17 luglio 2026

TURNSTILE? Hold my beer. Il nuovo album dei Quicksand.


 

Il nuovo album dei Quicksand è arrivato finalmente, dopo la consueta raffica di singoli, come ormai (purtroppo) si usa oggi. Un album che conferma al 100% la forma di una band che tramite quei singoli ci ha ricordato chi è che tira la carretta da 30 anni. 
Perché il sottotesto di questo album sembra dire: "TURNSTILE? Hold my beer.", non in modo arrogante ma amichevole, e neanche perché gli uni siano più o meno bravi degli altri (chi vi scrive è un convinto sostenitore dei Turnstile e contestatore di quei discorsi un po' stantii sull'autenticità dell'hardcore), ma perché nelle discussioni infinite su chi fosse davvero hardcore, sulle influenze della band di Baltimora, sulla scena "quella vera (©)", su quali band avessero copiato, sui bicipiti troppo scolpiti di Brendan Yates (come se Henry Rollins non avesse mai esibito il suo fisico scolpito dal vivo), ci siamo dimenticati un po' tutti che 30 anni fa i Quicksand erano già lì dove sono i Turnstile adesso. In quella terra di mezzo che ci ricorda di quando il mondo del rock non era soffocato dall'ossessione della "purezza", dal machismo e da un conservatorismo che ha contribuito alla sua dipartita dai palchi che contano, ma dove invece c'era voglia di sperimentare, di mischiare di respirare e assimilare elementi diversi, esattamente quello che hanno fatto i Turnstile nell'era moderna, riportando al centro della scena (inteso come palco in questo caso) un genere che non toccava palla a certi livelli da 20 anni.

Bring On The Psychics sembra riportare la band di Walter Schreifels al grado zero, in un esercizio di minimalismo certosino, in cui tutto ciò che non è strettamente funzionale al pezzo viene pulito, asportato chirurgicamente, tant'è che tranne la (bellissima) "ballad" Days You Run To, tutti i pezzi sono rigorosamente sotto i tre minuti. Il focus è tutto sulla resa ritmica più che melodica (che però non è certo trascurabile), in cui i tre sembrano muoversi come un solo corpo per esprimere il maggior impatto possibile. "Balance, pride, humility", come recita il finale di Regenerate, sembra lo slogan perfetto per questo album. Non c'è assolutamente nulla di nuovo nel suono dei Quicksand che non si sia sentito negli album precedenti, ma tutto sembra scorrere senza nodi, senza incertezze, con un equilibrio forse mai avuto prima, l'orgoglio di quello che rappresentano con i loro 35 anni di carriera  e l'umiltà di affrontare un nuovo album mettendosi in discussione, non tanto nella forma, ma nel modo in cui è stato prodotto, cercando di modernizzare e semplificare l'approccio (grazie anche a Jon Markson dietro al banco mixer), e magari anche l'umiltà di farsi contro-ispirare da una band nuova come i Turnstile, Schreifels infatti in tempi non sospetti (2021) dichiarò di non sentirsi molto parte della scena, ma di sentire però un legame proprio con i Turnstile. 

Il frutto di questo approccio lo si può sentire forte e chiaro in Crystallize, forse uno dei loro pezzi più diretti di sempre, basato principalmente su un cambio di semitono nel riff principale (una delle cose più banali ma maledettamente efficaci che si possano fare), in cui le chitarre rimangono sempre al centro senza però sovrastare il resto, taglienti ma allo stesso tempo organiche, in cui gli effetti ci sono ma non prevalgono sull'impatto della distorsione. Tutto l'album è caratterizzato proprio da questo approccio, diretto, spontaneo, brillante. Senza alcun dubbio il loro migliore dalla loro seconda reunion del '99, ma capace anche di giocarsela con i primi due capitoli della loro storia: Slip (1993) e Manic Compression (1995).

