La scelta è stata difficile questa volta. No, non parlo delle elezioni, ma
della scelta fra i Touché Amoré e Wovenhand, che erano entrambi live a Milano
sabato 24 maggio. E' stato un po' come decidere quale metà del cuore salvare.
Alla fine facendo un calcolo delle probabilità la scelta è caduta sul secondo o
i secondi, perché ancora non ho capito se il progetto Wovenhand è da
considerarsi più una band o un solista e il concerto non mi ha tolto questo
dubbio.
Quando arrivo al Bloom è già
piuttosto pieno, terminato il set dei Fiub (che purtroppo non ho fatto in tempo
a vedere) e dopo una breve attesa per cambio palco e consueta mezz'oretta di
musica acida per far salire l'ansia, appaiono sul palco senza cerimonie. David
Eugene ha già in testa il suo cappello con la piuma, si porta verso il
microfono, strumenti in spalla, parte Hiss e bang! L'impatto è uno shock, il
volume di fuoco che producono è devastante, ma non solo, anche la forza
espressiva di tutta la band è schiacciante...
Le regole: scrittura a caldo, solo testo, un paragrafo, 1000 battute al massimo. (Un'immagine solo per esigenze di condivisione)
Pharrel arriva a Milano il 20 settembre e io sono geloso. Mi succede sempre quando un artista o gruppo che apprezzo, famoso nel suo ambiente, diventa ultrafamoso. Così, se prima te lo vedevi in tranquillità in un posto piccolo, comprando i biglietti con calma ad un prezzo giusto; dopo dovrai donare un rene e farti venire gli attacchi d'ansia davanti a ticketone. Già vedo l'esercito di infedeli che andranno al Forum cantando Happy, senza avere la minima idea di cosa abbia fatto prima. Ci tenevo quindi a dire che sin dal 2002 sostengo che Pharrell sia il più grande genio musicale dei nostri giorni, anche quando voi eravate tutti in fissa con quel tamarro di Timbaland, io non l'ho mai mollato. Infatti Pharrell è diventato il capo del mondo e Timbaland "Who?". Non sto neanche a raccontarvi di quando ho visto i N.E.R.D. nel 2004 all'Alcatraz di Milano. Dove voglio andare a parare con questo discorso? Da nessuna parte, ma qualcuno doveva pur esternare questo disagio.
Non ho seguito bene la questione della finale di Coppa Italia perché ero all'estero per un week end di vacanza e mi sono un po' estraniato dalle questioni del nostro paese. Non ho letto nulla (oltre alla cronaca del fatto e dell'antefatto), non so cosa sia stato scritto e non so se quello che sto scrivendo è già stato detto o scritto da qualcuno.
Una cosa mi ha colpito in modo particolare guardando i vari siti dei quotidiani e i commenti sui social: il fatto (gravissimo) è stato trasformato subito in una macchietta. Il delinquente si è trasformato subito in una barzelletta.Un fatto di sangue e di prevaricazione dello stato e delle autorità, si è trasformato subito in una parodia.
A me sinceramente fanno paura tutte queste battute, tutto questo sarcasmo, tutte queste vignette. A me fa paura questo soprannome che è spuntato fuori in tempo zero, dato in pasto agli spettatori e ai lettori, per creare il personaggio, il fumetto, per rendere virale il fenomeno, per farsi una risata. Non c'è un cazzo da ridere.
La verità è che questa cosa ci fa paura, e se fosse trattata per quello che è, si dovrebbe fermare tutto. Dal mondo dello sport, alle forze dell'ordine, al ministero dell'interno. Ma soprattutto noi stessi, noi che andiamo in curva (non io personalmente, anche se è capitato un paio di volte) e allo stadio a cantare comandati da camorristi, mafiosi, nazisti, facendo finta che sia tutto normale e senza fare un piega. Ma anche chi guarda lo sport in tv o chi lo pratica a livello agonistico. Non solo il calcio, perché i soldi che arrivano da lì servono anche a finanziare tutti gli altri sport "minori" e alla fine lo sport entra anche nelle scuole come elemento fondamentale dell'educazione dei ragazzi. Quindi nessuno si può considerare escluso.
E' dura ritrovarsi così senza difese di fronte alla realtà, senza alibi, senza alcun tipo di possibilità di nascondersi.
