25 febbraio 2014

Tornano gli Estra: intervista a Giulio e Abe.

In occasione dello showcase in Santeria a Milano, per annunciare il ritorno degli Estra e le quattro date che faranno ad aprile (11/4 Treviso, 16/4 Milano, 17/4 Firenze, 23/4 Roma) ho raggiunto Giulio e Abe per un intervista che si è trasformata in una lunga chiaccherata molto interessante, ricca di spunti e di rivelazioni. Si è parlato del futuro della band, ma anche del loro passato, e si è discusso di tante cose come ad esempio la differenza fra la situazione musicale di oggi e del periodo in cui gli Estra erano in piena attività. 

(Avendo poco tempo a disposizione l'intervista è stata impostata come una mini conferenza stampa e insieme a me c'era Raffaele Concollato di Indie-roccia. In rosso le mie domande e commenti, le risposte di Giulio con carattere normale e in corsivo quelle di Abe, in blu alcune domande di Raffaele)



Partiamo dalla domanda più semplice, qual è stato il motivo che vi ha spinto a ritrovarvi e a tornare a suonare insieme?

Non per i soldi e neanche per nostalgia. La premessa è che noi siamo talmente scellerati che non ci siamo mai sciolti, tant’è che non si può parlare nemmeno di reunion. Siamo semplicemente sbadati, dieci anni fa ci siamo dimenticati di salutare.

Avevate altro da fare...

Eravamo in frigorifero.... (ridiamo, ndr)

L’anno scorso ci siamo ritrovati per la prima volta tutti e quattro insieme attorno a un tavolo e abbiamo detto “Forse è il caso di farlo questo saluto dieci anni dopo”. E così è, perché in effetti  l’ultimo concerto degli Estra si è tenuto nell’autunno del 2004, per l’ultima tournée che era legata all’uscita del doppio live.
E quindi eccoci qua.
In realtà penso che senza scomodare parole brutte come entusiasmo, energia ecc, abbiamo voglia. Io personalmente sono ormai dieci anni che non prendo in mano una chitarra elettrica, non faccio parte di una band.

Per me è come ricominciare da capo, io in questi dieci anni sono stato un eremita musicalmente parlando.

Quindi dopo gli Estra non hai più fatto nient’altro?

No, praticamente no, e questo mi fa molto bene e credo faccia bene anche al gruppo. Perché abbiamo ritrovato la “giovinezza”, c’è tanta voglia, anche di riprendere in mano tutto e di reinventarsi.

Si tratterà solo di questi quattro concerti o c’è in programma anche altro?

L’idea è di fare anche un tour estivo, quindi non saranno quattro le date, sono quattro nei club, faremo anche qualche festival, e poi si pone la tua domanda. Nel senso che è tutta un’incognita, sia come staremo noi, sia quanto ci divertiremo e anche quanta energia riceveremo. Per cui diciamo che non ci poniamo limiti, la cosa è sincera, nasce solo per questo motivo.

Quindi non ci sono programmi…

Non ci sono programmi e addirittura i pochi inediti che proporremo non li pubblichiamo neanche su un supporto fisico. Per cui non è sicuramente un’operazione di business, è veramente pura voglia e desiderio di tornare in pista.
Poi i segnali sono molto confortanti perché a me capita di girare l’Italia e quasi in ogni piazza in cui vado sento questa voglia, quest’affetto. Che tra l’altro è davvero sorprendente, perché non abbiamo veramente mai più fatto parlare di noi, è molto bello.

I vostri pezzi saranno in parte riarrangiati oppure preferirete riportarli alla luce così com’erano?

Una delle prime cose che ci siamo detti è stata “Non diventiamo la cover band degli Estra”, per cui non ci siamo posti il problema di ritrovare esattamente quella chimica o quel suono. Quindi credo ci sarà qualche piccola o grande sorpresa, ci siamo presi il lusso di reinterpretarci. Dieci anni dopo, abbiamo tutti più di quarantanni, ognuno di noi ha fatto il suo percorso…

Avete anche una visione diversa…

Esatto, che sia solo vitale o artistico o esistenziale è ovvio che sei un’altra persona. Tra l’altro per noi è sempre stato programmatico questo, il primo disco si chiama Metamorfosi, il secondo Alterazioni, l’unica fede che ci siamo concessi è quella di rimanere fedeli a noi stessi, cioè fedeli nel cambiamento e penso che questo ci accompagnerà tantissimo oggi più che mai dato che siamo altri, siamo “alterati”…

(sulla parola "alterati" arrivano le birre che avevamo chiesto...)

Anzi, stavo dicendo che in questi concerti ci sarà un quinto elemento, un polistrumentista che ci aiuterà, secondo me non a fare chissà quali voli, ma proprio a dare il suono che abbiamo noi in testa e nel cuore oggi. Ma anche una chitarra in più.

Quindi saranno abbastanza rivisitate le canzoni…

Alcuni sì, altri come per esempio Miele secondo me è così, è nata così e così morirà.



Com’è stato riprenderle in mano dopo dieci anni, che sensazioni avete avuto? A me è capitato di ritrovarmi con un vecchio gruppo e risuonare i pezzi e mi è sembrato un po’ strano, per voi com’è stato?

Come dicevo prima è come ricominciare da zero. Sì è vero c’è la canzone c’è la struttura, ma ci siamo trovati veramente a reinventare tutto.

Sì lo spirito è proprio non fare la cover band, non per forza ritrovare quella versione, ma risuonarla come la suoneremmo oggi

Quindi comunque è una cosa molto stimolante, non è solo nostalgia, ma una cosa nuova.

Voglia di renderle anche più attuali forse?


Più attuali per come siamo noi, non perché stiamo inseguendo una contemporaneità a tutti i costi.
Abbiamo anche un piccolo vantaggio perché avendo sempre avuto più o meno un sound molto scarno, mi sembra che le canzoni non siano invecchiate in maggior parte. Ci sono alcuni pezzi che io non scriverei più, ma questo fa parte di me, ma a livello di proposta e quindi di suono quello che ci ha stupito in questo ritrovarci, è il fatto che tutto sommato il nostro suono è ancora attuale. Questo può aprire molti dibattiti, cioè è il rock che non va da nessuna parte o noi eravamo in anticipo o…

Nel periodo in cui eravate in attività c’era tanto fermento intorno al rock,  cosa che poi è svanita negli anni successivi, in questo momento c’è un movimento molto ampio per quello che riguarda le band indie, voi avete sentito qualcosa, avete avvertito questa cosa oppure no?

