28 febbraio 2018

2017: la mia classifica e i suoi perché.

Quest'anno, contro ogni previsione, ho messo in fila dieci dischi per Rumore.
Non è stato semplice, ma neanche così difficile come pensavo. Come saprete se avete letto in passato le mie cose, non credo che le classifiche di chi come me non scrive per mestiere, siano molto valide. La quantità di dischi che ascolto in un anno non danno neanche lontanamente una visione veritiera di quello che possono essere le migliori uscite. Ma volendo dare il mio contributo al classificone di fine anno, ne ho stilata una personale.
Dato che fare un elenco senza spiegare il perché  questi dischi sono finiti in classifica (come invece era stato fatto per il classificone di fine anno), rimane un esercizio simpatico ma un po' limitante per ovvie ragioni di mancanza di spazio, ho pensato di fare come gli altri anni. Su queste pagine eleggevo uno o due dischi dell'anno e ne entravo in profondità, farlo per dieci non mi permetterà di spiegarli così bene, ma almeno spiegherò il motivo per il quale li ho scelti.
Purtroppo, nonostante le più rosee aspettative, questo pezzo ha dormito qui per un mese con solo le prime 4 posizioni spiegate, cercando di trovare il tempo di proseguire nella descrizione dei restanti album. Arrivati però al 27 febbraio: ora o mai più.





1. THE NATIONAL - SLEEP WILL BEAST
Non è un mistero che la band in questione sia una di quelle che più ho apprezzato in questi ultimi anni, ma questo disco va al di là del gusto personale. Sleep Will Beast è un disco enorme, per produzione, songwriting, arrangiamenti, testi. Inoltre rappresenta un svolta importante per la band, che finalmente e definitivamente buca quel muro che li voleva relegare per sempre a band di nicchia, per diventare uno delle band più importanti dell'indie statunitense e mondiale; al pari di Vampire Weekend, Strokes, Interpol, pur mantenendo un profilo molto più basso.
In Sleep Will Beast la band abbandona le strutture e l'impianto compositivo che da sempre l'ha caratterizzata. Abbandona l'impalcatura delle chitarre, per costruire molti pezzi al piano o su trame di sinth e batteria elettronica. Allo stesso tempo però da molta più importanza alle chitarre stesse, ritagliando spazi per assoli, interventi di noise e feedback, quasi riportando lo strumento alle sue radici punk, inserendola tuttavia in un contesto che punta più verso il cantautorato. Se vogliamo fare un paragone, è un po' quello che fa Warren Ellis con le trame colte e austere di Nick Cave.
Oltre a questo smonta anche tutto l'impianto ritmico, rinunciando ai pattern complessi e contorti, che fino a ieri davano un'impronta inconfondibile ai loro pezzi.
Spogliandosi di tutto ciò che ha caratterizzato le loro composizioni fino a qualche anno fa, sono riusciti a ripartire da zero, non perdendo però nulla del loro stile. Hanno usato la stessa materia primordiale per costruire in modo diverso: così facendo sono riusciti a dare sfogo a quel nervosismo, quella carica repressa e latente che caratterizzava tutti i loro pezzi. Quella carica che rimane compressa durante i loro live, per poi crescere e investire il pubblico con un onda che si propaga anche per i giorni successivi. Sono riusciti a convogliare questa energia, questa rabbia, che si avverte da sempre nei loro dischi, dargli un senso, uno scopo: scomporla in disperazione e rassegnazione, ma anche romanticismo, amore e speranza, nonostante la negatività dei testi di Matt Berninger.
Un pezzo su tutti che testimonia questa trasformazione è Guilty Party, un capolavoro assoluto e un classico che rimarrà negli anni.




2. ALGIERS - THE UNDERSIDE OF POWER
Erano già il mio disco dell'anno nel 2015, perché al giorno d'oggi vedere nascere un nuovo genere rappresentato da una sola band capace di esprimerlo non capita spesso. Gli Algiers questo hanno fatto. Hanno inventato il loro genere musicale, mettendo insieme il gospel, il blues e lo spiritual con l'elettronica, l'industrial e il post-punk.
Quando però ti muovi in bilico fra diversi generi è un attimo cadere, perdere la propria peculiarità o perdere in forza espressiva. Gli Algiers sono invece riusciti a mantenere l'equilibrio e, non contenti, hanno marcato confini  ancora più netti rispetto al precedente capitolo. Spesso però nel secondo disco le band perdono la capacità di scrivere pezzi efficaci e i singoli che hanno accompagnato il successo più o meno grande del primo diventano solo un lontano ricordo. Gli Algiers, invece, anche in questo caso sono stati capaci di mantenere alto il tiro, piazzando un paio di pezzi che sono già diventati capisaldi della loro produzione, come la title track e Mme Rieux, una ballata dove Franklin James Fisher ha totale libertà di movimento e viene fuori con tutta la sua voce: una voce importante del nostro tempo, che si porta dentro la storia di un popolo e di un genere nato per alleviare la sofferenza degli oppressi.
Gli Algiers hanno anticipato i tempi, portando la musica di rivolta nuovamente al centro dell'attenzione, ora quella rivolta la guidano con fermezza e autorità.



