Mi è capitato per le mani Old World Romance di Sea Wolf, e non potevo trovare una colonna sonora migliore per un lunedì imbiancato, mentre stai andando al lavoro e i fiocchi si stendono sulla strada davanti ai tuoi piedi.
O forse ancora meglio sarebbe per una domenica innevata.
Quando sei chiuso in casa e hai evidentemente bisogno di recuperare del sonno arretrato.
Questo disco sa di casa. Sa di un posto sicuro in cui puoi esprimere liberamente la tua passione e le tue idee.
Si sente nei suoni, nella pacatezza della voce, nell'uso della batteria che sembra quasi buttata lì a caso (o magari è stata buttata a caso davvero e ha funzionato). Ha quel sound fatto di idee fresche e sincere, non strutturate, non iper prodotte, che ti dice "questo è quello che sono e va bene così".
In questa sua dimensione mi ricorda i Pinback, da una parte un po' low-fi e grezzo, dall'altra invece molto curato, ispirato e arrangiato alla perfezione.
In realtà non c'entra quasi nulla con i Pinback, anche se in "Changing Seasons" "Miracle Cure" "In Nothing", i pezzi più rock di tutto il disco, la ritmica e le chitarre nelle strofe rimanda ai loro lavori.
Qui siamo più sul cantautorato indie. Indie nel suo significato primario, non il quasi dispregiativo che è diventato oggi. O se vogliamo usare una connotazione più di moda in questo periodo, parlerei di indie-folk, anche se guardando bene fra le pieghe, ha più influenze rock che folk.
La cosa che mi stupisce è come si riesca a rendere perfettamente quell'idea di "casalingo" che oggi è molto difficile sentire in un disco, spesso slavata via da produzioni ultra ripulite. Sembra quasi una produzione di fine anni '90 inizio '00, ma nonostante rimandi a quel periodo, nello stesso tempo il disco ha i piedi ben piantati nei nostri giorni.
Non serve che mi metta a descrivere pezzo per pezzo: questo è un disco sincero, scalda, ispira e apre la mente. Bisogna ascoltarlo e scoprire se anche a voi darà le stesse sensazioni.
Non mi sono mai piaciute le classifiche di fine anno.
Per questo ne faccio una di inizio anno che però fa riferimento all’anno precedente.
Non credo che dopo 365 giorni (366 quest’anno), un non professionista, un blogger, un webzinaro come me e come tanti altri, possa ricordarsi alla perfezione tutti i dischi usciti e ascoltati, possa aver ascoltato un numero sufficiente di uscite per poter avere il quadro più completo e autorevole possibile delle uscite discografiche dell’anno.
E’ un dato di fatto poi, che i dischi usciti nella seconda metà dell’anno sono sempre avvantaggiati rispetto a quelli usciti nella prima.
Ci ho provato in passato a stilare questo tipo di classifiche, ma ho sempre faticato. Ora guardando la libreria di Itunes se è ben organizzata è tutto molto più facile…
Ma per questa volta mi metto di impegno.
Voglio eleggere un disco e un live, che il caso vuole appartengano alla stessa band. Troppo facile?
Vedremo…
Il mio premio come miglior disco dell’anno e miglior live dell’anno va ai:
THE MACCABEES!
Ci sono motivazione ben precise che cercherò di spiegarvi a fondo, cercando di sopperire alla “brevità” della classifica con un’analisi accurata.
Innanzi tutto Given to the Wild è il terzo disco dei Maccabees, il secondo dopo aver raggiunto un minimo di fama e riconoscimenti con il precedente “Wall of Arms”.
Per cui racchiudeva in sé una doppia difficoltà: quella di un secondo difficile disco sotto la lente di ingrandimento del grande circo musicale e di un terzo disco che fosse la conferma del loro valore per i fans con il rischio di scontentare la solita triste fanbase che vorrebbe sempre il solito disco ripetuto all’infinito.