Un disco con il quale reclamano il loro posto, il loro territorio: noi siamo qui, ci siamo sempre stati e ci saremo sempre, perché dischi come questo sono fatti per restare. Band come queste sono fatte per restare, attraversare le epoche, perché in fondo il post-hardcore dei Quicksand non è mai appartenuto a nessuna epoca in particolare, sempre trasversale, obliquo, con un approccio votato più a costruire qualcosa di personale che ad affrancarsi a un'audience abituata a schemi ben precisi. Difatti la band di New York non ha mai avuto né l'aura seminale degli Helmet né l'appeal dei Deftones (nonostante fossero stati i primi a firmare con una major), per citare due band a loro affini, sono sempre rimasti un po' in disparte rispetto ai riflettori e spesso poco considerati per quello che hanno rappresentato nella storia del post-hc. I Quicksand per il genere che rappresentano sono la voce di chi ha preferito la curiosità all'appartenenza, l'esplorazione alla fratellanza, di chi ha sempre scelto il percorso meno banale, rimanendo però fedele a sé stesso e alle proprie convinzioni.


19 giugno 2026

Ingenuità, rancore e complesso di inferiorità

Non è tanto quello che ha detto Trump ("mi ha implorato di fare una foto, mi ha fatto pena"), o quello che gli avrebbe detto Meloni al G7, ma il continuo perpetrare di errori strategici davvero grossolani sul posizionamento internazionale di questo governo e del suo presidente. 

Non ci voleva un genio della diplomazia a capire che Trump avrebbe potuto fare quello che ha fatto. Non ci voleva un genio della politica neanche per imparare dall'errore fatto nei tre anni precedenti, passati a rincorrere Donald in cerca di una consacrazione, errore pagato poi a caro prezzo a ridosso del referendum, quando il biondo ha scaricato la bionda come fosse un reso Amazon.
Invece Meloni guidata dall'ingenuità e dal rancore verso le critiche (sacrosante) ricevute a fronte di quell'errore cruciale di posizionamento internazionale, voleva a tutti i costi un riscatto. Lo bramava, per dimostrare a tutti che lei non sbaglia. Così, dopo pochi mesi da quell'errore è tornata a inseguire Trump alla prima occasione che le si è presentata davanti. La frase riportata dal Presidente USA può anche non averla detta, ma non è importante, il linguaggio del corpo delle immagini tratte dal G7 parla chiaro, c'è poco da girarci intorno. Così come l'intervista post evento, in cui con evidente soddisfazione dichiara "ho trovato il rapporto (personale fra lei e Trump) immutato, non c'è stato neanche bisogno di parlare". 

Come si può essere così ingenui da esporsi in questo modo, con una persona che negli ultimi mesi ha cambiato versione almeno venti volte su ogni argomento che ha affrontato? 

È colpa appunto del rancore che ha guidato questo governo fin dall'inizio, del complesso di inferiorità, o della sindrome dell'"underdog", come le piace essere definita. Quel bisogno incontenibile di "farla pagare" a tutti quelli che negli anni passati hanno precluso a lei e ai suoi posizioni di vertice per il solo fatto di essere di destra (secondo loro), quel bisogno incontenibile di occupare tutte le caselle, di mettere in campo un'egemonia culturale in risposta a quella presunta della sinistra, che poi ha portato ad altri errori grossolani, come il caso Venezi o il caso Sangiuliano. Perché forse quei posti non erano preclusi per razzismo ideologico, ma semplicemente perché i profili proposti erano inadeguati, come poi la realtà ha dimostrato inesorabile. D'altronde quando ti circondi di gente come Delmastro, Lollobrigida, Pozzolo o Montaruli, non puoi pretendere di avere uno standing tale da poter reclamare una considerazione maggiore.
Così quel bisogno incontenibile di avere un riconoscimento da parte di uno dei guru della destra mondiale da poter sfoggiare per mostrare di non essere inferiore a nessuno, quel rancore insopprimibile verso le critiche che non è in grado di accettare, neanche dopo 4 anni alla guida del paese, ha portato Giorgia Meloni all'ennesimo errore, imperdonabile perché reiterato con ostinazione. Anche la risposta, stonata e frettolosa via Instagram, come una Chiara Ferragni qualsiasi, invece che attraverso canali ufficiali sui quali di solito si muove la diplomazia in casi così importanti, è indice di debolezza e di quel complesso di inferiorità che l'ha spinta ad agire con irruenza, per la paura di quello che giornalisti e avversari politici avrebbero potuto dire di lei in sua "assenza" (spoiler: sono arrivati sostanzialmente solo attestati di solidarietà e sostegno nelle prime battute).