 3. GAYTHEIST - LET'S JAM AGAIN SOON
Dischi così ne escono pochi ultimamente. Quella botta, quella violenza, quel viaggiare sempre sul punto di rottura, il modo in cui le chitarre irrompono fuori dalle casse. Solo altre due volte negli ultimi anni mi è capitato di sentire un disco con l'urgenza di Let's Jam Again Soon: nel 2011 con Ruiner degli Whores e nel 2012 con l'esordio dei Metz.
I Gaytheist hanno messo insieme un disco che è un susseguirsi di rasoiate, veloci, letali. Non c'è respiro, sembra che non riescano a contenere la violenza che sfogano sugli strumenti e sul microfono. Continui stop and go, tempi dispari, cambi di tempo, la batteria che riempie ogni buco sotto le chitarre e sembra non volersi fermare mai, la voce che è continuamente sul punto di strapparsi e basso e chitarra che tritano qualsiasi cosa, come un compattatore di rifiuti.



4. SORORITY NOISE - YOU'RE NOT AS____AS YOU THINK
L'uno-due con cui parte questo disco basterebbe da solo per finire in questa classifica. Il riff iniziale di No Halo, con il suo ritornello che sembra fatto apposta da gridare in macchina; il ritornello strumentale di A Protrait Of, che ci vuole poco per ritrovarsi con una lacrima sulla guancia. Ma non è tutto qui. You're Not As... è un disco che sfonda i confini dell'emo, per portare il genere in una fase più matura, accostarlo al cantautorato e all'art rock.
Non è un caso se dopo il già citato uno-due iniziale, si tira subito il freno con una "lettera" pacata e sussurrata, che fa coppia con la traccia n.8, rispettivamente First Letter From St. Sean e Second Letter From St. Julien. Il tema della morte, sul quale si basa tutto il disco, viene fuori nudo e crudo sulla prima, con un ritornello che recita: "When your best friend dies and your next friend dies, and your best friend's friend takes his life". La seconda invece è un crescendo che esplode sul finale con un coro che è forse il punto più alto di tutto il disco: "And if there's a god, do I make him proud? Put a smile on her face? And if you're with god, am I making you proud, by waking up each day?".
Ma anche qui nonostante i testi pesino come un macigno, c'è sempre un velo di speranza e di redenzione nelle note dei Sorority Noise. Le frasi sussurrate, quasi recitate, miste a cori urlati e disperati, creano un saliscendi che fa scoppiare il cuore e viene voglia di urlare insieme a loro. 
In fondo, se i The National facessero emo, sarebbero i Sorority Noise.



La classifica completa:



23 febbraio 2018

Come Milano e l'Italia stanno dando lezioni all'Europa: la questione EMA.



La vicenda EMA è ormai ampiamente di dominio pubblico. Come tutti sanno, Milano, per l'assegnazione dell'Agenzia del Farmaco, era favorita fin dal principio, ma al voto finale è arrivata a pari merito con Amsterdam che ha vinto poi al sorteggio, come da regolamento.
Successivamente è sorto più di un dubbio sulla capacità di Amsterdam di soddisfare i requisiti e sono venuti fuori documenti secretati, sedi provvisorie che non erano quelle presentate inizialmente, dubbi sul crono programma dei lavori, sia per la sede provvisoria che di quella definitiva e non ultimo un aumento dei costi d'affitto. Insomma una vicenda non del tutto trasparente, tenuta nascosta molto probabilmente con la complicità di qualcuno che avrebbe dovuto valutarne la candidatura e che ora si è dimesso (il funzionario della Commissione Europea responsabile della procedura).

Dopo un primo periodo di incertezza, perché forse nessuno si sarebbe aspettato che l'Olanda usasse il gioco delle tre carte come un'italiano qualsiasi, il Comune di Milano e il Governo stanno spingendo forte per far sì che il verdetto, viziato da una condotta probabilmente scorretta, venga ribaltato.