E allora ci si scherza su, si fanno battute, fotomontaggi, giochi di parole, diventa argomento per ridere al bar o in ufficio o su Facebook. Perché in fondo vogliamo tutti esorcizzare il fatto, perché ci siamo dentro tutti e siamo tutti complici, direttamente o indirettamente. Perché il calcio per noi è un gioco, e anche se da decenni non lo è più, noi vogliamo continuare a crederlo. Ci fa comodo. Non ci importa se una persona è quasi morta, ammazzata da un colpo di pistola (lo ripeto perché magari è sfuggito: COLPO-DI-PISTOLA), per noi l'importante è fare la battuta sagace con un soprannome pittoresco. Non è la prima volta che accade, perché anche con Italia - Serbia e Ivan Bogdanov il copione è stato lo stesso.
Adesso basta cazzate, finiamola di fare battute, di scherzare, è arrivato il momento di chiamare le cose con il loro vero nome:
Per festeggiare il restiling del blog ci vuole un articolo. Ma così come è cambiato nettamente l'aspetto, la volontà è anche quella di cambiare i contenuti, non nei temi trattati, ma nel modo in cui li tratterò. Proverò (e sottolineo proverò) ad essere più diretto e breve. Quindi, anche se ho delle scadenze più impellenti da sbrigare (tipo la nuova puntata di Gig Life), ci tengo a scrivere due righe su una cosa che il caso vuole sia cromaticamente in perfetta sintonia con il nuovo stile del blog.
Lunedì all'Elfo Puccini di Milano ho assistito a una cosa che ha unito in un modo splendido due cose che amo. Una è la musica dal vivo (e già si sapeva), l'altra è la danza contemporanea e la performance artistica (quindi sono tre le cose). Della seconda non ne ho mai scritto perché sostanzialmente non ne so molto, tecnicamente parlando. Mi fermo al mi piace/non mi piace, bravi/meno bravi, ma è una cosa che mi appassiona e credo sia una delle forme di espressione più intense che esistano, che riesce sempre a smuovere nello spettatore qualche corda sopita o sconosciuta.
I due soggetti coinvolti sono i Death of Anna Karina, Corpicrudi e Matteo Levaggi(quindi in realtà sono tre). I primi sono una delle migliori, se non la migliore, band che abbiamo in Italia. Il secondo è un progetto artistico di Samantha Stella e Sergio Frazzingaro che opera su video, istallazioni e live performance. Il terzo è un coreografo e ballerino. La performance "Preludio per una Sinfonia in Nero" è la trasposizione live di un'istallazione presentata da Corpicrudi in occasione di Arte Fiera Bologna.
Siamo entrati nella sala completamente sgombra, riempita solo dalla musica dei Joy Division, uno spazio nero e vuoto nel quale i ballerini e la band erano già in scena. Immobili da prima del nostro ingresso, come se qualcosa di misterioso fosse accaduto in nostra assenza. Sulla sinistra la band, al centro un triangolo bianco disegnato sul pavimento e Matteo Levaggi rannicchiato al centro. Una parete nera contro la quale è apparsa Samantha Stella e una sedia, un trono, sul quale è rimasto seduto immobile Sergio Frazzingaro per tutta la performance.
La prima parte della performance si è svolta con la musica dei Joy Division, la seconda con il live, come al solito incredibile, dei Death of Anna Karina.
Non sto a spiegarvi cos'è successo dal momento in cui si sono spente le luci fino a quando si sono riaccese, perché è inspiegabile. So solo che è stato uno spettacolo di un intensità mai vista, tellurico, ancestrale, quasi un rito tribale, o se vogliamo esagerare satanico o massonico. Erotico ma non nel senso fisico e sessuale del termine (tutti e due i ballerini erano coperti solo dalla vita in giù), ma in un modo subconscio e profondamente psicologico ed affascinante. In alcuni frangenti sono rimasto talmente assorbito dai movimenti e dalla musica, che mi sembrava di essere dentro a un video dei Tool.