Molti loro colleghi hanno affrontato lo scoglio, limitandosi a inserire qualche tastierino sulla solita formula, o inserendo un po’ di elettronica, o adesso si usa molto fare i “rivoluzionari” inserendo qualche spruzzo di dubstep che fa sempre tanto trendy e tanto gggiovane.
I Maccabees invece si sono giocati tutto. Hanno preso i loro punti di forza: incroci di chitarre, voce algida, ritmiche curate al dettaglio e piene di microsfumature e variazioni e li hanno portati a un livello altissimo. Contestualmente hanno fatto un lavoro grandioso sulle strutture e nella costruzione dei pezzi che poteva essere molto pericoloso.
Given to the Wild non è un disco facile. Ci vuole un po’ per inquadrarlo e per mettere a fuoco i vari pezzi. E’ un album stratificato, dove ci sono vari livelli di ascolto.
Il primo è quello delle canzoni, dei pezzi. Se lo si ascolta distrattamente si sente un gran disco pop rock, fatto di grandi pezzi con bellissime melodie ben costruite, e molto cristallino nei suoni.
Più si presta l’orecchio ai particolari e più si aprono gli altri livelli e si accede a un mondo vastissimo, fatto di reverberi, echi, delay, infinite sovraincisioni di chitarre, infinite sovraincisioni di voce, stereofonia sfruttata al massimo, produzione e suoni a livelli che poche volte mi è capitato di sentire. Oltre a questo sono state sì inserite elettronica, sinth e tastiere, e anche fiati, ma è tutto perfettamente inserito, vanno a completare un tessuto sonoro dove tutto è complementare.
Tutti questi elementi rendono il disco diverso ad ogni ascolto a seconda dell’attenzione che si presta a un determinato aspetto o a un altro.
Un altro valore aggiunto è la concezione strumentale del disco, tutti pezzi (ad eccezione del primo singolo forse) sono così completi e ben costruiti che potrebbero stare in piedi benissimo anche senza l’apporto di una voce. Alcuni sono vere e proprie “opere”, con intro, crescendo, momenti di quasi silenzio intervallati ad esplosioni sonore, con delle variazioni di intensità che vanno dal fortissimo, al pianissimo, dove strofa e ritornello perdono i confini.
Il tutto senza aver bisogno di sfondare il tetto dei 5 minuti.
Provate ad ascoltare questo:
Ascoltate bene dal minuto 1.00 al 1.27 (se potete fatelo con il disco e un bell’impianto, su youtube si perde quasi tutto): il modo in cui si rincorrono le chitarre, la cascata di suoni che formano è un capolavoro. Ascoltato poi con una qualità sonora accettabile, si sentono mille sfumature di suono, sembra che ci siano 20 chitarre che si susseguono entrando e uscendo in continuazione dal campo sonoro.
Anche qui, dal minuto 1.30 a 2.11, non sentivo una parte di chitarra così lunga e articolata su un pezzo pop-rock da non so quanto tempo, protagonista ma non invadente, perfettamente funzionale al pezzo in cui è inserita.
E poi il vero capolavoro di questo disco:
La delicatezza con cui inizia, il giro di basso, l’apertura della batteria che entra con un pattern spettacolare, la sospensione piena di delay e reverberi prima dell’esplosione,e poi BOOM!
Anche in questo pezzo (da 2.53 a 3.47) le chitarre sono sconfinate, non lasciano respiro, sono in continua rincorsa, non si sa dove finisce una e dove inizia l’altra.
Un discorso a parte meritano basso e batteria, il primo è un vero e proprio strumento a sé, che disegna la tessitura del pezzo, protagonista, sempre originale e ispirato (sentitelo all’inizio di “Forever I’ve Known”) quando le chitarre lasciano spazio, e sempre pronto a dare corpo quando invece le chitarre prendono il sopravvento. La seconda è ricca, piena di particolari, di tocchi, di microvariazioni, non ci sono mai quattro battute uguali ad altre quattro.
