in parte è vero, il post non le fa certe cose, ma non le fa anche perché non si "sporca le mani" andando a scovare le notizie per darle prima di altri.

Spesso vedo tweet o post con lo screenshot di un titolo, un giudizio sommario e un commento che varia dal  "devono chiudere", al "spero chiudano domani", oppure "spero falliscano". Ora io non ho mai visto nessuno scrivere la stessa cosa di una qualsiasi altra azienda o categoria professionale con tale frequenza e con tale rabbia. 

Fra l'altro sono sempre e solo critiche quelle che si vedono circolare, sembra quasi una campagna coordinata a volte. Difficilmente vedo qualcuno pubblicare un articolo perché vale la pena leggerlo e non è perché non ce ne siano, anzi (mi vengono in mente tutti i pezzi di Paolo Giordano dall'inizio della pandemia per esempio), ma perché forse da più soddisfazione, "conviene" di più soffiare su questo odio, anche da parte di influencer più o meno popolari.

Io, al netto di tutti gli errori, le superficialità e gli opportunismi che l'informazione generalista si porta dietro, non so che gusto ci sia ad augurare di rimanere senza lavoro a centinaia di persone, perché secondo voi un articolo non è scritto bene. So che lo si scrive senza pensarci, ma ripeto, una tale cattiveria io non la vedo neanche con i peggiori criminali del mondo.

In questi giorni invece abbiamo avuto un esempio lampante della ricchezza che porta al dibattito e alla trasparenza un giornale che apre, invece di chiudere.

Domani è un giornale giovanissimo, edito da De Benedetti (e già per questo motivo nato sotto i peggiori auspici di molti), che è uscito nelle edicole con il suo primo numero il 15 settembre 2020, solo 10 mesi di vita, ed è diretto da uno dei direttori di giornale più giovani d'Italia, Stefano Feltri.

In questi giorni il quotidiano si è reso protagonista di un'esclusiva che è stata una vera bomba a mano lanciata nel dibattito pubblico.

Avrete sicuramente letto articoli o visto il video delle violenze ad opera delle forze dell'ordine nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Se questa esclusiva non l'avesse scovata Domani, chissà se ci sarebbe stato qualcun altro pronto a pubblicarla; molto probabilmente sì, ma non è un caso che l'abbia fatto quello che è il giornale più giovane attualmente in circolazione e probabilmente quello più disposto a rischiare, dovendo imporsi su una concorrenza molto più attrezzata e con una base di lettori solida. 

Anche Domani certamente avrà fatto degli errori in questi dieci mesi, avrà sicuramente buttato online qualche articolo o video con lo scopo di aumentare i click, avrà certamente trattato qualche argomento con un po' di superficialità fra i tantissimi. 

Ed è giusto criticare per questo, ci mancherebbe. Nessuno però è esente da errori, sviste, o momenti di debolezza in cui magari si è sotto pressione per mancanza di risultati e si cerca qualcosa che in qualche modo dia una spinta. 

Ma accanto agli errori, ci sono anche notizie come questa, che sono fondamentali per uno stato democratico. Se Domani avesse chiuso, o nel suo caso non avesse mai aperto, come molti augurano ai quotidiani, la nostra democrazia probabilmente sarebbe stata più debole, perché un fatto gravissimo come quello forse sarebbe rimasto nell'ombra. 

E badate bene che certe cose non le porta a galla il primo che capita, ma sono un lavoro frutto di anni di relazioni, di rapporti con tutti i piani inclinati delle istituzioni, mesi di ricerche, e spesso anche rischi personali e legali enormi, che solo una struttura solida come un gruppo editoriale, con alle spalle un ufficio legale importante può permettersi.

Quindi va bene criticare, ma quando augurate a un giornale di chiudere, anche il peggiore, quello che è diametralmente opposto alle vostre idee, pensateci bene. Ricordatevi che oltre alle persone che ci lavorano dentro, che non sono solo i giornalisti che tanto odiate (vai a capire il perché poi, se non per l'irrazionale sentimento anticasta alimentato dal grillismo), ma tutta una struttura di dipendenti e collaboratori, al di fuori della redazione, che poco hanno a che fare con quello che viene scritto, ne va anche della nostra democrazia. Come insegna la Bielorussia prima, l'Ungheria poi, o vedi il caso più specifico e recente dell'Apple Daily di Hong Kong, è veramente un attimo perdere.