La fine è stata come l'inizio. Le luci si sono accese e tutti gli "attori" sono rimasti in scena come li avevamo trovati all'inizio, immobili. Come se la performance vivesse di vita propria a prescindere dalla presenza del pubblico.
foto di Roberto Poli
Da questo spettacolo sono uscito con la convinzione che la musica dal vivo, in questo caso il post-hc dei DOAK è un partner perfetto per la danza contemporanea e viceversa. Sono uscito da lì chiedendomi insistentemente "Ma perché queste cose non accadono più spesso? Perché le band e i coreografi, due mondi apparentemente lontanissimi ma in realtà molto vicini, non collaborano più spesso per creare spettacoli come questo?"
Spero che in futuro ci sia presto la possibilità di rivedere questo spettacolo (e nel caso non perdetelo per niente al mondo), o di vederne altri del genere, perché credo senza alcun dubbio, che siano la forma di espressione più completa che esista. Speriamo che sia il preludio per il fiorire di una "nuova" contaminazione fra queste arti.
In occasione dello showcase in Santeria a Milano, per annunciare il ritorno degli Estra e le quattro date che faranno ad aprile (11/4 Treviso, 16/4 Milano, 17/4 Firenze, 23/4 Roma) ho raggiunto Giulio e Abe per un intervista che si è trasformata in una lunga chiaccherata molto interessante, ricca di spunti e di rivelazioni. Si è parlato del futuro della band, ma anche del loro passato, e si è discusso di tante cose come ad esempio la differenza fra la situazione musicale di oggi e del periodo in cui gli Estra erano in piena attività.
(Avendo poco tempo a disposizione l'intervista è stata impostata come una mini conferenza stampa e insieme a me c'era Raffaele Concollato di Indie-roccia. In rosso le mie domande e commenti, le risposte di Giulio con carattere normale e in corsivo quelle di Abe, in blu alcune domande di Raffaele)
Partiamo dalla domanda più semplice, qual è stato il motivo che vi ha spinto a ritrovarvi e a
tornare a suonare insieme?
Non per i soldi e neanche per nostalgia. La premessa è che
noi siamo talmente scellerati che non ci siamo mai sciolti, tant’è che non si
può parlare nemmeno di reunion. Siamo semplicemente sbadati, dieci anni fa ci
siamo dimenticati di salutare.
Avevate altro da fare...
Eravamo in frigorifero.... (ridiamo, ndr)
L’anno scorso ci siamo ritrovati per la prima volta tutti e quattro insieme attorno a un tavolo
e abbiamo detto “Forse è il caso di farlo questo saluto dieci anni dopo”. E
così è, perché in effetti l’ultimo
concerto degli Estra si è tenuto nell’autunno del 2004, per l’ultima tournée che
era legata all’uscita del doppio live.
E quindi eccoci qua.
In realtà penso che senza scomodare parole brutte come
entusiasmo, energia ecc, abbiamo voglia. Io personalmente sono ormai dieci anni
che non prendo in mano una chitarra elettrica, non faccio parte di una band.
Per me è come ricominciare da capo, io in questi dieci anni
sono stato un eremita musicalmente parlando.
Quindi dopo gli Estra non hai più fatto nient’altro?
No, praticamente no, e questo mi fa molto bene e credo
faccia bene anche al gruppo. Perché abbiamo ritrovato la “giovinezza”, c’è
tanta voglia, anche di riprendere in mano tutto e di reinventarsi.
Si tratterà solo di questi quattro concerti o c’è in
programma anche altro?
L’idea è di fare anche un tour estivo, quindi non saranno
quattro le date, sono quattro nei club, faremo anche qualche festival, e poi si
pone la tua domanda. Nel senso che è tutta un’incognita, sia come staremo noi,
sia quanto ci divertiremo e anche quanta energia riceveremo. Per cui diciamo
che non ci poniamo limiti, la cosa è sincera, nasce solo per questo motivo.
Quindi non ci sono programmi…
Non ci sono programmi e addirittura i pochi inediti che
proporremo non li pubblichiamo neanche su un supporto fisico. Per cui non è
sicuramente un’operazione di business, è veramente pura voglia e desiderio di
tornare in pista.
Poi i segnali sono molto confortanti perché a me capita di
girare l’Italia e quasi in ogni piazza in cui vado sento questa voglia,
quest’affetto. Che tra l’altro è davvero sorprendente, perché non abbiamo
veramente mai più fatto parlare di noi, è molto bello.
I vostri pezzi saranno in parte riarrangiati oppure
preferirete riportarli alla luce così com’erano?