Io assolutamente sì, continuo a essere curioso e ho anche la fortuna che essendo spesso in giro per l’Italia, alla fine degli spettacoli spesso c’è qualcuno che mi regala dei dischi e trovo anche il tempo di ascoltarli. Ci sono un sacco di cose interessanti, proprio tante. Altro discorso è se queste cose riescono ad avere un perso, se riescono a trovare spazio. 
Noi abbiamo avuto qualche (non tante) fortuna sotto quel punto di vista, perché siamo arrivati in un momento in cui anche nell’industria, forse grazie ai Nirvana prima e in Italia ai nomi che sapete, come ad esempio i CSI ma anche altri molto più di massa, c’era questa idea che anche il rock potesse arrivare al grande pubblico. 
Per cui evidentemente abbiamo beneficiato di un momento di quel tipo. Poi dopo è arrivato quello che sappiamo in termini di crisi dell’industria e quindi, a maggior ragione, chi ha un certo tipo di suono, un certo tipo di proposta fa ancora più fatica degli altri.
Tant’è vero che in realtà oggi a livello di grande proposta il suono come il nostro non c’è più. 
Potrei fare dei nomi di cose bellissime che ci sono in giro in questo momento in Italia, ma altro discorso è quanto riescono ad arrivare alle orecchie di chi magari sarebbe interessato, ma se non ha la curiosità di andarselo a cercare personalmente, non lo incontrerà mai, no? 
Mentre c’erano delle band insieme a noi che riuscivano comunque ad avere una chance di farsi vedere o di farsi sentire, questa è un po’ la differenza.
Poi il prezzo che si paga a lavorare con l’industria lo conosciamo anche quello, e sarebbe un altro lungo discorso. Però c’è tutto dentro questo discorso, cioè la bellezza di fare la musica che vuoi fare e la possibilità di farla sentire. Ma per farla sentire devi anche combattere tutti i giorni con chi vorrebbe che tu facessi cose più fruibili.
E gli Estra conoscono anche questo, forse anche più di altre band come noi, perché noi eravamo con una major tra l’altro. Altre band erano indipendenti anche nel senso tecnico. Noi facemmo una scelta diversa per la quale abbiamo dovuto conquistarci più di altri la credibilità, proprio perché non venivamo da una super casa di lusso indipendente.

Volevo riallacciarmi a questa cosa che hai detto, io mi ricordo che quando è uscito Tunnel Supermarket, sembrava un po’ il disco per allargare gli orizzonti, per arrivare a più persone. Poi forse non ha dato il risultato che sperava sia la major che probabilmente anche voi, e a causa di questo dopo si è rotto un po' qualcosa. E’ stato questo che poi vi ha spinto a lasciare in frigorifero il progetto oppure altro?

C’è da dire una cosa, Abe ricorda spesso un nostro incontro con Steve Wynn, quando noi gli dicemmo che noi eravamo già insieme da dieci anni e ci trovavamo tutti i giorni, o comunque un giorno sì e un giorno no, ed è così che fai una band, che fai un suono.... 
C’è da dire che in quel momento, confesso questa cosa, mentre lavoravamo alla scrittura di Tunnel Supermarket, per la prima volta in dieci anni, gli Estra non erano più insieme rispetto all’obiettivo finale, era la prima volta in cui forse ciascuno di noi avrebbe fatto un disco diverso. 
Mentre fino a Nordest Cowboy eravamo tutti convinti che l’unica cosa che dovevamo fare in quel momento era quella lì. Quindi Tunnel secondo me è già il risultato di un qualcosa che c’era dentro la band. 
Se ci aggiungi a questo le pressioni che avevamo all’esterno, sarebbe un discorso veramente lungo, ma purtroppo io mi ricordo tutto… Intanto era successo che i CSI erano andati al n.1 in classifica, i Subsonica avevano vinto Sanremo praticamente, allora improvvisamente c’era questo fottimento per cui chiunque venisse dall’indie avrebbe un giorno potuto diventare Tutti i miei Sbagli dei  Subsonica o Forma e Sostanza dei CSI e questo è stato un fottimento per tutti, tant’è vero che da quel momento in poi è impazzito tutto e non si è più capito nulla. 
Noi siamo parte di quella confusione in quel momento. Rivendico però il fatto che Tunnel Supermarket era un disco idealmente molto pensato. Cioè il titolo era proprio quello, lontanamente era Ok Computer, cioè “Ok siamo nel supermarket”, ma non solo noi quattro, tutti. L’idea era quindi quella di riuscire a dare un suono che partendo sempre da chitarra basso e batteria potesse darti il senso di questo fottimento, ma il disco non fu compreso affatto, causa anche una cover che qualcuno si ricorda. 
Ma l’operazione non fu compresa, perché noi eravamo Alterazioni, il nostro zoccolo duro non capì che era un’altra faccia della stessa medaglia, era semplicemente un arricchire lo stesso tipo di proposta.


(questa è la cover a cui fa riferimento Giulio)


Sì però non hai finito il discorso di Steve Wynn (ride ndr), che disse che le band hanno una vita fisiologica, di credo sette anni...

Meno, meno…

E quindi dieci anni erano già troppi per lui.

Lui diceva che era impossibile, come fate, dopo tre/quattro dischi, dopo sei anni, se una band è composta di quattro elementi è fisiologico che esploda in un’altra direzione...

Io tra l’altro mi ricordo che nel periodo in cui abbiamo smesso, si era guastato molto tutto l’ambiente del sottobosco musicale italiano. Erano i primi anni in cui internet veniva usato molto dalle band per commentare quello che facevano le altre band. Invece di sostenersi tutti cominciavano a darsi mazzate sulle ginocchia. Questo un po’ ci aveva anche infastidito e insieme a tutte le altre cose ci ha fatto dire “lasciamo un po’perdere”.

Mi ricordo i Marlene che venivano appunto falcidiati…

Si, hanno combattuto parecchio contro quel problema…

Io e Cristiano adottamo due linee opposte, cioè Cristiano si mise a rispondere ad ognuno io invece lasciai perdere, cosa che peraltro faccio tutt’ora.

Penso che ad un certo punto della carriera di una band lo zoccolo duro dei fans diventi non dico un problema, ma una cosa che ti crea problemi quando tu cerchi di andare verso un’altra direzione…

Non è disposta ad accettare il cambiamento…

E invece c’è gente che ti vuole sempre uguale, che poi forse è il problema che è venuto fuori quando è uscito Tunnel  Supermarket


Sì sì, è proprio così. Io speravo che avendo dichiarato da subito la metamorfosi (fa riferimento al loro primo disco, ndr), questo fosse un patto no? Siamo sempre noi e tutte le volte faremo un disco diverso e così abbiamo fatto, perché non abbiamo mai fatto un disco uguale all’altro.

Il fan vuole sempre essere ventenne e sentire sempre le stesse cose.