14 settembre 2020



Nutro una specie di allergia verso le serie TV spagnole. "Non hai visto La Casa Di Carta??" "No". Quante volte ho dovuto rispondere a questa domanda. "Ma se non l'hai vista come fai a saperlo?". Ho visto qualche pezzo di episodio e ho capito che non è roba per me. In generale qualsiasi cosa che arrivi dalla Spagna ha sempre quel retrogusto di Paso Adelante che non riesco a digerire.

Non The Head però.

Erano già alcune settimane che cercavo qualcosa da guardare, ma le produzioni di Netflix negli ultimi tempi sono diventate il corrispettivo digitale della Fininvest degli anni '80, intrattenimento puro, leggero e popolare, che per carità non c'è nulla di male, ma non è quello che cerco. Prime invece come al solito mantiene un profilo un po' più "alto" ma non ha la potenza di fuoco del suo concorrente, quindi non si trovano spesso novità. Inoltre quando ne trovi, imbarcarti in una serie con puntate da un'ora, se non ti convince a pieno la sinossi, è abbastanza impegnativo, anche se di solito poi premia sempre.

Erano un po' di settimane che passavo sopra a The Head, pensando che fosse un po' un pacco, una serie a basso costo con attori di seconda/terza fascia buona per rimpolpare il catalogo di Prime e poco più. Ma difficilmente Prime fa operazioni del genere, quindi dopo lo scetticismo iniziale, complice qualche mattinata libera ho preso coraggio e mi sono buttato nelle sue sei puntate da circa un'ora.

Probabilmente non l'avrei fatto se avessi saputo che era una serie spagnola.

La storia è molto semplice: una stazione di ricerca nel mezzo dell'Antartide, l'inverno con la sua l'oscurità costante, nove persone dal profilo psicologico non proprio integro e una tragedia comune alle spalle, cosa mai potrà andare storto?

The Head è quello che in gergo si chiama survival thriller, ma fin da subito manifesta un'altra caratteristica forse più adatta a descriverlo ed è quella del thriller psicologico. La serie scava dentro la mente dei suoi protagonisti, dove sotto una superficie apparentemente chiara e liscia si scoprono via via crepacci piccoli o grandi nei quali l'oscurità regna sovrana, fino a scoperchiare veri e propri buchi neri che inghiottiscono tutto.

L'inizio è dei più classici, una festa per salutare l'ultimo giorno di luce, tutti felici e contenti, in armonia. Sorrisi, balli, iniziazioni per i nuovi arrivati, ovvero la visione di The Thing di Carpenter (ma nella serie non c'è nulla di "paranormale") per impressionarli e la più classica prova di forza: passare seminudi dalla sauna all'esterno e affrontare un'escursione termica di 50 gradi. Subito però qualcosa si incrina, apparentemente per una banale questione, ma in realtà è un primo segnale di quello che sta covando sotto la superficie. Non posso andare nello specifico perché qualsiasi descrizione più accurata con il succedersi delle puntate potrebbe farvi intuire qualcosa e rovinarvi la sorpresa.

Fin dalle prime immagini la serie riesce a trasmetterti una tensione costante, palpabile, la sensazione che da un momento all'altro possa succedere di tutto, cosa che puntualmente poi accade. 

Su due cose però ci avevo preso, effettivamente non è una produzione faraonica, è girata quasi interamente nella stazione di ricerca, ricostruita all'interno di un grande edificio a Tenerife e in Islanda per le poche scene in esterna. Inoltre gli attori non sono nomi di alta fascia, ma risultano molto adatto nel loro ruolo. Anche l'espediente narrativo non è dei più originali, basato sui flashback dei sopravvissuti, ma tutto funziona alla perfezione e la serie sa tenerti incollato con una attenta ricostruzione degli eventi che non rivela nulla di più di quello che serve, fino alla fine.

Riguardo agli attori, nonostante il più citato sia Alvaro Morte (sì quello de La Casa Di Carta), i veri protagonisti sono altri. Il ruolo più difficile è affidato a John Lynch (forse unico attore con esperienze di livello nel cast), il Paul Hill di Nel Nome del Padre o il marito di Gwyneth Paltrow in Sliding Doors, oltre a molti altri ruoli da non protagonista. Ma la cosa più curiosa è che Lynch è già stato recentemente prigioniero dei ghiacci per interpretare John Bridgens nella serie capolavoro The Terror.

Insomma per una volta l'effetto Paso Adelante non solo non si è fatto sentire, ma mi tocca proprio ricredermi sulle produzioni spagnole: The Head è un thriller forse non perfetto tecnicamente ma dove tutto è al posto giusto e fa quello che deve fare un thriller: tenerti costantemente con il fiato sospeso.

E comunque no, non guarderò La Casa Di Carta.