Una delle prime cose che ci siamo detti è stata “Non
diventiamo la cover band degli Estra”, per cui non ci siamo posti il problema
di ritrovare esattamente quella chimica o quel suono. Quindi credo ci sarà
qualche piccola o grande sorpresa, ci siamo presi il lusso di reinterpretarci.
Dieci anni dopo, abbiamo tutti più di quarantanni, ognuno di noi ha fatto il
suo percorso…
Avete anche una visione diversa…
Esatto, che sia solo vitale o artistico o esistenziale è
ovvio che sei un’altra persona. Tra l’altro per noi è sempre stato
programmatico questo, il primo disco si chiama Metamorfosi, il secondo
Alterazioni, l’unica fede che ci siamo concessi è quella di rimanere fedeli a
noi stessi, cioè fedeli nel cambiamento e penso che questo ci accompagnerà
tantissimo oggi più che mai dato che siamo altri, siamo “alterati”…
(sulla parola "alterati" arrivano le birre che avevamo chiesto...)
Anzi, stavo dicendo che in questi concerti ci sarà un quinto
elemento, un polistrumentistache ci aiuterà, secondo me non a fare chissà quali
voli, ma proprio a dare il suono che abbiamo noi in testa e nel cuore oggi. Ma
anche una chitarra in più.
Quindi saranno abbastanza rivisitate le canzoni…
Alcuni sì, altri come per esempio Miele secondo me è così, è
nata così e così morirà.
Com’è stato riprenderle in mano dopo dieci anni, che
sensazioni avete avuto? A me è capitato di ritrovarmi con un vecchio gruppo e
risuonare i pezzi e mi è sembrato un po’ strano, per voi com’è stato?
Come dicevo prima è come ricominciare da zero. Sì è vero c’è
la canzone c’è la struttura, ma ci siamo trovati veramente a reinventare tutto.
Sì lo spirito è proprio non fare la cover band, non per forza
ritrovare quella versione, ma risuonarla come la suoneremmo oggi
Quindi comunque è una cosa molto stimolante, non è solo
nostalgia, ma una cosa nuova.
Voglia di renderle anche più attuali forse?
Più attuali per come siamo noi, non perché stiamo inseguendo
una contemporaneità a tutti i costi.
Abbiamo anche un piccolo vantaggio perché avendo sempre
avuto più o meno un sound molto scarno, mi sembra che le canzoni non siano
invecchiate in maggior parte. Ci sono alcuni pezzi che io non scriverei più, ma
questo fa parte di me, ma a livello di proposta e quindi di suono quello che ci
ha stupito in questo ritrovarci, è il fatto che tutto sommato il nostro suono è
ancora attuale. Questo può aprire molti dibattiti, cioè è il rock che non va da
nessuna parte o noi eravamo in anticipo o…
Nel periodo in cui eravate in attività c’era tanto fermento
intorno al rock, cosa che poi è svanita
negli anni successivi, in questo momento c’è un movimento molto ampio per
quello che riguarda le band indie, voi avete sentito qualcosa, avete avvertito
questa cosa oppure no?
Io assolutamente sì, continuo a essere curioso e ho anche la
fortuna che essendo spesso in giro per l’Italia, alla fine degli spettacoli
spesso c’è qualcuno che mi regala dei dischi e trovo anche il tempo di
ascoltarli. Ci sono un sacco di cose interessanti, proprio tante. Altro
discorso è se queste cose riescono ad avere un perso, se riescono a trovare
spazio.
Noi abbiamo avuto qualche (non tante) fortuna sotto quel punto di vista, perché siamo arrivati in un momento in cui anche nell’industria, forse grazie
ai Nirvana prima e in Italia ai nomi che sapete, come ad esempio i CSI ma anche
altri molto più di massa, c’era questa idea che anche il rock potesse arrivare
al grande pubblico.
Per cui evidentemente abbiamo beneficiato di un momento di
quel tipo. Poi dopo è arrivato quello che sappiamo in termini di crisi
dell’industria e quindi, a maggior ragione, chi ha un certo tipo di suono, un
certo tipo di proposta fa ancora più fatica degli altri.
Tant’è vero che in realtà oggi a livello di grande proposta
il suono come il nostro non c’è più.