Ma infatti quando prima dicevo, noi non abbiamo nostalgia… sicuramente il fan è uno che ha sempre nostalgia, della prima volta, del primo disco, della prima volta che ti ha visto, della prima volta che si è innamorato di una tua canzone. 
Però se un artista è un artista ha il diritto/dovere di rinnovarsi. Poi anche lì ci sono artisti che per tutta la vita fanno lo stesso quadro, arstisti che invece tutti gli anni fanno una nuova mostra, noi siamo sempre stati del secondo tipo. 
E tra l’altro il mio percorso personale credo lo dimostri ancora di più, da lì in poi ho fatto talmente tante cose che è come andarsi a cercare continuamente in un altro posto. Finché ti ritrovi però, attenzione, non fare la qualunque, fare cose che ritieni necessarie anche se apparentemente magari sei “sconsigliato”. 
Che poi c’è anche un fatto di business che è terrificante, questo “dover funzionare” è la morte di tutto. Eppure ci fai i conti perché essendo un mestiere ci devi fare i conti. Non siamo elettrodomestici diceva un nostro amico ed è così, invece DEVI funzionare, perché quando qualcuno schiaccia il bottone e non funzioni più, basta, sei a casa.




Invece a proposito di nostalgia, mi ricordo che Metamorfosi me l’ha passato un mio compagno di classe in cassetta. (sulla parola cassetta tutti e due spalancano gli occhi, ndr)

(Giulio e Abe) Ah sì c’erano ancora le cassette…

Sì, che detto adesso sembra assurdo.

Così ci fai sentire vecchi però...

Ma anche io…

Ma cassetta originale intendi (sorride, ndr)

Sì assolutamente originale… che poi ho duplicato però.

Aaaah (ridiamo, ndr)

Volevo chiedervi, se gli Estra nascessero adesso sarebbe più semplice per voi raggiungere il pubblico o secondo voi era più diretto e semplice prima.

Qui entriamo nel dibattito sulla rete...

Sì forse adesso i mezzi sono più “democratici”

Più che sulla rete, io intendo sia come facilità che come qualità.

Il periodo sicuramente è molto diverso da quello in cui siamo nati…

E’ cambiato tutto, è imparagonabile…

Forse all’epoca c’era molta più attenzione e disponibilità…

All’epoca quel minimo di distanza che c’era ancora, questa cosa che l’artista era non rintracciabile comunque creava un interesse superiore. 
Il nostro primo disco si è imposto con cinque recensioni sulle riviste specializzate. 
Eravamo nel ’95, ’96, è stata l’ultima volta in cui le riviste specializzate hanno avuto un peso, attenzione è cambiato tutto anche da quel punto di vista. Quella volta lì mi ricordo benissima la recensione di Giancarlo Susanna su Il Mucchio Selvaggio che parlava di un piccolo capolavoro, quello è chiaro che l’interesse lo crea. Non so se poi crei anche l’acquisto, ma l’interesse, la curiosità li crea sicuramente. 
Oggi non è così perché tutti dicono tutto, tutti sanno tutto, nel giro di un secondo i primi trenta secondi di una canzone vengono ascoltati da tutti poi passiamo a un altro. Poi esistono delle cose virali Bellissime e spontanee ma qui appunto entriamo nel dibattito sulla rete, per cui io non credo che oggi sarebbe così.
Noi in realtà ci siamo conquistati quello che ci siamo conquistati con i live perché molto prima di firmare un contratto vero, abbiamo vinto ogni concorso in cui abbiamo suonato. Da lì qualcuno ci richiamava a suonare nel locale vicino, ma tutto senza contratto, con due autoproduzioni in cassetta, e abbiamo venduto un sacco di cassette tra l’altro (ridono, ndr). 
Quindi parliamo di un’epoca completamente diversa. Però, credo che Abe me lo confermerà, che noi la credibilità ce la siamo conquistata più sul campo che sulla comunicazione.

Quindi secondo voi da quel punto di vista sarebbe la stessa cosa anche oggi forse?

Forse sì, il problema è che mi dicono che i locali fanno più che altro cover band, che non pagano… 
Devi mettere insieme tanti elementi, probabilmente rispetto all’impatto che potremmo avere oggi su chi viene nel locale probabilmente sarebbe la stessa cosa. 
Ma mi dicono che anche i locali sono in crisi…
In quel periodo c’era la curiosità, anche noi eravamo i primi che nei week end andavamo in giro per locali a sentire. Veniva una band che so a Brescia? Wow, andiamo a vedere questi cosa fanno. 
Oggi non lo so, perché appunto è facile a casa avere le informazioni e quindi magari uno dice “va be…”. 

C’è anche questo, non credo che siamo qui per parlare di questo, ma due anni fa io ho fatto un disco che sull’on line è stato un trionfo, nelle prime tre settimane non ho mai avuto così tanti riscontri, poi però abbiamo fatto quattro concerti di presentazione e la gente non c’era, lo dico senza nessun problema. Che poi sì c’era, ma non certo quella che mi aspettavo rispetto al "popo" di recensioni, di osanna che c’erano stati. E la gente poi ti scrive “eh non potevo, avevo altro da fare, tanto il disco l’ho già sentito”, l’ho sentito per altro, non l’ho comprato.

Stessa cosa per il teatro, hai dovuto iniziare da zero, cioè hai iniziato con poco pubblico e poi la cosa è cresciuta o hai già trovato un ambiente diverso, curioso?

Il teatro è diverso quando non porti la tua cosa a teatro, ma è il teatro che ti inserisce in una stagione, è molto diverso, sono proprio due mondi completamente diversi. Certo, hai tutto il peso dell”absolute beginner”, ma sei in una stagione, per cui come dire, è un’offerta culturale che il teatro fa al proprio pubblico. Poi devi riempirlo il teatro eh, ma è diverso, perché comunque c’è qualcuno che frequenta quel teatro, che si fida della proposta del teatro.
Come quando i locali sapevano che dicevano “facciamo, che so, i La Crus “, tu dicevi “Chi sono i La Crus?”, però vado perché se me lo dice il mio locale di riferimento vado a sentire cos’è. E’ un po’ quella filosofia lì. Sempre meno eh, ma ci sono ancora operatori teatrali che fanno quel tipo di proposte.

Anche perché poi i teatri vivono molto sugli abbonati, quindi se gli abbonati si accorgono che la proposta non è più valida…

Esattamente, per cui diciamo che la cosa davvero diversa è quella, c’è ancora la possibilità di proporre, mentre mi sembra che nella musica, nei grossi locali si viva della stessa legge, che è una cosa che non sopporto, cioè che anche il rock che nasce proprio come contraddizione, nasce proprio con controcultura, come controproposta, viva poi delle stesse leggi che governano il nostro fottuto mondo e cioè se una cosa funziona te la propongo, ma se non abbiamo la garanzia che vengano ottocento paganti, sai non ce lo possiamo permettere.
E così è la fine di tutto, perché è così che si finisce a fare la coverband dei Depeche Mode, perché almeno lì la gente balla, gode.