Le speranze sono poche, ma quello che sta accadendo va al di là della sola assegnazione dell'Agenzia e si ricollega in parte al discorso che facevo sulle biciclette in condivisione.

Quello che sta accadendo è che l'Italia, guidata da Milano, un paese in cui l'Europa ripone pochissima fiducia nella capacità di mantenere il rigore e rispettare le regole, si trova in una posizione che fino ad oggi non aveva mai occupato. Sta dando lezioni di correttezza e legalità ad Amsterdam, all'Olanda e all'Europa tutta.

Andando a fondo nella questione, il Comune di Milano e il Governo stanno dimostrando che l'Italia non è più (o non solo) quella dei furbi e del malaffare, ma è quella che pretende che gli altri siano corretti come lo è stata lei in questa vicenda. Questo significa che oggi può competere, se non addirittura essere migliore di una paese del Nord Europa, se la scorrettezza di Amsterdam venisse confermata.
Come giustamente ha detto Sala: "Pensate se fossimo stati noi a fare una cosa del genere...".

Comunque andrà, molto probabilmente male, questa vicenda ci avrà fatto guadagnare un'immagine rinnovata e una credibilità che forse non abbiamo mai avuto.

Tutto questo, a mio avviso, è stato possibile principalmente grazie a un Sindaco che oltre ad avere avuto esperienze nell'amministrazione pubblica, è stato vicino al mondo corporate e alle aziende. Una persona che ha vissuto nelle stanze dove si prendono decisioni che muovono capitali, che sa come si spostano e sa come cogliere le occasioni per portarli a Milano, insieme ai tanti posti di lavoro che inevitabilmente prendono vita da questi capitali. Una cosa di cui Milano ha bisogno come l'aria per affermare la sua leadership in Europa.
Il capoluogo lombardo, con le opportunità aperte dalla Brexit, ha la possibilità di diventare una nuova piccola "city" e questo è solo il primo passo di una partita importantissima, che dipende anche da quello che uscirà dalle urne in Regione, il 5 marzo.
Ma su questo ci tornerò in un altro momento (spero di riuscire a farlo prima del 4 marzo).

27 gennaio 2018

L'olocausto è proprio lì dove oggi vai a mangiare la pizza.



Il fascismo, il nazismo, l'olocausto ci sembrano sempre delle cose lontane, che sono capitate in un periodo buio e non possono capitare più. Queste piccole pietre invece, più di ogni altra cosa ti fanno capire che il nazifascismo era molto più vicino a noi di quello che sembra, nella nostra vita di tutti i giorni.

Solo nel mio quartiere, Piola, Città Studi a Milano ce ne sono quattro, una in Via Stradella, una in Via Plinio, una in Via Lombardia e una in Via Spontini.

A due passi da casa mia le persone venivano portate via e non tornavano più a casa, neanche in una bara.

Lì dove spesso andiamo a prendere una pizza (il primo "Spontini" in Via Spontini), che dicono sia la più buona di Milano ma non è vero, almeno non più, hanno portato via una persona, un italiano, una persona che è nata e vissuta qui, solo perché la pensava diversamente, o perché era di origine ebrea, rom, sinti, omosessuale, disabile. Ieri erano gli ebrei, oggi i migranti, domani saranno le persone con gli occhi azzurri, dopo domani sarai tu. La paura ingiustificata e l'ignoranza trovano sempre uno sfogo se non sono combattute.

La pietra nella foto è stata posata qualche giorno fa in Via Lombardia e la notte stessa è stata sfregiata, molto probabilmente dagli stessi vigliacchi che qualche mese fa hanno vandalizzato un'altra pizzeria, Little Italy in Via Tadino, solo perché è una pizzeria gay friendly.

Hanno marchiato la vetrina e i muri, proprio come si faceva poco tempo prima che le persone iniziassero ad essere portate via per non tornare più.

Per questo, così come quella volta ho pubblicato l'articolo sulla pizzeria su Facebook, dicendo a tutti di andarci, perché è quella la vera pizza al trancio più buona di Milano, ora pubblico la foto di questa pietra. Vi invito ad andarle a cercare, sono molto importanti per capire cos'è stato e cosa potrebbe essere ancora se abbassiamo la guardia.

Perché ogni volta che qualcuno cerca di cancellare o dimenticare la storia noi dobbiamo impegnarci affinché le persone intorno a noi mantengano viva quella memoria.