Potrei fare dei nomi di cose
bellissime che ci sono in giro in questo momento in Italia, ma altro discorso è quanto
riescono ad arrivare alle orecchie di chi magari sarebbe interessato, ma se non
ha la curiosità di andarselo a cercare personalmente, non lo incontrerà mai,
no?
Mentre c’erano delle band insieme a noi che riuscivano comunque ad avere
una chance di farsi vedere o di farsi sentire, questa è un po’ la differenza.
Poi il prezzo che si paga a lavorare con l’industria lo
conosciamo anche quello, e sarebbe un altro lungo discorso. Però c’è tutto
dentro questo discorso, cioè la bellezza di fare la musica che vuoi fare e la
possibilità di farla sentire. Ma per farla sentire devi anche combattere tutti
i giorni con chi vorrebbe che tu facessi cose più fruibili.
E gli Estra conoscono anche questo, forse anche più di altre
band come noi, perché noi eravamo con una major tra l’altro. Altre band erano
indipendenti anche nel senso tecnico. Noi facemmo una scelta diversa per la
quale abbiamo dovuto conquistarci più di altri la credibilità, proprio perché
non venivamo da una super casa di lusso indipendente.
Volevo riallacciarmi a questa cosa che hai detto, io mi
ricordo che quando è uscito Tunnel Supermarket, sembrava un po’ il disco per
allargare gli orizzonti, per arrivare a più persone. Poi forse non ha dato
il risultato che sperava sia la major che probabilmente anche voi, e a causa di questo dopo
si è rotto un po' qualcosa. E’ stato questo che poi vi ha spinto a lasciare in
frigorifero il progetto oppure altro?
C’è da dire una cosa, Abe ricorda spesso un nostro incontro
con Steve Wynn, quando noi gli dicemmo che noi eravamo già insieme da dieci
anni e ci trovavamo tutti i giorni, o comunque un giorno sì e un giorno no, ed
è così che fai una band, che fai un suono....
C’è da dire che in quel momento,
confesso questa cosa,mentre lavoravamo alla scrittura di Tunnel Supermarket,
per la prima volta in dieci anni, gli Estra non erano più insieme rispetto
all’obiettivo finale, era la prima volta in cui forse ciascuno di noi avrebbe
fatto un disco diverso.
Mentre fino a Nordest Cowboy eravamo tutti convinti che
l’unica cosa che dovevamo fare in quel momento era quella lì. Quindi Tunnel
secondo me è già il risultato di un qualcosa che c’era dentro la band.
Se ci
aggiungi a questo le pressioni che avevamo all’esterno, sarebbe un discorso
veramente lungo, ma purtroppo io mi ricordo tutto… Intanto era successo che i
CSI erano andati al n.1 in classifica, i Subsonica avevano vinto Sanremo
praticamente, allora improvvisamente c’era questo fottimento per cui chiunque
venisse dall’indie avrebbe un giorno potuto diventare Tutti i miei Sbagli
dei Subsonica o Forma e Sostanza dei CSIe questo è stato un fottimento per tutti, tant’è vero che da quel momento in
poi è impazzito tutto e non si è più capito nulla.
Noi siamo parte di quella
confusione in quel momento. Rivendico però il fatto che Tunnel Supermarket era
un disco idealmente molto pensato. Cioè il titolo era proprio quello,
lontanamente era Ok Computer, cioè “Ok siamo nel supermarket”, ma non solo noi
quattro, tutti. L’idea era quindi quella di riuscire a dare un suono che
partendo sempre da chitarra basso e batteria potesse darti il senso di questo
fottimento, ma il disco non fu compreso affatto, causa anche una cover che
qualcuno si ricorda.
Ma l’operazione non fu compresa, perché noi eravamo
Alterazioni, il nostro zoccolo duro non capì che era un’altra faccia della
stessa medaglia, era semplicemente un arricchire lo stesso tipo di proposta.
(questa è la cover a cui fa riferimento Giulio)
Sì però non hai finito il discorso di Steve Wynn (ride ndr),
che disse che le band hanno una vita fisiologica, di credo sette anni...
Meno, meno…
E quindi dieci anni erano già troppi per lui.
Lui diceva che era impossibile, come fate, dopo
tre/quattro dischi, dopo sei anni, se una band è composta di quattro elementi è
fisiologico che esploda in un’altra direzione...