Su questo tessuto sonoro così complesso non deve essere stato facile mettere una voce che andasse a completare senza coprire, senza sembrare troppo distaccata, senza sembrare un di più. In questo senso Orlando Weeks ha fatto un lavoro superbo. La sua voce è sempre molto morbida ed eterea, e riesce a riempire gli spazi. Rispetto ai lavori precedenti è più fluida, meno singhiozzata, più curata nell’interpretazione, morbida ed emozionante.
Oltre a questo cambiamento c’è anche un lavoro fuori dall’ordinario sui cori. La voce non è quasi mai un unico canale, ha sempre sotto un impalcatura costruita in modo da renderla meno “appuntita”, più “larga”, e questo fa sì che non sia sempre al centro, fra gli strumenti, ma diventi più “circolare” e vada ad abbracciare tutti i suoni che le stanno sotto rendendola spesso strumento al pari degli altri, aggiungendo corpo alla stratificazione sonora.
I testi sono un altro punto di forza, molto intimi e personali, sempre in bilico fra disperazione e speranza, con molte frasi brevi reiterate anche più volte. Mi ricordano a tratti i testi di Thom Yorke, meno allucinati però.
Ultimamente mi stufo molto presto dei dischi, perché non hanno segreti, molti sono più o meno standardizzati, le formule bene o male sono quelle, e per chi fa musica e ha avuto esperienze in studio è facile riconosce i trucchi, gli espedienti, le soluzioni e questo rende un disco prevedibile. Questo invece a distanza di tanto tempo e di tantissimi ascolti ancora non riesce a passare in sottofondo, continua a richiedere costante attenzione, continua a colpire.
La prima cosa che si pensa dopo aver sentito a fondo il disco è “sarà impossibile renderlo dal vivo”.
E i Maccabees invece anche qui hanno saputo stupire oltre ogni immaginazione. Non solo riescono a renderlo alla perfezione, ma aggiungono phatos, non si limitano alla sola esecuzione ma cercano di dare qualcosa di più al pezzo, di renderlo vivo, palpabile e di amplificare il gap fra le parti più esplosive e quelle più intimiste.
Li ho visti sia ai Magazzini Generali da headliner che al Palaolimpico di Torino come guest, e li avevo visti anche qualche hanno prima come guest degli Editors.
Nella data ai Magazzini, dopo i primi pezzi la voglia di muoversi è passata, sono rimasto schiacciato da una mole di suoni che mi ha lasciato senza parole, sono rimasto lì fermo immobile a cercare di acquisire ogni singola sfumatura di quello che stavano facendo. E nonostante il posto “suoni di merda”, loro sono riusciti comunque ad avere un suono ai limiti della perfezione.
Anche al Palaolimpico sono stati grandiosi, tanto da vincere la partita contro i Balck Keys per manifesta superiorità (per quei pochi pezzi che ho visto, sono riusciti anche a farmi passare l’incazzatura per essermi perso l’inizio).
Per tutti questi motivi la mia decisione per quest’anno è stata così semplice, netta e senza alcun dubbio.
Richard Ginori fallisce, i cessi ora si fanno in vetro.
Sabato pomeriggio sono andato in centro con la mia ragazza, a portare a sviluppare dei rullini alla Fnac (vi prego non chiudetela) con le foto, fra le altre, del capodanno passato a Parigi.
Parcheggiate le bici in San Babila ne approfittiamo per farci la classica "vasca", con calma, senza badare alla frenesia dei saldi, solo per il gusto di farsi un giro.
Presi dal "mood turista on" decidiamo di entrare nel Duomo per fare un giro e vedere l'effetto che fa dopo aver visto Notre Dame (e l'effetto è sempre incredibile).
Entriamo e notiamo subito dei cartelli che recitano "Dai valore alle tue foto".
Leggiamo incuriositi e scopriamo che si tratta di un braccialetto, tipo quello per entrare nel pit ai concerti, che serve per fare le foto.
Se compri il braccialetto puoi fare foto all'interno della cattedrale, altrimenti no.