21 luglio 2020




L'8 maggio usciva l'ultimo album di Mark Lanegan... Sembra l'anno scorso vero?
Questa impressione di salto temporale degno di Dark lascerà molti dischi in soffitta fra quelli usciti prima, durante o subito dopo l'esplosione della pandemia. Per questo mai come quest'anno sarà utile tornare su dischi non proprio nuovissimi, per riascoltarli con una condizione psicologica migliore, oppure anche solo per dargli un'altra possibilità.
Straight Songs Of Sorrow è uno di quelli che merita un'altra possibilità e non solo per la pandemia. Uscito in concomitanza con la sua autobiografia, presentato (sbagliando, a mio parere) come una sorta di appendice musicale al racconto della vita al limite dell'ex cantante degli Screaming Trees, è un disco del quale si è discusso parecchio, ma forse si è ascoltato poco.
Probabilmente è stato soffocato dai moltissimi estratti del libro, fra aneddoti su Kurt Cobain e problemi con i suoi ex compagni di band che oggettivamente erano pezzi di storia della musica mai venuti alla luce. Non ha giocato a suo favore neanche l'uscita ravvicinata a Somebody's Knocking, uscito solo l'anno scorso, cosa che automaticamente l'ha fatto percepire come una raccolta di outtake del precedente. Niente di più sbagliato.
Ad aggravare ancora di più la posizione di questo sfortunato album, il quadro non proprio edificante che viene fuori dall'autobiografia (poi confermato in alcune interviste dallo stesso Lanegan: "Sono stato uno stronzo"), un personaggio scontroso, scostante, scorretto con gli amici, soprattutto ai tempi in cui c'era di mezzo l'eroina. Tant'è che questo quadro poco edificante ha provocato sui social anche una sorta di #metoo del fan "maltrattato", con alcuni racconti di questi ultimi e addetti ai lavori delusi dal suo comportamento, che l'hanno dipinto come, guarda un po', uno stronzo.
Sinceramente a me che sia uno stronzo o meno poco importa, anzi, forse preferisco gli artisti come lui, che non si mostrano per forza come dei santi scesi in terra, sempre sorridenti e accomodanti anche con chi spesso è maleducato e pretende attenzioni che non gli sono dovute, ma che hanno i loro momenti "no" come tutti, durante i quali non bisogna rompergli i coglioni.
Smarcata la questione caratteriale, Straight Songs Of Sorrow è stato non del tutto apprezzato dalla critica, e poco apprezzato anche dal pubblico, che nella stragrande maggioranza dei casi l'ha liquidato come un disco senza spina dorsale, svogliato, di un artista che ormai è ben lontano dalla sua forma migliore. Molti hanno attaccato con la solita litania del "dopo i primi due dischi il nulla", "dove sono le chitarre", ma non consideriamoli neanche.




La verità è che questo disco è molto di più di quello che sembra. Anche io all'inizio, dopo un paio di ascolti l'ho liquidato malamente. Abituato al solito Lanegan, ho dato per scontato che l'ascolto ideale fosse in auto, o con gli auricolari mentre giravo per la città. Niente di più sbagliato. Si tratta di un album riflessivo, da ascoltare in casa, la cui forse condizione ideale è l'ascolto su vinile, un disco al quale manca quasi completamente la componente ritmica oltre alle chitarre. È un difetto? Assolutamente no, anzi. Ritengo che la voce di Lanegan oggi abbia una componente molto più dark rispetto al passato e si sposi meglio con i synth più che con le chitarre, fatta eccezione per le chitarre acustiche, che ancora oggi sono sue compagne ideali e infatti non mancano neanche in questo capitolo della sua discografia. Perché sì, la sua voce è più o meno sempre la stessa, ma l'evoluzione del suo suono negli ultimi anni è stata decisa. Decisa ma allo stesso tempo discreta, non ha mai voluto dare un taglio netto col passato, ma piano piano, spesso senza neanche farlo notare, ha staccato tutti gli ormeggi dal suo vecchio porto e Straight Songs Of Sorrow è il mare in cui sta navigando ora. Un mare scuro, al cui orizzonte si vedono ancora i nuvoloni che lo hanno da poco spazzato, ma che al momento è placido, una liquida tavola nera.
Per spezzare una lancia a favore dei detrattori c'è da dire che la traccia di apertura non è delle più facili. I Wouldn't Want To Say è un pezzo senza struttura, nè strofa, nè ritornello, un salmodiare su un loop di batteria incessante e un basso sintetizzato, un pezzo ipnotico, un testo buio in cui si racconta, una dichiarazione di intenti che mette subito in chiaro le cose: "Dici che cadrò e cadrò ancora più in basso... il mio cuore è nero come la notte... il soffocamento non può uccidermi, c'è questa scala che sto salendo, nell'oscurità non puoi trovarmi".
Subito dopo questo tuffo nell'oscurità si apre un lampo di luce, brevissimo, un minuto e 55 di chitarra acustica e voce, che riporta all'elemento liquido di cui parlavo prima, ma in questo caso fluviale: blues. Quel blues che ha sfiorato e abbracciato per tutta la sua carriera solista qui emerge cristallino, non tanto nella forma che pure si trova in alcuni pezzi, ma nelle atmosfere, fluviali appunto, acqua che scorre, come le note arpeggiate della chitarra suonata da Mark Morton dei Lamb Of God, che scorrono veloci, una cascata leggera, così è Apples From a Tree.