Io tra l’altro mi ricordo che nel periodo in cui abbiamo
smesso, si era guastato molto tutto l’ambiente del sottobosco musicale
italiano. Erano i primi anni in cui internet veniva usato molto dalle band per
commentare quello che facevano le altre band. Invece di sostenersi tutti
cominciavano a darsi mazzate sulle ginocchia.Questo un po’ ci aveva anche
infastidito e insieme a tutte le altre cose ci ha fatto dire “lasciamo un
po’perdere”.
Mi ricordo i Marlene che venivano appunto falcidiati…
Si, hanno combattuto parecchio contro quel problema…
Io e Cristiano adottamo due linee opposte, cioè Cristiano si
mise a rispondere ad ognuno io invece lasciai perdere, cosa che peraltro faccio
tutt’ora.
Penso che ad un certo punto della carriera di una band lo
zoccolo duro dei fans diventi non dico un problema, ma una cosa che ti crea
problemi quando tu cerchi di andare verso un’altra direzione…
Non è disposta ad accettare il cambiamento…
E invece c’è gente che ti vuole sempre uguale, che poi forse
è il problema che è venuto fuori quando è uscito Tunnel Supermarket
Sì sì, è proprio così. Io speravo che avendo dichiarato da
subito la metamorfosi (fa riferimento al loro primo disco, ndr), questo fosse
un patto no? Siamo sempre noi e tutte le volte faremo un disco diverso e così
abbiamo fatto, perché non abbiamo mai fatto un disco uguale all’altro.
Il fan vuole sempre essere ventenne e sentire sempre le
stesse cose.
Ma infatti quando prima dicevo, noi non abbiamo nostalgia…
sicuramente il fan è uno che ha sempre nostalgia, della prima volta, del primo
disco, della prima volta che ti ha visto, della prima volta che si è innamorato
di una tua canzone.
Però se un artista è un artista ha il diritto/dovere di
rinnovarsi. Poi anche lì ci sono artisti che per tutta la vita fanno lo stesso
quadro, arstisti che invece tutti gli anni fanno una nuova mostra, noi siamo
sempre stati del secondo tipo.
E tra l’altro il mio percorso personale credo lo
dimostri ancora di più, da lì in poi ho fatto talmente tante cose che è come
andarsi a cercare continuamente in un altro posto. Finché ti ritrovi però, attenzione,
non fare la qualunque, fare cose che ritieni necessarie anche se apparentemente
magari sei “sconsigliato”.
Che poi c’è anche un fatto di business che è
terrificante, questo “dover funzionare” è la morte di tutto. Eppure ci fai i
conti perché essendo un mestiere ci devi fare i conti. Non siamo
elettrodomestici diceva un nostro amico ed è così, invece DEVI funzionare,
perché quando qualcuno schiaccia il bottone e non funzioni più, basta, sei a
casa.
Invece a proposito di nostalgia, mi ricordo che Metamorfosi
me l’ha passato un mio compagno di classe in cassetta.(sulla parola cassetta
tutti e due spalancano gli occhi, ndr)
(Giulio e Abe) Ah sì c’erano ancora le cassette…
Sì, che detto adesso sembra assurdo.
Così ci fai sentire vecchi però...
Ma anche io…
Ma cassetta originale intendi (sorride, ndr)
Sì assolutamente originale… che poi ho duplicato però.
Aaaah (ridiamo, ndr)
Volevo chiedervi, se gli Estra nascessero adesso sarebbe più
semplice per voi raggiungere il pubblico o secondo voi era più diretto e
semplice prima.
Qui entriamo nel dibattito sulla rete...
Sì forse adesso i mezzi sono più “democratici”
Più che sulla rete, io intendo sia come facilità che come qualità.
Il periodo sicuramente è molto diverso da quello in cui
siamo nati…
E’ cambiato tutto, è imparagonabile…
Forse all’epoca c’era molta più attenzione e
disponibilità…
All’epoca quel minimo di distanza che c’era ancora,
questa cosa che l’artista era non rintracciabile comunque creava un interesse
superiore.
Il nostro primo disco si è imposto con cinque recensioni sulle
riviste specializzate.