Costo 2 euro.
La Veneranda Fabbrica del Duomo probabilmente non sa che siamo nell'era dell'immagine e del "tutti sono fotografi" e un divieto del genere è quanto di più anacronistico si possa vedere. Inoltre qualsiasi dispositivo elettronico oggi può fare foto, ed è praticamente impossibile controllare all'interno di uno spazio come quello che nessuno ne faccia.
Oltretutto credo che in tutte le cattedrali d'Europa sia permesso fare foto (senza flash) per uso personale, tranne casi particolari, e non si capisce per quale motivo nel Duomo sia vietato. Anche perché (correggetemi se sbaglio), fino all'avvento di questa brillante idea, mi pare fosse consentito.
Credo sia inutile specificare che non ho visto nessuno dentro con il braccialetto.
E nessuno faceva foto naturalmente...
La prossima mossa sarà sequestare tutti i dispositivi all'ingresso come si faceva ai concerti negli anni '90? I venditori di elicotterini luminosi si inventeranno il business del rosario con all'interno una mini-macchina fotografica?
Attendiamo nuovi sviluppi.
Dopo aver letto il cartello ed esaurita la questione... improvvisamente ho visto la Luce...
Gesù Cristo?
La Madonna?
Sant'Ambrogio?
No.
Questo:
Prima di continuare voglio specificare che la foto non è mia, è stata presa in prestito, non vorrei vedermi recapitato a casa un braccialetto con la sovrattassa.
Quello che in apparenza sembra un temporary store Swarovsky in realtà è un negozio di souvenir che vende rosari e altri accessori per il bravo credente o per il bravo turista.
Mi sono subito chiesto: "ma cos'è quel cesso?" era proprio necessaria una struttura del genere piazzata all'ingresso di una delle più belle cattedrali del mondo (la più bella per il sottoscritto)?
Perché se era proprio necessaria volevo complimentarmi per la sobrietà, la discrezione, e la perfetta armonia con il contesto che la ospita, Frank Lloyd Wright non avrebbe saputo fare di meglio.
La cattedrale già è abbastanza assediata dal cattivo gusto all'esterno, con pannelli pubblicitari di dubbio gusto, e di dubbia legalità, come segnalato più volte da I Hate Milano, con alberi sponsorizzati in modo altrettanto discreto, o ristoranti inguarabili cascati dal cielo sopra la galleria.
Sarebbe "carino" che almeno all'interno del Duomo siano rispettati il "decoro" e la bellezza di un luogo unico al mondo, evitando di piazzarci in mezzo un cesso di vetro a punta, illuminato come Lady Gaga agli Mtv Award.
Parlando con varie persone, sentendo i discorsi che si fanno per le strade, o nei negozi, c'è sempre la tendenza a dividere in due categorie distinte l'Italia, e non parlo di geografia.
La divisione di cui parlo è molto sottile, ma al tempo stesso fondamentale per la coscienza e il pensiero degli Italiani: da una parte c'è il popolo italiano e dall'altra ci sono "i politici".
I politici vengono messi sempre in una sezione a parte nei discorsi, si parla di loro come se fossero una cosa distaccata, come se non facessero neanche parte di questo paese. "I politici" per molti italiani sono uno stato a parte, sono un'entità astratta, qualcosa di lontano e di pericoloso. Già solo la parola "politici" crea una spersonalizzazione profonda e pericolosa delle persone, dei cittadini, che sono inclusi in quella categoria.
In realtà i "politici", non sono nient'altro che parte del popolo, eletta dal popolo, alle quali vengono delegate decisioni riguardanti il popolo.
Molti di voi, anche io, soprattutto chi vive in piccoli paesi avranno amici impegnati in politica, con cariche nel consiglio comunale. Per cui basta guardarsi un po' intorno, per rendersi conto che "i politici" non sono una categoria lontana e astratta, ma sono molto più veri e vicini a noi di quanto si pensi, a volte sono anche nello specchio.