C’è una scelta che avete fatto nel passato che a pensarci adesso magari non vi avrebbe portato a questo periodo di pausa e che invece avrebbe potuto farvi diventare gli Afterhours.

Mah io non ho rimpianti, non so… (indica Abe, ndr)

Direi di no, la refrigerazione è stata fisiologica, non è stata per scelte sbagliate, ci mancherebbe. Poi per carità c’era sempre da mettere d’accordo quattro teste, cinque anzi, per cui è ovvio che qualcuno era scontento magari di piccole cose ma in generale…

No anzi, se penso a quello che abbiamo sfiorato prima, il discorso del rapporto con la grossa industria, devo dire che siamo stati molto coraggiosi. Abbiamo sempre fatto esattamente il disco che volevamo fare, nonostante tutti i pareri sconcertati di chi ci li produceva.

Forse qualche volta abbiamo avuto un po’ paura di osare.

Certo quando hai addosso due direttori generali che ti dicono “Oh stavolta bisogna vendere cinquanta mila copie eh”...

Sì non sei serenissimo poi…

Quando sei in studio a registrare e ti dicono “mi raccomando la voce che si senta bene”, e a te piacerebbe sentire che so di più la batteria e ti dicono “no no..”, sono esempi così per dire, piccole cose, però forse a volte saremmo potuti essere più coraggiosi.

Però è vero che gli Estra sono stati anche tra i pochi che hanno sempre fatto delle canzoni, quasi tutti i nostri dischi erano piuttosto formali, la sperimentazione era dentro la forma canzone. 
Per cui, come dicevo prima, in realtà ci sono delle cose che oggi non farei, però in quel momento io ho sempre fatto il disco che volevo fare. 
Come diceva un mio amico, Nordest Cowboys è il più bel disco degli Estra nonostante che Alterazione sia il più bel disco degli Estra, perché in Nordest c’era proprio l’equilibrio tra la produzione, tra quello che una band con le proprie forze può fare in più oltre ai tre strumenti di base e il live, cioè la band che sta suonando in uno studio.

In Nordest c’era anche una ricerca di qualcosa di diverso rispetto ai dischi precedenti, forse era quello che andava di più verso il “cantautorato”, anche se questa definizione va presa con le pinze, comunque verso quella direzioni lì…

Perché inizia con Signor Jones… (ridiamo, ndr)

No, no, però mi sembra quello più strutturato…

C’era anche stato un salto qualitativo notevole dalla scelta del produttore, Jim Wilson, e allo studio che erano più professionali e importanti rispetto a quelli precedenti, per cui c’è anche un impatto sonoro diverso.

Ma invece i pezzi nuovi…?

Non ve li facciamo sentire qui eh (ridiamo ndr)

Più o meno che direzione hanno preso? Sono recenti?

Sì sì, di questi ultimi mesi in cui ci siamo trovati a suonare, nascono proprio in sala prove da improvvisazione da riff…

Tra l’altro a dimostrazione che avevamo molta voglia di reinventarci e ritrovarci, siamo partiti direttamente con dei pezzi nuovi, poi ad un certo punto ci siamo detti, però se fra un paio di mesi dobbiamo fare i concerti forse è meglio che ripassiamo (ride, ndr), quindi sono totalmente contemporanei a noi.

Il fatto che abbiate iniziato subito con dei pezzi nuovi significa che la “creatura” è viva…

Sì, forse la cosa vera era quella di non essere la cover band  di noi stessi, mi sembra la cosa più importante, perché il rischio era talmente evidente… Dieci anni dopo riprendi in mano i pezzi e “come faceva?” “no, no non era  proprio così…” e dopo ti incarti, non so come dire.

Il tempo a nostra disposizione è finito, ci salutiamo e Giulio e Abe scendono a fare il soundcheck per lo showcase, che vi racconterò...




12 febbraio 2014

2013: concerto dell'anno (parte prima)



Il primo dei due concerti dell'anno è prevedibile come i bis alla fine dei concerti.

WOODKID


Nel 2013 ho avuto due occasioni per vederlo, una la trovate recensita QUI (ed è anche uno degli articoli più letti di questo blog), la seconda è stata a Villa Arconati a Bollate.
Due situazioni diametralmente opposte, ma in tutte e due Yoanne e la sua band ne sono usciti col massimo dei voti.

La prima, ampiamente descritta nella recensione, era una situazione "mondana" ma anche un debutto importante: fiera del design, hipsters come se piovessero, vips, il jet-set indie milanese al gran completo, il teatro Franco Parenti strapieno, prima data in Italia. Insomma si giocava un bel po' di credibilità nel nostro Paese e dire che si è giocato tutte le sue carte al meglio è dire poco.

La seconda occasione è stata all'interno del festival di Villa Arconati, che all'apparenza doveva essere una situazione  più istituzionale, "seria". Ma visto il mancato tutto esaurito, la rilassatezza e la serenità che riesce a trasmettere la Villa e l'organizzazione, Woodkid ha saputo trasformarla in una festa.

Rispetto al concerto al Franco Parenti si è lasciato andare molto di più, ha cercato ancora di più di entrare in contatto col pubblico.

Anche prima di iniziare lui e la sua band hanno scherzato col pubblico dalla finestra del camerino (ubicato in una delle bellissime stanze della Villa), segno che anche per loro l'atmosfera di Villa Arconati aveva fatto effetto.

Alla fine ha fatto anche salire qualcuno del pubblico sul palco. Non due o tre persone, ma chiunque. Ha trasformato il palco in un vero e proprio dancefloor, dove c'era così tanta gente (compreso il sottoscritto) che non c'era quasi più spazio neanche per i musicisti.

Finito il concerto, siamo scesi tutti dal retropalco ordinatamente, senza creare nessun problema, segno che Yoanne aveva compreso e interpretato al meglio la situazione.



Ma oltre ad avere la capacità di leggere e interpretare al meglio l'atmosfera e le senzasioni del pubblico, oltre a portare una ventata di aria nuova nella musica, è riuscito anche a creare uno show unico. Con pochi elementi (solo fasci di luce bianca, videoproiezioni e disposizione sul palco della band) ha creato uno spettacolo mai visto prima e di una suggestione incredibile.
Cito dal precedente articolo:

... La disposizione è molto ampia e simmetrica (come tutto lo show): in fondo al palco ai due angoli opposti i percussionisti, ognuno con la sua grancassa sospesa (da suonare con le mani), messa di fianco rispetto al pubblico, in modo che suonandole si vedano i movimenti sincronizzati dei due, con un semplice ed efficace effetto scenico.
Sul fronte del palco, all'angolo sinistro (guardando il palco) il tastierista e il "paddista" e all'angolo destro i 3 fiati. Al centro naturalmente, lui.