Giusto difendere il Presidente del Consiglio dagli attacchi che arrivano dall'esterno in una situazione del genere, perché rappresenta il Paese, ma non si può fare a meno di far notare la catena di scivoloni fatti in questi mesi/anni, nella maggior parte dei casi per non dover mai ammettere di aver sbagliato. Perché sarebbe bastato ammettere l'errore di aver seguito inutilmente Trump in questi anni, per non essere costretti a rifarlo una seconda volta.

Errare è umano, perseverare è di destra.



11 giugno 2026

Haylie Davis, Wandering Star: la nuova stella del country




Nel momento stesso in cui clicchi play sembra che le canzoni di Wandering Star abbiano sempre fatto parte della tua vita, come quei pezzi che ascoltavano in macchina i tuoi genitori e si sono cementati in un cassetto remoto nella memoria. La capacità di Haylie Davis è quella di arrivare dritta al punto, di immergersi e immergere l’ascoltatore in questo liquido amniotico fatto di country e folk, come se fosse sempre stata lì dagli anni 70 e invece è solamente al suo secondo album (il primo con il suo nome) e nel pieno dei suoi 26 anni. Pezzi come Young Man sono un’enciclopedia del folk statunitense condensata in 5 minuti; non si tratta però di citazionismo, Davis è autrice solida e attuale, perfettamente centrata nel nostro tempo, con la capacità cristallina di creare classici istantanei senza tempo.

4 giugno 2026

Ma io devo andare a lavorare

Una volta al mese circa offro mezz'ora del mio tempo a un'associazione che si chiama Massa Marmocchi, che insieme ai genitori organizza delle piccole "carovane" in bicicletta per portare a scuola i bambini a Milano. È un'attività importante, per rivendicare uno spazio, la strada, che è anche dei bambini, per la socialità della città, per i bambini che imparano ad andare in strada in sicurezza e protetti da una "massa" appunto, che tramite genitori e volontari vigila sul percorso verso la scuola. Si tratta di un tragitto breve, ci si trova in un punto e andando ad un'andatura adeguata a bambini fra i 4 e i dieci anni di età (scuole elementari e a volte anche scuola materna), in quindici/venti minuti si arriva a scuola. Lo si fa in diverse scuole con diversi tragitti, quello di cui faccio solitamente parte è un tragitto piuttosto tortuoso, per percorrere poche vie trafficate e non impegnare la stessa carreggiata per troppo tempo. Ci sono genitori e volontari che controllano il tragitto, fermando le macchine agli incroci, proteggendo i bambini tenendoli al centro del gruppo, insomma c'è un'organizzazione abbastanza rodata per fare in modo che tutti arrivino sani e salvi divertendosi, perché c'è anche la musica con una grande cassa portatile. Solitamente automobilisti e vari utenti della strada comprendono, apprezzano, sorridono e incoraggiano, anche perché l'intralcio dura al massimo un minuto. 