Questa spersonalizzazione, questa tendenza a relegarli nel loro angolo sporco, permette al popolo di sentirsi pulito, di sentirsi estraneo, di lavarsi la coscienza.
Purtroppo però i politici sono la diretta conseguenza delle nostre scelte, delle scelte di tutti. E non parlo solo delle scelte elettorali, ma delle scelte che facciamo tutti i giorni, anche la più piccola.
Ma non voglio fare la paternale sul senso civico, o sulle responsabilità dei cittadini, anche se è un argomento che ho sempre piacere di affrontare.
Quello che vorrei fare è riflettere sulla situazione in cui siamo piombati da un paio di giorni.
Siamo rimasti tutti storditi dal rientro in scivolata di Berlusconi, e neanche il tempo di rialzarci da terra, che subito è arrivato un altro calcione sugli stinchi, sotto forma di crisi di governo.
Non hanno neanche fatto in tempo a spruzzarci il ghiaccio spray, che subito siamo stati abbattuti un'altra volta dalla borsa e dallo spread.
In cinque giorni, siamo tornati indietro di un anno, in una settimana è stato cancellato un anno di governo tecnico, un anno di regole, di rigore, di cambiamento (perlomeno un tentativo).
Ma questo ribaltamento non è solo frutto del delirio di onnipotenza di una persona, arriva da un po' più lontano. Purtroppo, per quanto mi dia fastidio dare ragione a quell'uomo, quando dice che gli è stato chiesto a gran voce di tornare, indirettamente ha ragione...
Gli è stato chiesto il 2 dicembre.
E gliel'hanno chiesto circa un milione e settecentomila italiani.
Con le primarie del centrosinistra gli Italiani non hanno solo scelto un candidato premier. Hanno deciso che la vecchia politica non è poi così male. Che nonostante i danni, i disastri fatti in questi anni, tutto sommato non ci possiamo lamentare. Gli italiani hanno deciso che il cambiamento tanto sbandierato non lo vuole nessuno, che stiamo bene con quello che abbiamo e non c'è bisogno di andare avanti, meglio stare fermi dove siamo, meglio non rischiare. Anzi forse è meglio tornare anche indietro. Gli italiani hanno deciso che il "vecchio" è ancora buono, è ancora valido, che è meglio tenersi le solite facce tanto contestate e chiaccherate.
E allora se gli italiani vogliono le solite facce, chi è la faccia più "solita", la più conosciuta, la più chiaccherata della vecchia politica?
Ma torniamo indietro ancora a qualche settimana fa... è stata tutta un'improvvisata quella di Berlusconi?
Quanto ha influito lo sbando, la totale deriva del Pdl nel periodo di campagna elettorale della sinistra, sulla scelta ultra-conservativa di Bersani?
Quanto hanno influito i continui e subdoli attestati di stima a doppio taglio dal PDL nei confronti di Renzi?
Le primarie più volte sono state definite una "scelta per il prossimo premier", perché con il Pdl in pezzi non esisteva un altro schieramento in grado di intimorire il consenso del PD.
Anche per questo motivo il voto si è indirizzato verso un leader più adatto all'illusorio tempo di pace che ci avrebbe aspettato dopo la messa in sicurezza di Monti. E' stato scelto quello che nell'immaginario collettivo è un pacato "amministratore", piuttosto che un giovane generale dal cervello affilato. Ma appena il leader si è insediato, le legioni nemiche fino a quel momento nascoste nella boscaglia (e pronte comunque ad eleggere un nuovo rampante generale, fosse servito), hanno attaccato.
Ma se avesse vinto Renzi (un uomo solo contro il proprio partito e contro tutta la classe dirigente, senza alcun sostegno istituzionale) sarebbe stata assordante la richiesta di cambiamento degli italiani. Tutti i partiti a quel punto sarebbero stati costretti a correre ai ripari, compreso il PDL, che quando si tratta di seguire le mode non è secondo a nessuno. Sarebbe stata una corsa a presentare la faccia più fresca, più nuova, più immacolata per assecondare la richiesta. Piuttosto avrebbero cambiato la Costituzione per poter presentare candidati di 16 anni, e Berlusconi non avrebbe aspettato altro...