...

Il mondo di Woodkid è però anche video,grafiche e show, come dicevo all'inizio.
Avrebbe potuto sfruttare tutto il suo enorme talento registico per il suo concerto. Invece molto intelligentemente ha deciso di tenere i suoi video fuori dal set, limitandosi a proiettare grafiche ipnotiche e simmetriche (sempre in bianco e nero come vuole la sua tradizione), molto suggestive ed efficaci nella loro semplicità.
Quello che apparentemente può sembrare una mancanza o una leggerezza è invece un punto di forza perché dei filmati troppo elaborati avrebbero distolto l'attenzione e avrebbero compromesso la partecipazione del pubblico.
Infatti in determinati momenti le proiezioni venivano anche spente quando il pezzo necessitava attenzione, oppure nelle parti più movimentate dove il pubblico poteva sfogarsi senza distrazioni.
Questo denota un'attenzione maniacale per la riuscita dello show, e una preparazione meticolosa. 

Anche Yoann, sapientemente, chiedeva attenzione e partecipazione in determinati momenti, probabilmente consapevole dell'effetto iptonico e "paralizzante" che può avere la sua musica così carica abbinata alle proiezioni,  non ha mai lasciato sprofondare il pubblico nel "suo mondo" sognante e ancestrale, ma ha cercato di tenerlo sempre sulla corda e sempre partecipe e pronto a rispondergli.

Anche la gestione delle luci è stata una parte fondamentale dello show, con una decina di fasci bianchi, e tre strobo, sono riusciti a creare un gioco di luci veramente suggestivo, e l'attenzione estrema ai particolari si è vista in un preciso momento quando i fasci di luce passavano velocemente dall'illuminare la sala all'incrociarsi su Woodkid formando una "stella" e le sue braccia si aprivano e si chiudevano a X sul petto, in contemporanea con il movimento delle luci.




Nella nuova data allo Zenith di Parigi (giocava in casa), ha aggiunto anche dei nuovi elementi rispetto all'ultimo tour. Oltre all'orchestra che già aveva inserito in altre occasioni particolari (come il live al Rex, sempre a Parigi), ha aggiunto una passerella circondata altri fasci di luce bianca e in più una marching band di tamburi, molto suggestiva e d'impatto. Segno che, nonostante abbia già fatto un ottimo lavoro, non si accontenta e vuole offrire sempre qualcosa di nuovo.


Live @ Zenith - Paris 2014 - immagini tratte dalla sua pagina facebook 






Lo show di Woodkid è un esempio di professionalità estrema e un nuovo standard di riferimento (escludendo le superstar americane del pop) per chiunque voglia dare qualcosa di più, oltre ad una semplice esecuzione dal vivo.

Non poteva non diventare il concerto dell'anno.



30 gennaio 2014

2013: Disco dell'anno (parte seconda)

Dopo Woodkid, sempre con la massima calma, è il momento di eleggere l'altro disco dell'anno. In questo caso è un po' più "difficile" e sicuramente non piacerà a tutti...

Il secondo disco dell'anno 2013 è:


THESE NEW PURITANS - Field Of Reeds

Non solo il disco è molto particolare, ma anche il modo in cui mi sono avvicinato a lui lo è stato altrettanto, quasi "all'antica" direi e vale la pena raccontarlo perché è anche uno dei motivi per cui è diventato disco dell'anno.

Lessi una recensione su Rolling Stone, una di quelle scritte bene, che vuole farti capire veramente cos'è il disco e dove l'ego e i gusti personali del recensore sono lasciati fuori. Rimasi incuriosito, perché si capiva che era un disco molto particolare, ma poi me ne dimenticai.

Durante una delle mie frequenti incursioni serali da Dischi Volanti sul Naviglio grande a Milano, sfogliando i vinili, mi ritrovai davanti una copertina molto bella, con dei particolari in rilievo che mi attirò subito.

Non ricordavo assolutamente come fosse la copertina abbinata alla recensione dei TNP.
Presi il vinile, lo guardai ed era proprio lui. Con la curiosità che mi aveva lasciato la recensione, e il richiamo che aveva avuto per me quel vinile non potevo lasciarlo lì.
Andai in cassa a pagare (neanche poco, perché è un doppio vinile con un packaging molto curato) e lo portai a casa senza averlo mai sentito e senza avere alcuna idea sul genere e sul tipo di musica che conteneva e senza aver mai sentito nulla di quella band.

Quante volte vi capita oggi di comprare un disco senza aver mai sentito neanche un pezzo? 

L'ho lasciato lì in attesa di un momento buono, e quando quel momento è arrivato l'ho messo sul piatto, l'ho fatto girare, ho appoggiato la puntina, mi sono seduto sul divano con in mano un bicchiere di whisky e BAM!

Perché tutta questa premessa? 
Perché Field of Reeds è un disco che ha bisogno del suo momento e del suo tempo. E' un disco al quale ci si deve dedicare completamente, che si deve ascoltare come ormai non si fa quasi più con nessun'altro disco. Anche il modo in cui mi sono avvicinato, il fatto che il primo formato di ascolto con il quale sono venuto a contatto fosse il vinile, è stato quasi un invito del disco stesso a dedicargli il tempo che si meritava. Andrebbe ascoltato solo in vinile.

Non c'è un genere per definirlo, è sperimentale, liquido, atmosferico, è pura arte contemporanea.
Se vi è capitato di ascoltare le sperimentazioni di John Cage, Steve Reich, Edgar Varese, troverete un po' di quello spirito, quella sensazione, anche se non è portata così all'estremo.


Si apre con This Guy's in Love with You, il piano che ripete ipnoticamente due accordi leggermente dissonanti e una voce lontana anch'essa dissonante, seguiti da una una parte di fiati molto malinconica e poi ancora torna il piano che ripete la stessa parte iniziale, per poi dare spazio a un breve assolo di tromba.
Si ha l'impressione quasi di vedere i titoli di apertura di un film e la scena che si apre su un paesaggio urbano decadente.


Da qui in poi si entra in una vera e propria opera di arte contemporanea, dove gli strumenti entrano su piani inclinati che confluiscono formando un tessuto sonoro intricato, come a formare delle macchie di colore su un'unica tela.
Non troverete una canzone, non troverete mai una strofa e un ritornello riconoscibili, ma capitoli di un'opera.