Eravamo nel ’95, ’96, è stata l’ultima volta in cui le
riviste specializzate hanno avuto un peso, attenzione è cambiato tutto anche da
quel punto di vista. Quella volta lì mi ricordo benissima la recensione di
Giancarlo Susanna su Il Mucchio Selvaggio che parlava di un piccolo capolavoro,
quello è chiaro che l’interesse lo crea. Non so se poi crei anche l’acquisto,
ma l’interesse, la curiosità li crea sicuramente.
Oggi non è così perché tutti
dicono tutto, tutti sanno tutto, nel giro di un secondo i primi trenta secondi
di una canzone vengono ascoltati da tutti poi passiamo a un altro. Poi esistono
delle cose virali Bellissime e spontanee ma qui appunto entriamo nel dibattito
sulla rete, per cui io non credo che oggi sarebbe così.
Noi in realtà ci siamo conquistati quello che ci siamo
conquistati con i live perché molto prima di firmare un contratto vero, abbiamo
vinto ogni concorso in cui abbiamo suonato. Da lì qualcuno ci richiamava a
suonare nel locale vicino, ma tutto senza contratto, con due autoproduzioni in
cassetta, e abbiamo venduto un sacco di cassette tra l’altro (ridono, ndr).
Quindi parliamo di un’epoca completamente diversa. Però, credo che Abe me lo
confermerà, che noi la credibilità ce la siamo conquistata più sul campo che
sulla comunicazione.
Quindi secondo voi da quel punto di vista sarebbe la stessa
cosa anche oggi forse?
Forse sì, il problema è che mi dicono che i locali
fanno più che altro cover band, che non pagano…
Devi mettere insieme tanti
elementi, probabilmente rispetto all’impatto che potremmo avere oggi su chi
viene nel locale probabilmente sarebbe la stessa cosa.
Ma mi dicono che anche i
locali sono in crisi…
In quel periodo c’era la curiosità,
anche noi eravamo i primi che nei week end andavamo in giro per locali a sentire.
Veniva una band che so a Brescia? Wow, andiamo a vedere questi cosa fanno.
Oggi
non lo so, perché appunto è facile a casa avere le informazioni e quindi magari
uno dice “va be…”.
C’è anche questo, non credo che siamo qui per parlare di
questo, ma due anni fa io ho fatto un disco che sull’on line è stato un
trionfo, nelle prime tre settimane non ho mai avuto così tanti riscontri, poi
però abbiamo fatto quattro concerti di presentazione e la gente non c’era, lo
dico senza nessun problema. Che poi sì c’era, ma non certo quella che mi
aspettavo rispetto al "popo" di recensioni, di osanna che c’erano stati. E la
gente poi ti scrive “eh non potevo, avevo altro da fare, tanto il disco l’ho
già sentito”, l’ho sentito per altro, non l’ho comprato.
Stessa cosa per il teatro, hai dovuto iniziare da zero,
cioè hai iniziato con poco pubblico e poi la cosa è cresciuta o hai già trovato
un ambiente diverso, curioso?
Il teatro è diverso quando non porti la tua cosa a
teatro, ma è il teatro che ti inserisce in una stagione, è molto diverso, sono
proprio due mondi completamente diversi. Certo, hai tutto il peso dell”absolute
beginner”, ma sei in una stagione, per cui come dire, è un’offerta culturale
che il teatro fa al proprio pubblico. Poi devi riempirlo il teatro eh, ma è
diverso, perché comunque c’è qualcuno che frequenta quel teatro, che si fida
della proposta del teatro.
Come quando i locali sapevano che dicevano “facciamo, che
so, i La Crus “, tu dicevi “Chi sono i La Crus?”, però vado perché se me lo dice
il mio locale di riferimento vado a sentire cos’è. E’ un po’ quella filosofia
lì. Sempre meno eh, ma ci sono ancora operatori teatrali che fanno quel tipo di
proposte.
Anche perché poi i teatri vivono molto sugli abbonati,
quindi se gli abbonati si accorgono che la proposta non è più valida…
Esattamente, per cui diciamo che la cosa davvero
diversa è quella, c’è ancora la possibilità di proporre, mentre mi sembra che
nella musica, nei grossi locali si viva della stessa legge, che è una cosa che
non sopporto, cioè che anche il rock che nasce proprio come contraddizione,
nasce proprio con controcultura, come controproposta, viva poi delle stesse
leggi che governano il nostro fottuto mondo e cioè se una cosa funziona te la
propongo, ma se non abbiamo la garanzia che vengano ottocento paganti, sai non
ce lo possiamo permettere.