Ma, ahimè, così non è stato e le conseguenze sono quelle che stiamo vivendo in questa giornata.
In ogni caso, nessuno nei fortini dei vecchi partiti aveva intenzione di togliersi di mezzo.
Durante la campagna elettorale, sì è assistito a un clamoroso processo di morphing. Tutto a un tratto Renzi era l'uomo politico navigato, quello con gli scheletri nell'armadio, quello da radiografare in tutte le sue "innumerevoli" esperienze passate, il politico scafato, di lungo corso. Questo processo ha prodotto una serie infinita di accuse che per fortuna qualcuno si è preoccupato di raccogliere, a cui ne aggiungo un paio: la Corte dei Conti che con un tempismo perfetto, fra il primo e il secondo turno delle primarie boccia il Comune di Firenze, e il M5s che nonostante si definisca il baluardo del rinnovamento, con un tempismo degno del miglior Sallusti, inizia a pubblicare video di denuncia delle "Folli spese di Renzi", sempre prima del ballottaggio.
Bersani invece si trasforma nell'immacolato chierichetto di provincia, planato al parlamento direttamente da Bettola, con il parroco, la pompa di benzina, e i genitori a fare da sfondo. Ci sarebbe anche da parlare dell'assist clamoroso di Vespa, che lo fa piangere "in diretta" mostrandogli il filmato dei suoi genitori, ma questa è un'altra storia.
Nessuno durante il periodo di campagna elettorale è andato ad analizzare quello che ha fatto Bersani dal MILLENOVECENTOTTANTA a oggi. Fra le altre cose è stato (cito wikipedia) Ministro dell'Industria, Commercio e Artigianato nei governi Prodi I e D'Alema I, Ministro dei Trasporti e della Navigazione nei governi D'Alema II e Amato II, Ministro dello Sviluppo Economico nel governo Prodi II.
Quindi qualche responsabilità sul disfacimento economico attuale forse ce l'avrà anche lui... no?
Ma alla fine, come dicevo prima, quello che conta sono le scelte degli italiani. Ogni scelta, dalla più piccola alla più grande. E mai come questa volta la scelta era importante.
Gli italiani avevano in mano forse la più grossa possibilità di voltare pagina, dal '94 a oggi.
Il 61%, SESSANTUNO PERCENTO degli italiani, ha spazzato via con una crocetta ogni tentativo di rinnovamento e ogni possibilità di voltare pagina. Non è stato un risultato equilibrato, è stato netto, schiacciante. E anche per questo la conseguenza di quel risultato è stata altrettanto netta e schiacciante, non è un caso, ce lo abbiamo sotto gli occhi.
Che lo vogliate o no, il risultato di quella scelta è la causa diretta di quello che sta accadendo oggi.
Come se non bastasse, non è così scontata la vittoria di Bersani alle prossime elezioni. La mancanza di memoria a breve termine (ma anche a lungo) degli italiani, la morsa sui portafogli e la stretta sulle tasse, la famiglie stremate, costrette a fare i conti con sempre meno soldi, sono una preda fin troppo facile per Silvio.
Forte dell'abolizione dell'ICI, e della reimmessa IMU pronta per essere abolita anche lei, troverà molte pance scoperte a cui rivolgersi, alle quali risparmiare anche 1000 euro all'anno farebbe la differenza fra l'essere piene o vuote. Dite che non è possibile che ci caschiamo un'altra volta? L'abbiamo detto anche nel 2008.
Se non si presentano terzi incomodi (il m5s dubito che riesca a impensierire i partiti e le loro alleanze alle politiche), i prossimi mesi rischiano di essere molto bui...
Mio fratello: "Oh, a dicembre ci sono i Jim Jones Revue al Magnolia, si va!"