La melodia è destrutturata, sfibrata, non c'è mai un accordo maggiore, non c'è mai quasi mai una successione armonica pulita, man mano che il disco si sviluppa si impara a convivere con la dissonanza.
Il punto più ostico forse si incontra con The Light in Your Name, la terza traccia e forse la più sperimentale, dove la dissonanza regna sovrana.
Come quasi in tutto il disco l'impianto principale è affidato al pianoforte, sul quale poi si inserisce la voce, e progressivamente si aggiungono altri strumenti. Archi, fiati, organo, sinth, percussioni, rumori. Giunti alla fine si ha un tessuto sonoro complicato, difficile da inquadrare, che può quasi apparire casuale, al limite della sopportazione.
Forse ha proprio l'obbiettivo di scardinare la nostra abitudine all'armonia e alla melodia, di aprire la nostra mente, atrofizzata da decenni di musica "orecchiabile" (aggettivo orribile), ad altri tipi di intervalli fra le note.

Superato questo scoglio si viene inghiottiti dalla musica dei These New Puritans. Non ci sono più difese, ogni barriera cade, la mente si libera e diventa un foglio bianco. Il flusso sonoro colpisce in pieno, senza nessun pensiero a frapporsi fra l'ascoltatore e la musica.

Dopo circa venti minuti in cui si viene sbatacchiati in un mare di dissonanze, impianti sonori rarefatti, ipnotici, disturbanti, si arriva poi ad un approdo sicuro.

Organ Eternal è come un molo che spunta dal nulla in mezzo all'oceano, è il definitivo colpo di grazia per le difese dell'ascoltatore, il suo andamento circolare su un tempo dispari, continuo e immutabile è un'acqua termale che purifica definitivamente la mente.

Subito dopo si torna nello stesso mare di dissonanze da cui si è arrivati, ma dopo Organ Eternal si ha la sensazione di esserne cullati.

Il saluto finale è affidato alla title track, uno dei momenti più armonici di tutto il disco, quasi come se i These New Puritans vogliano riportarti al mondo reale passando da una camera di decompressione senza pareti.

Finito il disco la sensazione di essere stati in un altro mondo è palpabile, la mente è immensamente più leggera di prima. E' una musica che realmente ha bisogno di una completa dedizione, ma se si è disposti a farsi attraversare, con la sua dissonanza e completa estraneità con ogni cosa che siamo abituati a sentire, con il suo concentrato di piani sonori inclinati, di intervalli inusuali fra le note spinge la mente ad allinearsi e ad equilibrarsi.

Anche i testi sono molto particolari, le parole sembrano perdersi in mezzo a questo spazio sonoro infinito, evocativi, minimali, immagini accennate ma potenti. 

Anche se la mente dietro a questo progetto in sostanza è una (Jack Barnett) e gli altri due elementi (Thomas Hein e George Barnett) siano meno coinvolti nel processo di composizione (la quarta, Sophie Sleigh-Johnson ha di recente lasciato la band); questo disco ha un parco collaboratori infinito. Archi, ottoni, organi, coro, elementi elettronici, anche se ascoltandolo non si avverte subito quanti elementi ci siano al lavoro in ogni parte, è veramente un disco stratificato, con degli arrangiamenti complicati e molto strutturati. 

Inoltre va considerato che i These New Puritans hanno alle spalle due dischi completamente diversi da Field Of Reeds. E' stato una vera e propria scommessa e un atto di coraggio, in un mondo nel quale se una band nuova sbaglia un disco, si gioca la carriera. I These New Puritans hanno investito sulla qualità e sulle idee, ma soprattutto sulla loro completa indipendenza da ogni logica di mercato e hanno vinto. Per questo Field Of Reeds è disco dell'anno 2013.

Non ci sono volutamente estratti audio/video o di testi perché secondo me è un disco che va affrontato solo ed esclusivamente nella sua interezza.



A presto per la terza e quarta parte dedicata ai concerti dell'anno 2013.


















17 gennaio 2014

2013: Disco dell'anno (parte prima)



Così siamo a gennaio e come l'anno scorso, passato l'uragano delle classifiche di fine anno, qui sul Dolditoriale è tempo di nominare il miglior disco e il miglior concerto dell'anno passato.

Il 2013 è stato l'anno delle classifiche, ma come al solito tutti si dimenticano sempre di qualcuno che magari è uscito nella prima parte dell'anno o non è così di moda per dare abbastanza hype alla propria classifica.

Non ho cambiato idea a riguardo, non mi ci metto a fare una classifica con 10-20 dischi o concerti, non ho le competenze, non ho il tempo, e in tutta sincerità non ho neanche voglia. Mi accontento di nominarne uno, dando anche una motivazione però. Perché può essere anche facile (non per me) scegliere i 10 migliori dischi, ma perché li avete scelti?

Però mi contraddirò subito, perché per questa volta, non sapendo scegliere, ho deciso che ci saranno due vincitori per ogni categoria. E li dividerò in quattro articoli differenti per questioni di praticità e per facilitarne la lettura.




Il miglior disco, il primo dei due, del 2013 è:

WOODKID - The Golden Age

The Golden Age di Woodkid (francese, classe 1983) è uscito a marzo del 2013, senza troppo clamore, ma ampiamente anticipato dai due singoli Iron e Run Boy Run.
L'impatto della musica di Woodkid e di tutto il suo universo visivo è stato devastante. Non si contano più le pubblicità, i programmi tv (uno su tutti, X-Factor) i servizi tv, i video, e anche i plagi (tipo quello imbarazzante di Celentano per Rock Economy ad opera di Gaetano cordioli, ora sparito dalla circolazione) che hanno ripreso la musica e lo stile del'artista francese. The Golden Age è stato una delle poche vere novità nel panorama musicale mondiale.

Perché è esattamente quello che dovrebbe essere un disco nel 2013. Un progetto totale, curato in ogni minimo particolare, legato indissolubilmente all'aspetto visivo e alla performance dal vivo.
Prima che Yoanne Lemoine diventasse Woodkid non esisteva nulla di simile, nessuno aveva mai unito la musica classica con il pop, l'elettronica e la musica di ispirazione tribale nel modo in cui l'ha fatto lui e con la sua efficacia e stile e con un immagine così forte e caratterizzata.

Sul suo disco si passa da momenti di intimità totale con piano e voce, a maestosi e drammatici arrangiamenti orchestrali che non sfigurerebbero alla Scala, fino a ritrovarsi davanti a un falò a danzare mezzi nudi con il corpo pitturato. Detto così sembra assurdo, e non sembra poter funzionare in alcun modo, la realtà è ben diversa perché "The Golden Age" funziona eccome.
Ogni pezzo ha una sua caratteristica peculiare, ogni tassello all'interno dell'album è messo nel punto giusto, creando un'opera completa e strutturata. Per questo vale la pena analizzare pezzo per pezzo per capire la struttura di questo disco.