E così è la fine di tutto, perché è così che si finisce a
fare la coverband dei Depeche Mode, perché almeno lì la gente balla, gode.
C’è una scelta che avete fatto nel passato che a
pensarci adesso magari non vi avrebbe portato a questo periodo di pausa e che
invece avrebbe potuto farvi diventare gli Afterhours.
Mah io non ho rimpianti, non so… (indica Abe, ndr)
Direi di no, la refrigerazione è stata fisiologica, non
è stata per scelte sbagliate, ci mancherebbe. Poi per carità c’era sempre da
mettere d’accordo quattro teste, cinque anzi, per cui è ovvio che qualcuno era
scontento magari di piccole cose ma in generale…
No anzi, se penso a quello che abbiamo sfiorato
prima, il discorso del rapporto con la grossa industria, devo dire che siamo
stati molto coraggiosi. Abbiamo sempre fatto esattamente il disco che volevamo
fare, nonostante tutti i pareri sconcertati di chi ci li produceva.
Forse qualche volta abbiamo avuto un po’ paura di osare.
Certo quando hai addosso due direttori generali che
ti dicono “Oh stavolta bisogna vendere cinquanta mila copie eh”...
Sì non sei serenissimo poi…
Quando sei in studio a registrare e ti dicono “mi
raccomando la voce che si senta bene”, e a te piacerebbe sentire che so di più
la batteria e ti dicono “no no..”, sono esempi così per dire, piccole cose, però forse a volte saremmo
potuti essere più coraggiosi.
Però è vero che gli Estra sono stati anche tra i pochi che
hanno sempre fatto delle canzoni, quasi tutti i nostri dischi erano piuttosto
formali, la sperimentazione era dentro la forma canzone.
Per cui, come dicevo
prima, in realtà ci sono delle cose che oggi non farei, però in quel momento io
ho sempre fatto il disco che volevo fare.
Come diceva un mio amico, Nordest
Cowboys è il più bel disco degli Estra nonostante che Alterazione sia il più
bel disco degli Estra, perché in Nordest c’era proprio l’equilibrio tra la
produzione, tra quello che una band con le proprie forze può fare in più oltre
ai tre strumenti di base e il live, cioè la band che sta suonando in uno
studio.
In Nordest c’era anche una ricerca di qualcosa di diverso
rispetto ai dischi precedenti, forse era quello che andava di più verso il
“cantautorato”, anche se questa definizione va presa con le pinze, comunque
verso quella direzioni lì…
Perché inizia con Signor Jones… (ridiamo, ndr)
No, no, però mi sembra quello più strutturato…
C’era anche stato un salto qualitativo notevole dalla
scelta del produttore, Jim Wilson, e allo studio che erano più professionali e
importanti rispetto a quelli precedenti, per cui c’è anche un impatto sonoro
diverso.
Ma invece i pezzi nuovi…?
Non ve li facciamo sentire qui eh (ridiamo ndr)
Più o meno che direzione hanno preso? Sono recenti?
Sì sì, di questi ultimi mesi in cui ci siamo trovati
a suonare, nascono proprio in sala prove da improvvisazione da riff…
Tra l’altro a dimostrazione che avevamo molta voglia di
reinventarci e ritrovarci, siamo partiti direttamente con dei pezzi nuovi, poi
ad un certo punto ci siamo detti, però se fra un paio di mesi dobbiamo fare i
concerti forse è meglio che ripassiamo (ride, ndr), quindi sono totalmente
contemporanei a noi.
Il fatto che abbiate iniziato subito con dei pezzi nuovi
significa che la “creatura” è viva…
Sì, forse la cosa vera era quella di non essere la
cover band di noi stessi, mi sembra la
cosa più importante, perché il rischio era talmente evidente… Dieci anni dopo
riprendi in mano i pezzi e “come faceva?” “no, no non era proprio così…” e dopo ti incarti, non so come
dire.
Il tempo a nostra disposizione è finito, ci salutiamo e Giulio e Abe scendono a fare il soundcheck per lo showcase, che vi racconterò...