Io: "Eh chi cazzo sono?".
Mio fratello: "Ma come non li conosci? sono questi qua!".
Io: "Non li avevo mai sentiti".
Poi il nulla fino a ieri quando becco per caso l'evento su Facebook:
Io: "Oh ma 'sti Jim Jones stasera? Si va?".
Mio fratello: "Ah sono stasera? Si va!".
Questo giusto per farvi capire lo spirito con cui si è andati a questo concerto. Un mercoledì sera, nessun impegno, un probabile bel concerto a un prezzo onesto, perché stare a a casa?
Mai scelta fu più azzeccata.
I Jim Jones Revue sono una band incredibile.
Dal punto di vista musicale, non sono il massimo dell'originalità, ma credo non gliene freghi un cazzo dell'originalità. A loro interessa fare del rock n' roll, sudato, sporco, cattivo, bastardo, inglese, stiloso, ruvido... semplicemente del fottuto rock n' roll.
E lo fanno bene. Lo fanno così bene, che ormai le band con "quella roba lì" si contano sulle dita di una mano, e loro sono il dito medio (l'indice sono i The Kills).
Loro "quella roba lì" ce l'hanno nel sangue , non hanno bisogno di recitare, le movenze, lo stile, il modo di vestire, fanno parte di una storia di cui loro sono parte integrante, sono fra gli ultimi rappresentanti di un'attitudine che ormai è più rara dei bidet in inghilterra.
A tutti i gruppi che pensano che basti mettere un chiodo, pantaloni stretti e scarpe a punta per essere rock n' roll, consiglio di andare a vedere un loro concerto, e appendere il chiodo al chiodo.
Il concerto è stato un crescendo continuo, pezzi uno dietro l'altro senza respiro, e più i pezzi incalzavano più il pubblico si scaldava, più il pubblico si scaldava e più la band cercava il contatto e la partecipazione, più c'era partecipazione più pestavano sugli strumenti, più si davano più si sbattevano.
Sul palco era un continuo muoversi, un continuo scambiarsi il fronte del palco, fra Rupert Orton, chitarrista con uno stile inarrivabile, e Jim Jones cantante con una voce raccolta da una discarica (in senso buono si intende) e capace di urlarti in faccia per tutto il concerto senza mai un attimo di tregua. Una batterista che dopo un primo periodo di riscaldamento (trovarne di batteristi che si riscaldano così), inizia a pestare sulle pelli sempre più forte fino a diventare un vero e proprio treno. Un basso distorto fino a diventare un tritacarne, e un pianista/tastierista che credo cambi i tasti delle tastiere con la stessa frequenza con cui un batterista cambia le bacchette. Tastiere che se non abbiamo visto male sembravano amplificate da due testate Orange! (se qualcuno avesse info più precise, lo prego di correggermi, o precisare).
Grande maestria, grande professionalità, nonostante all'apparenza sembrino degli scappati di casa che riescono a mettere insieme due accordi per miracolo, con Jim che sembra un ubriaco al pub, in realtà è tutta gente che ne sa tanto, e sa soprattutto come si sta su un palco, materia che ormai in pochi conoscono.
In fondo quello che fanno è un garage rock che affonda le radici negli anni 50, con una forte componente blues, pezzi che possono rimandare, per capirci, al mondo di Johnny B good e Great Balls of Fire, passate dentro a un overdrive grosso come la turbina di un aereo.
Ma lo fanno come pochi al mondo e come se non ci fosse domani, ed è questo quello che conta.
Magari non sarà il gruppo che vi cambierà la vita, musicalmente parlando. Magari il genere non vi piacerà neanche, magari su disco possono anche non dirvi nulla di particolare, ma dal vivo sono una di quelle band che VA VISTA. E se non riusciranno a smuovervi durante il loro concerto, probabilmente siete come Bernie.
Quindi grazie al Magnolia, grazie Hard-staff, grazie al fratello e grazie al rock n' roll per questo mercoledì da leoni.