La title track è un manifesto del suo stile, inizia con piano e voce, con un pathos che ricorda Antony and the Johnsons, dopo poco entrano prima gli archi, con un arrangiamento delicato e suggestivo. Intorno al minuto e mezzo la canzone cambia repentinamente e inizia a montare un tensione palpabile, guidata dalle trombe, come se piano piano il mondo creato da Woodkid si manifestasse intorno alla musica. L'andatura inizia ad aumentare, e ti guardi alle spalle con la pura di essere inseguito da qualcuno o qualcosa.
La tensione "narrativa" su questo pezzo come in quasi tutta la sua musica, viene caratterizzata principalmente dai fiati, arrangiati e utilizzati in chiave classica, con trombe, corni, bassi tuba, tromboni, molto drammatici e possenti in alcune fasi e d'atmosfera in altri.


Run Boy Run è un capolavoro. Non ci sono altre parole per descrivere un pezzo così potente. L'inizio scandito dalla campana e e la voce che scandisce "Run boy run" con una ripetizione quasi ipnotica di quelle parole su un tappeto di percussioni perfettamente assemblate è una delle migliori partenze di sempre per una canzone.
La musica continua a dare l'impressione, come all'apertura del disco, di essere colonna sonora per una fuga, una corsa per scappare dall'ignoto verso qualcosa che non si conosce. La pausa sul ritornello e l'esplosione successiva di percussioni e orchestra, la coda finale con il crescendo che parte dalle percussioni, si apre sui violini per poi esplodere con tutta l'orchestra è qualcosa di veramente incredibile.

Ad amplificare la potenza di questo pezzo, un video che insieme a quello di Iron è diventato il Matrix dei videoclip musicali, un punto di riferimento per tutti, un video che in un anno e mezzo ha totalizzato più di nove milioni di visualizzazioni, che per un artista spuntato fuori dal nulla è una cosa incredibile.



Bisogna però specificare per correttezza, che Yoanne Lemoine, non è proprio uscito dal nulla, prima di debuttare nella musica, è stato regista di vari videoclip per gente del calibro di Katy Perry e Lana del Ray. Ma non si tratta di raccomandazioni o favori (da Italiani viene subito il pensiero maligno), dal punto di vista musicale, fino all'uscita di Iron era un signor nessuno.

Con The Great Escape si entra nello spazio, un inizio di archi fa da spartiacque fra il tripudio di Run Boy Run e la marcia serrata con cui esplode subito questo pezzo, un vero galoppo, sul quale entrano i fiati a suonare la carica. La voce felpata di Woodkid si appoggia morbida sull'intricato tessuto sonoro dettando i tempi con la una metrica ben definita.

Arriva Boat Song e torna l'intimità di piano e voce, ma la percezione è di uno spazio enorme intorno a questi due elementi, spazio che dopo poco viene riempito da un incredibile arrangiamento di fiati. La contrapposizione della parte orchestrale con la voce e il piano, entrambe delicate e toccanti in maniera totalmente differente l'una dall'altra, fanno di Boat Song uno dei momenti più toccanti di tutto il disco.

I Love You è forse il pezzo con la formula e il ritornello più easy listening, e infatti è stato il singolo di lancio dell'album, percussioni meno arrembanti, ma con un ritmo sempre efficace. Anche qui è presente uno stupendo crescendo di archi piazzato subito dopo il ritornello. Una canzone che è un piccolo gioiello di semplicità.



Ghost Light è il ponte che porta all'apoteosi del lato più classico di The Golden Age, che inizia con Shadows ed esplode con Stabat Mater. Un inizio orchestrale che sembra rubato a Mahler o a Strauss, la parte cantata che fa da contraltare, sostenuta da un tappeto di archi e poi ancora l'esplosione anticipata da tre colpi di timpano, un pezzo che è come un monolite (che ci riporta a Strauss...) piantato in mezzo al disco.



A Stabat Mater è contrapposta la leggerezza di Conquest of Spaces, con la quale sembra di scendere un fiume, o di galleggiare nello spazio. Una sequenza di flauto caratterizza tutta la canzone e dove tornano le tipiche percussioni "alla Woodkid". Un continuo crescendo che si sviluppa lentamente fino alla fine.

Falling spezza l'atmosfera, con suoni quasi da thriller, fra la maestosità della doppietta precedente e la successiva Where I Live.
Con quest'ultima torna l'intimità di piano e voce, un altro momento molto toccante alla pari di Boat Song, con ancora i fiati a disegnare un arrangiamento sublime sul ritornello.

E poi arriva Iron, il pezzo che ha presentato Woodkid al mondo, un pezzo dalla sua uscita che è stato usato miliardi di volte come colonna sonora di qualsiasi cosa, con un video che da marzo 2011 ha totalizzato 25 MILIONI di visualizzazioni. Un pezzo di una potenza immaginifica incredibile, che riporta agli scenari cupi e ostili di film come Valhalla Rising di Nicholas Winding Refn.
L'introduzione dei fiati è come un portale gigantesco che si apre lentamente, al di là del quale infuria la battaglia scandita dai tamburi. La voce di Yoanne è quasi un sussurro, una voce fuoricampo che ti guida all'interno di questo scenario pericoloso.



Una danza tribale, medievale, un pezzo al cui interno sembra esserci qualcosa qualcosa di seminale, che riporta alle origini dell'uomo. Un altro capolavoro.

Il sipario si chiude con The Other Side, una marcia solenne che saluta l'ascoltatore, guidandolo lentamente fuori dall'universo di Woodkid.
Per la prima volta oltre all'orchestra entra in scena un coro di voci maschili, che accentua la drammaticità della marcia, per poi lasciare spazio solo ai rullanti che chiudono il disco in maniera impeccabile.

Anche dal punto di vista dei testi The Golden Age non è banale. Si fa spesso riferimento a grandi spazi, il mare, l'oceano, luoghi dove la voce narrante si fa piccola e smarrita, alla vastità di questi spazi viene associata la complessità dell'animo umano. Sono frequenti i riferimenti a guerre e battaglie, sia interiori che contro il mondo, la paura di crescere, gli amori lasciati alle spalle e quelli mai corrisposti, la nostalgia di casa, lo smarrimento di quando si lascia un porto sicuro per affrontare l'oceano che ci aspetta fuori dalla porta di casa, o di qualsiasi luogo che ci da la sensazione di essere al sicuro.
Forse alla fine The Golden Age è una fuga da quello che ci tiene a terra verso il prorio futuro, la ricerca della nostra strada, del nostro destino, la ricerca di una sorta di terra promessa, la ricerca di sè e di una persona che che non ci lasci soli nella tempesta e nel mezzo di una battaglia.