10 gennaio 2018

Dibba e le coperture finanziarie: paura e delirio a Dimartedì.



Il copione di Di Battista in TV ormai è abbastanza prevedibile.
Quando non sa cosa rispondere, o deve dare una risposta troppo netta che possa scontentare una parte dell'ampio e nebuloso bacino elettorale dei 5 Stelle, butta lì un "reddito di cittadinanza" a caso, accusa gli altri di rubare e nel mentre alza il tono di voce per chiamare l'applauso.
Ieri sera a Dimartedì ad un certo punto questo giochino si è inceppato. Così è andato in scena uno scambio di battute surreale e imbarazzante, sulle coperture finanziarie dell'eventuale abolizione della Legge Fornero. A volte solo trascrivendo una conversazione se ne può capire il senso, ma in questo caso ciò che viene fuori è un vuoto spaventoso, che chi si propone di governare il nostro Paese (i 5 Stelle, non Di Battista) non si può permettere.

FLORIS: Quanto può essere la spesa affrontabile per il percorso di riforma della Fornero dal punto di vista dei 5 stelle....

DI BATTISTA:  Il Movimento non ha mai avuto a disposizione il bilancio dello stato, quel che ha avuto a disposizione è un'esperienza...

FLORIS: Beh, sono 20 miliardi...

D: un'esperienza....

FLORIS: Sono venti miliardi... venti miliari ogni anno nella...

D: Un'esperienza nell'opposizione di discussione di provvedimenti finanziari che c'è stata in commissione bilancio...

F: Beh ma di venti miliardi, quanti ne pensate di coprire e in che modo per riformare a questo punto gradualmente la Legge Fornero?

D: Le ho già risposto in questo momento. Noi...

F: Sì due miliardi... (si riferisce alla legge anticorruzione)

D: L'intervento sul reddito di cittadinanza consente chiaramente e oltretutto di intervenire sulle pensioni, aumentando le pensioni minime a 780 euro al mese. E questo è un altro modo...

F: No questa è un'altra uscita, parliamo delle entrate...

D: Certo, però è un modo di intervenire...

F: Si somma ai 20 miliardi.

D: ... In una problematica che è quella relativa alle pensioni minime in Italia che è complessivamente...

F: Sì però questa è una spesa ulteriore ai 20 miliardi...

D: che le coperture le abbiamo trovate...

F: Ok, invece parliamo della Fornero.

D: Già le ho detto, con delle leggi che sono passate nel dimenticatoio di questa campagna elettorale, che sono la legge relativa al conflitto di interesse, legge relativa al...

GIANNINI: ma quelli non sono soldi, mi scusi...

D: Assolutamente sì, perché nel momento in cui tu contrasti, e mi meraviglio di lei che con Repubblica ha fatto vent'anni di battaglie, con la legge sul conflitto di interessi crei competitività e fai sì che il potere non sia accentrato nelle mani di pochi, lei lo sa perfettamente, rifacendo ripartire chiaramente...

GIANNINI: Quelle sono risorse dei privati, mi perdoni, qui stiamo parlando di denaro pubblico, per le pensioni serve denaro pubblico.


Intorno a questo scambio serrato, Di Battista parla come al solito di banche, si prende lo spazio per rifiatare, raccontare la situazione attuale e cercare di uscire dall'imbarazzo. Parla di legge anticorruzione e di sistemi piuttosto empirici di recupero dei soldi, senza mai dare cifre, senza indicare mai un provvedimento chiaro. Dice che bisogna avere il bilancio in mano per trovare le spese da tagliare, ammettendo implicitamente che non ha idea di dove siano quei 20 miliardi.
Indica anche provvedimenti sul lavoro e sul precariato come rimedio (indispensabili per facilitare l'ingresso al lavoro dei giovani), che però impiegano anni a far vedere risultati concreti e di certo non raggiungono i fatidici 20 miliari, neanche mettendoli insieme al recupero di denaro derivante da norme anticorruzione (altro provvedimento indicato in modo abbastanza confuso e senza avere idea delle cifre).
Qui trovate il video originale così potete valutare.

Ricordo che la Manovra finanziaria Monti, una delle più dure e contestate della storia, che fra le altre cose comprendeva anche tagli ai costi della politica, arrivava a 30 miliardi: 20 per coprire il deficit e 10 per interventi di crescita. Qui si parla di venti miliardi l'anno solo per coprire i costi, praticamente una manovra Monti all'anno alla quale si sommano le risorse per il reddito di cittadinanza.