Gli ospiti, quegli amici, collaboratori, compagni che lo hanno accompagnato tutta la vita, ma anche musicisti che in qualche modo gli hanno reso omaggio, e nuovi ingressi, come sua moglie Shelley Brein alla voce (che firma con lui altri due pezzi) nella splendida This Game Of Love, e se la "collaborazione" con lei dura da tanti anni forse non è così stronzo dai. Qui tutto ciò che associamo a Lanegan scompare, rimane solo una leggera batteria elettronica e un tappeto di synth, le due voci fanno il resto, ed effettivamente non c'è bisogno di molto altro.
Ketamine vede la presenza alla voce di Wesley Eisold dei Cold Cave, in quello che forse è il pezzo più "Laneganiano" del disco, puro blues notturno che passeggia lento entrando e uscendo di coni di luce dei lampioni: "Dio dammi la ketamina, così posso stare bene, piantare la bandiera su spiagge lontane e trascinarmi attraverso la notte."


Con Churchbell, Ghosts, Lanegan prende in alcuni tratti le sembianze di Roger Waters, nella sacralità di un canto gospel disperato, con la voce spezzata e tremolante per poi cambiare ancora veste in Internal Hourglass Discussion. Forse il pezzo più inusuale di tutta la sua discografia, a tratti vicino alle sonorità di Kid A o Amnesiac dei Radiohead. Ritorna il salmodiare del pezzo di apertura questa volta su una base electro con elementi dissonanti. Un pezzo che se non fosse per la voce riconoscibile non sembrerebbe neanche suo.



E poi arriva la chiave di volta di tutto l'album, una doppietta che vale tutta la tracklist: Stockholm City Blues e Skeleton Key. La prima una ballata chitarra acustica, voce e violino,  cristallina, perfetta nella sua semplicità, la seconda una lunga suite blues di sette minuti, basata anche questa su tappeti di synth, ma questa volta con basso e battteria. Una progressione in leggero crescendo che lascia senza fiato ad ogni elemento che si aggiunge: "Brutto, sono così brutto, Sono brutto, dentro e fuori, non si può negare, Amami, perché mai mi ameresti? Nessuno mi ha mai amato ancora, bella bambina, Il passe-partout non si aprirà, Non aprirà alcun blocco che ho in me, Arrugginito, piegato e arrugginito... Ti canterò una dolce, schietta canzone di dolore, Canto a tutti voi una dolce e schietta canzone di dolore". Onestamente e oggettivamente questa accoppiata, che diventa un trittico con un'altra ballad chitarra acustica e voce come Daylight In The Nocturnal House è una delle cose migliori che abbia mai fatto Lanegan.


Sulla seconda parte del disco poi arriva l'artiglieria, John Paul Jones al mellotron in Ballad Of a Dying Rover e Warren Ellis al violino in At Zero Below per una seconda parte che ricalca la prima, fra ballate e pezzi fuori dagli schemi, com'è appunto quello con il bassista dei Led Zeppelin.
Straight Songs Of Sorrow è uno di quei dischi che arriva "dopo", uno di quei dischi che ti colpisce dritto nel petto quando meno te lo aspetti, e soprattutto quando credevi che non fosse più capace di farlo. Lanegan è riuscito a mettere tutto sé stesso qui dentro, e con l'aiuto dei suoi ospiti si è costruito una casa, un rifugio dove finalmente sentirsi al sicuro dopo tanto navigare in acque burrascose, per  lasciarsi alle spalle i limiti fisici e mentali infranti nel passato, che hanno lasciato segni sul suo corpo e sul suo cuore, capace di trasformare il dolore in bellezza. Straight Songs Of Sorrow è un disco da mettere accanto ai suoi migliori e sarà un disco che nei prossimi anni diventerà un classico della sua carriera.