Come tutti i grandi artisti Yoanne Lemoine si circonda di persone altettanto valide e questo disco deve molto anche al loro apporto. Uno su tutti Bruno Bertoli, il direttore che ha curato tutte le orchestrazioni del disco, ma anche i vari co-autori dei pezzi che potete trovare qui.
La scelta degli arrangiamenti e degli strumenti sono una delle caratteristiche fondamentali, a partire dalla mancanza di batteria, sia fisica che elettronica, sostituita dalle percussioni. Tutte le scelte fatte all'interno di The Golden Age denotano un lavoro incredibile, e una consapevolezza che per un artista emergente è rarissima da trovare.

Per tutti questi aspetti che ho raccontato, The Goden Age è uno dei due dischi dell'anno 2013. 

A presto per la seconda parte con il secondo disco dell'anno...












6 dicembre 2013

Massimo Volume dal vivo: le parole come sceneggiatura, la musica come scenografia.



Nonostante li conosca come un nome leggendario dalla metà degli anni novanta e li segua da più di un decennio, non ero mai riuscito a vederli dal vivo.

Ai tempi del loro esordio (Stanze, del 1993) ero troppo piccolo per apprezzare dei contenuti così profondi e giganteschi. Quando esplosero con "Lungo i Bordi" ero troppo preso dal ritorno del punk e dagli ultimi respiri del grunge.
Solo più tardi, verso i 20 anni, sono stato in grado di capire veramente la potenza di questo progetto, ma era troppo tardi. Con il ritorno nel 2010, non contento, mi sono perso i loro passaggi a Milano e dintorni, ieri sera con il tour di Aspettando i Barbari ho avuto finalmente l'occasione di rimediare a questa imperdonabile mancanza.

Non starò qui a fare una mera cronaca della serata, ma cercherò di descrivervi cos'è un concerto dei Massimo Volume.
Voglio fare questo, perché è un'esperienza totalmente diversa da qualsiasi altro concerto abbiate mai visto. Niente di mistico, sia chiaro, non ho avuto illuminazioni e non sono apparse madonne dietro la band, ma è comunque qualcosa di molto particolare.

La copertina di Aspettando i Barbari
Partiamo dal lato strumentale, più precisamente dal lato chitarristico. Parlo soprattutto ai "colleghi" chitarristi. Provate pensare alla cosa più originale che abbiate mai fatto, al giro più storto che abbiate mai creato, al suono più strano e figo che abbiate mai tirato fuori dalla vostra pedaliera e siate mai riusciti a infilare in un pezzo fra le proteste del vostro cantante o del vostro bassista. Fatto? Ecco non sarà mai così originale, così strano, così maledettamente funzionale al pezzo come un suono o un riff o un arpeggio tirato fuori dalle chitarre (o basso) di Egle Sommacal e Stefano Pilia.

La loro concezione della chitarra va al di là di del semplice suonare, è una ricerca, un utilizzo totale, nel quale ogni feedback, ogni dissonanza, ogni suono "brutto" è esattamente nel punto in cui deve essere a sottolineare l'intensità e l'atmosfera di quel preciso momento.

Spesso sulla stessa parte si dividono nettamente i compiti: Pilia cesella riff e parti taglienti, che danno la spina dorsale del pezzo e ne scandiscono l'andamento, Sommacal si infila diagonalmente su tutto. Va a creare un vero e proprio tessuto atmosferico, con accordi dissonanti, arpeggi aperti che creano tensione e vanno a formare quella scenografia astratta ma incredibilmente palpabile nella quale le storie di Clementi prendono vita.
Quando invece è Sommacal a tenere le redini del riff o dell'arpeggio portante, Pilia diventa ancora più etereo del compagno e condisce il tutto con feedback, reverberi e suoni che non si capisce da dove vengano tirati fuori.

Sotto di loro la batteria di Vittoria è un rullo compressore con una precisione da manuale. Sempre misurata ma allo stesso tempo potente e con dei suoni perfetti, condizione fondamentale per permettere che la voce recitata possa "venire fuori" dal tessuto sonoro, senza essere inghiottita. 
A volte si ha quasi l'impressione che ci sia una drum machine sotto e invece è sempre il suo tocco preciso e costante. Per altri gruppi questo potrebbe essere un difetto, per i Massimo Volume è esattamente quello che serve.
In mezzo a loro tre, il basso di Emidio, morbido come un cuscino, discreto e preciso si muove fra le righe con eleganza.

Arriviamo al motivo per cui i Massimo Volume sono i Massimo Volume: la voce.

Molte volte la voce recitata su disco perde molto poi dal vivo. Perché il tono, l'inflessione, la cadenza, la metrica, acquistano tutta la visibilità che normalmente non hanno quando è tutto basato sulla linea vocale. In studio la cosa è semplice, si fanno un tot di tentativi con toni e inflessioni diverse, quello con la resa migliore si tiene. Ma poi dal vivo se la cosa non è studiata non renderà mai come dovrebbe.
Clementi invece sa bene l'importanza del recitato in musica... l'ha inventato lui.




Non perde un grammo dell'impatto e dell'intensità del disco, e sebbene dal punto di vista dell'ascolto puro delle parole forse qualcosina si perde, ne guadagna in incisività e impatto.

Un concerto dei Massimo Volume è una delle esperienze più multimediali che si possano fare, senza l'ausilio della tecnologia.
Mentre si assiste al concerto si ascolta la musica, intanto le parole cadono come macigni nella sala. 
Si ha la l'impressione di leggere un libro, le storie che vengono raccontate si immaginano, e mentre sei lì a sentire il concerto, le immagini create da quelle parole ti scorrono davanti, quasi come se fossi al cinema o a teatro.
La musica si trasforma in scenografia e le parole in sceneggiatura. I pochi gesti del cantate, il solo allargare le braccia sulle parole più significative, la mancanza assoluta di parole fra un pezzo e l'altro e di qualsiasi tipo di cenno al pubblico, non fanno altro che amplificare questo senso di performance artistica, dove i quattro elementi sul palco non sono altro che un veicolo per la loro arte. 
Le parole delle canzoni sono talmente pesanti, importanti, vive, che non c'è bisogno di dire altro, farlo sarebbe come ringraziare e salutare in mezzo a una rappresentazione teatrale. Difatti si sentiranno altre parole di ringraziamento solo all'ultimo pezzo prima dell'encore e prima della fine.

In un contesto del genere la scaletta perde totalmente di importanza, perché qualsiasi loro pezzo entrerebbe a far parte di uno spettacolo la cui potenza sta nella sua totalità e non nei singoli episodi che lo compongono.