È bello vedere la gente che sorride quando passiamo, i bambini che vanno a scuola a piedi con i genitori che magari gridano "anche io voglio farlo!" e i bambini in bicicletta che cantano insieme. A volte quando si azzecca la canzone giusta (per loro, non per me che la maggior parte delle volte mi strapperei le orecchie, ma è un sacrificio che sono felice di fare) nel momento in cui la strada è un po' più sicura, c'è un atmosfera talmente bella che quasi mi commuovo. 
Poi ci sono anche episodi spiacevoli come stamattina: un ragazzo che ha tentato di sorpassare/attraversare la carovana con lo scooter in modo azzardato. Un caso emblematico di una mentalità malata che fa purtroppo parte della nostra società e che si collega anche al mio ultimo post sulla disabilità e il libro di Jan Grue.
Stavamo percorrendo una via a doppio senso, fra università e scuole di vario genere, abbastanza stretta e trafficata, dove la velocità delle auto non è mai troppo sostenuta (e non lo deve essere, in qualsiasi altra città europea sarebbe una zona 30, se non a traffico limitato). Ci apprestavamo a girare nella via della scuola, con i genitori e volontari avevamo già segnalato la svolta e avevamo già fermato le auto che sopraggiungevano nell'altro senso per svoltare, quando sopraggiunge un ragazzo in scooter che ci sorpassa sulla sinistra mentre stiamo per girare a sinistra. Una manovra assurda anche se a svoltare fosse stata un'auto. Io ero nelle prime posizioni, sento gridare dietro di me, mi giro e lo vedo arrivare, faccio in modo di mettermi davanti a lui per non farlo passare e si ferma.
Senza alzare la voce per non farmi sentire dai bambini gli dico con un pizzico di rassegnazione, essendo un ragazzo piuttosto giovane e non un boomerone col T-Max dal quale te lo aspetteresti, "Ma che cazzo fai, dai, non vedi che ci sono dei bambini?", lui mi risponde con la frase magica "Eh ma io devo andare a lavorare", senza neanche avere il coraggio di guardarmi in faccia, perché sapeva di aver fatto una cazzata. 
Questa cosa del "ma io devo lavorare", una frase fatta che ormai pronunciamo senza nemmeno pensarci, è indice di un retaggio culturale aberrante, incivile, per cui solo gli individui più produttivi, abili e veloci hanno il diritto di muoversi, tutti gli altri invece dovrebbero rimanere chiusi in casa e recare il minimo disturbo possibile, che siano bambini, anziani, disabili, o semplicemente persone che hanno la "colpa" di avere del tempo libero. Come se il fatto di "andare a lavorare" o lavorare per strada (come corrieri o artigiani vari), autorizzi automaticamente a prevaricare tutti gli altri, non utilizzando lo spazio pubblico a cui tutti hanno diritto, ma invadendolo e abusandone con prepotenza. Viviamo in un periodo storico in cui dietro al velo di tolleranza in fondo si ha diritto di "esistere" solo se si è produttivi, e i primi a perpetrare questa aberrazione siamo noi, con frasi che ormai fanno parte dei nostri discorsi, spesso anche ironici, ma che denotano il fatto che questa mentalità è molto radicata, anche inconsciamente. Tutti però hanno il diritto di utilizzare le strade e lo spazio pubblico e di farlo con i loro tempi, rispettando le regole e il buonsenso (ricordo che in città è consentito dal codice della strada procedere appaiati in bicicletta). Dall'anziano col cappello che va a fare la spesa in auto, al diversamente abile che circola con la sedia a rotelle a motore (che, spoiler, può essere produttivo quanto e più di te che cammini su due piedi, perché poi il pensiero più comune è sempre quello che diversamente abile=pensione di invalidità), al bambino che vuole andare a scuola in bicicletta e ha tutto il diritto di farlo utilizzando la strada che è anche sua. L'utente più forte ha il dovere di difendere e proteggere il diritto di muoversi di chi è più debole, con comportamenti adeguati sulla strada e non solo, perché è così che si vive in una società civile.
Avere del tempo libero non è una colpa, è un diritto fondamentale, il momento in cui io ho del tempo libero coincide sempre con l'attività lavorativa di qualcun altro e viceversa (persone che lavorano su turni, orari flessibili, ecc) ed entrambi abbiamo lo stesso identico diritto di utilizzare gli spazi pubblici (e la strada lo è). 
Una qualsiasi attività di volontariato ha lo stesso valore di una persona che lavora, un bambino che sta andando a scuola ha lo stesso valore di un adulto che sta andando in ufficio. Se quel minuto che perdi per far passare dei bambini in bicicletta è così importante per te, svegliati un minuto prima o accetta di arrivare al lavoro in ritardo per una tua mancanza, perché non sarà mai e poi mai più importante del rischio di ammazzare un bambino per fare una manovra azzardata.