17 ottobre 2017

La speranza nel fallimento del bike sharing come giustificazione per i nostri fallimenti.



Nelle scorse settimane a Milano sono arrivati due nuovi operatori di bike sharing con bici libere e, dal momento in cui il servizio ha preso piede, è stato un fiorire di post e articoli sui modi in cui vengono lasciate queste bici. Bici sugli alberi, bici nel naviglio, bici legate a i pali, chiuse nei cortili. Sembra che tutte le bici del bike sharing siano inaccessibili.
Non fosse però, che la stragrande maggioranza delle biciclette circola liberamente e vengono utilizzate da migliaia di persone ogni giorno. Molte di queste grazie a questi servizi hanno iniziato ad muoversi in bici, creando un circolo virtuoso che con il passa parola coinvolgerà inevitabilmente altre persone.
Questa continua condivisione di fatti deprecabili riguardo al bike sharing contribuisce a disegnarne un'immagine negativa e se continuasse con questi toni e volumi di condivisioni, alla lunga potrebbe anche compromettere il modo in cui il servizio è percepito dal pubblico, diminuendone l'utilizzo.

Il mio pensiero è che in fondo vogliamo che fallisca questo servizio.

Ormai ci sguazziamo nella condivisione delle cose peggiori della nostra società. Pagine come Roma fa schifo, o anche le pagine dei principali quotidiani che puntano allo share selvaggio e altre che spesso mostrano la parte più brutta di noi ci fanno stare bene, perché ci permettono di confrontarci con modelli che stanno ai margini della società e non con la parte migliore di questa.
La condivisione dell'inciviltà estrema ormai è diventato un modo di giustificare le piccole o grandi dimostrazioni di inciviltà di ognuno di noi e un modo di trovare una scusa a tutte le scappatoie che ci creiamo per renderci la vita più comoda a discapito degli altri.
Additare il fatto scandaloso ci da implicitamente il permesso di saltare la coda, parcheggiare sul marciapiede, non fare lo scontrino, perché in confronto a una bici nel naviglio è pur sempre un modo un po' più civile di comportarsi, no?

La riuscita di questo servizio basato sulla civiltà delle persone non ci darebbe più alcuna scusa, ci farebbe uscire dalla mentalità del "eh ma tanto siamo in Italia", quella consuetudine per cui diamo per scontato che cose belle capitano sempre fuori dal nostro paese, perché noi non siamo in grado di farle funzionare.
Questa mentalità giustifica anche i nostri fallimenti, perché se qualcosa non ci va bene è colpa della burocrazia, della gente che ruba o non paga le tasse (che poi è la stessa che si lamenta), dei politici. Se non ce la facciamo è perché siamo in Italia.
La riuscita di questo servizio, che mi duole dirvelo è già un dato di fatto, ci toglierebbe un pezzo di quella foglia di fico che giustifica ogni cosa, perché vorrebbe dire che si può fare qualcosa di bello nel nostro paese, che non è sempre tutto negativo e le persone sono anche capaci di avere rispetto e senso civico.
Se fallisse il bike sharing potremmo rimanere tranquilli nel nostro brodo di mediocrità senza sentirci in colpa, potremmo ancora andare in giro a dire che in Italia non si può fare niente e tutte quelle belle frasi fatte per sentirci bene nel nostro non far nulla per migliorare le cose e giustificare ogni nostra debolezza.

Oltre all'aspetto della condotta civile però ce n'è anche un altro che riguarda le nostre abitudini quotidiane sulla mobilità.
Il bike sharing ci da molte meno giustificazioni sull'uso dell'auto in città e inoltre legittima la bici come mezzo ideale per muoversi a Milano. I moltissimi detrattori del mezzo a due ruote e gli haters cronici dei ciclisti si vedono accerchiati da biciclette in ogni angolo e in un modo o nell'altro saranno costretti ad accettare che le nostre strade non sono solo divise fra mezzi a motore e pedoni, ma ci sono altre utenze che chiedono sempre di più spazio e hanno tutto il diritto di averlo.
Anche per chi "odia" la bici o è un irriducibile dell'auto in città, il bike sharing rappresenta una minaccia, del tutto ingiustificata, alla propria libertà di movimento. Un fallimento di questo servizio sarebbe una freccia in più all'arco di quelle persone che non riescono ad abbandonare una concezione ormai obsoleta e dannosa, per la nostra salute e per il nostro spazio, della mobilità cittadina.