28 maggio 2026

La mia vita come la vostra

In quanti modi si può decidere di iniziare a leggere un libro? Per sentito dire, per una recensione, perché ci incuriosisce la copertina, perché ce lo ha consigliato un amico o un’amica, ce ne sono tanti, tantissimi, ma credo di aver scovato uno dei più curiosi e inaspettati qualche giorno fa.



Ho visto un post che parlava del sistema bibliotecario digitale, Mlol, che si trova sia come app, con e-reader incluso, che sul web. Così per curiosità ho deciso di scaricarla e vedere come funzionava. Leggo spesso su smartphone, è un modo che seppur non ideale per gli occhi mi permette di leggere molto più spesso di quanto farei solo su carta, che comunque continuo ad usare. Mi trovo spesso a leggere due libri contemporaneamente, uno su carta nei momenti di relax o quando posso portarlo comodamente in giro e uno su smartphone per evitare di scrollare troppi contenuti inutili nei momenti di attesa o di noia.

Questo l’ho iniziato quasi per sbaglio, perché ne sto leggendo già due nel frattempo. Mi son fissato con i libri Iperborea per le grafiche e il formato e nel sistema non sapevo cosa cercare e così ho scritto Iperborea, era l’unico disponibile e allo stesso tempo libero. L’ho scaricato per vedere com’era l’e-reader dell’app, ho giocato un po’ con la visualizzazione e poi ho provato a leggere la prima pagina per capire se fosse comodo. Da quel momento ci sono caduto dentro e non sono più riuscito a fermarmi fin quando non l’ho finito (sono solo 117 pagine).

È un libro importante, per quello che tratta ma anche per il modo in cui è scritto, sembrano pensieri sparsi ma è solo un percorso che viene tracciato nel tempo e nello spazio, un tempo e soprattutto uno spazio che è vissuto in modo completamente diverso da quello che sono, siamo abituati, noi che non abbiamo disabilità. Parla di filosofia, parla di vita, dei problemi che deve affrontare quotidianamente una persona con una mobilità diversa da quella comunemente concepita dalla nostra società, dell’accettazione del proprio corpo, ma anche del mondo che si vede da quella posizione. Parla del non arrendersi a chi vorrebbe che in fondo certa gente se ne stia a casa e non crei disagi agli altri, che non faccia perdere tempo, ma soprattutto parla di vita, di una vita come quella di tutti. 

Mi ritengo una persona molto sensibile al tema della disabilità e della discriminazione delle persone con disabilità, una discriminazione, ma soprattutto una mancanza di attenzione che in Italia è sistematica e sconfortante, a tutti livelli, da quello istituzionale a quello architettonico e culturale. Onestamente non ci avevo mai fatto molto caso prima di trovarmi in prima persona ad avere a che fare con persone con disabilità e prima di viaggiare negli Stati Uniti, dove il livello di attenzione verso certe tematiche è di un altro pianeta, a livello culturale, non solo dal punto di vista di accessibilità. Ed è infatti curioso come nel libro la California sia vista come il luogo “sicuro” come una seconda casa, un posto dove stare bene (e l’autore vive a Oslo, dove comunque il livello di civiltà è alto). Nonostante la mia familiarità con il tema, questo libro ha portato a un altro livello la mia comprensione di ciò che è che soprattutto non è essere diversamente abile. Potrebbe forse risultare uno shock per chi non si è mai rapportato con questa tematica, ma uno shock positivo, necessario, per ambire a una società migliore, in un tempo in cui tutti gli sforzi sembrano indirizzati a peggiorarla. 

30 ottobre 2025

Perché le piattaforme di streaming non sono piene di titoli tratti dai libri di Joe R. Lansdale?

Non capisco perché le piattaforme di streaming non siano piene di film e serie tratte dai libri di Joe R. Lansdale. 



Ieri ho finito di leggere The Thicket, La Foresta nell'edizione italiana edita da Einaudi, e come già mi è capitato moltissime altre volte con i suoi libri esco da un mondo che ho abitato, sentito e annusato per diversi giorni, come se fosse reale. Uno scrittore dal tocco magico, che ha la capacità di farti ridere come se stessi guardando uno dei migliori film comici di sempre e qualche pagina dopo riesce a farti piangere con una scena descritta in poche semplici parole che arrivano subito al punto. I suoi personaggi sono vivi, incredibili nella loro eccezionalità ma credibilissimi sotto il profilo narrativo, sono compagni di viaggio, amici, gente a cui ti affezioni profondamente e quando arrivi all'ultima pagina senti un nodo allo stomaco perché non potrai stare più con loro. I dialoghi sono come sceneggiature, battute taglienti che ti fanno scoppiare a ridere all'improvviso, ma anche digressioni filosofiche e riflessioni sulla vita che ti colpiscono profondamente. 

Ho letto molti libri dell'autore texano e ogni volta è così, e come potrebbe non essere irresistibile un banda formata da un ragazzino, un nano, una p*****a e un n***o che partono per una missione impossibile nel profondo West a inizio '900? 

L'hanno scorso questo libro ha trovato casa in una trasposizione su Prime Video, dove nel cast, oltre a Juliette Lewis e Peter Dinklage è presente anche James Hetfield dei Metallica (!), ma non è ancora disponibile in Italia. Su Prime potete trovare anche la bellissima serie tratta dai libri di Hap & Leonard, ma ci sono decine di romanzi e centinaia di racconti ai quali attingere e che dovreste assolutamente leggere. 

4 settembre 2025

È davvero un peccato che nessuno si sia filato The Assessment.

The Assessment è uno di quei film che considerando la media dei voti non guarderesti mai, perché come lui ce ne sarebbero mille altri. Ma ormai anche su una piattaforma come Prime, che una volta aveva una certa cura del catalogo e ora invece affossa i suoi migliori prodotti (vedi La Ruota Del Tempo e The Peripheral), film come questo si perdono nel marasma di commedie romantiche e titoli d'azione a budget ridotto,  perché il pubblico è cambiato radicalmente negli ultimi anni, ed è diventato al pari di una tv generalista, stando alla alla top ten dei film e delle serie più viste. 

The Assessment - La Valutazione (Prime Video)


La Valutazione (titolo italiano) è uno di quei gioiellini di fantascienza in cui la fantascienza è solo un pretesto per creare uno scenario che spinge lo spettatore a una riflessione filosofica senza neanche rendersene conto.

Un "nuovo mondo" senza alcuna connotazione geografico/spaziale è rappresentato quasi unicamente dalla casa vicino al mare (oceano?) di una coppia sotto a una "cupola atmosferica". Un vecchio mondo lasciato sullo sfondo della narrazione, dove presumibilmente la vita non è più possibile a causa del cambiamento climatico. Nel nuovo mondo le regole sono rigide per garantire la sopravvivenza di tutti, soprattutto sulla procreazione, per la quale solo allo 0,1% dei migliori fra quelli che si candidano ad avere un figlio, viene concessa una valutazione di idoneità. Chi vuole avere figli, come Mia (Elizabeth Olsen, la terza sorella delle gemelle Olsen ed Emmy Award per Wanda Vision) e Aaryan (protagonista in Yesterday e nel ruolo di Mahir in Tenet) deve essere sottoposto a una rigida valutazione da parte di un'incaricata che deve valutare ogni aspetto della loro vita (e quando dico ogni aspetto intendo proprio tutto) e per farlo si deve stabilire per una settimana a casa dei candidati. 

L'incaricata, interpretata da Alicia Vikander, è meticolosa e spietata e si insinua come un cancro nella quotidianità della coppia mettendoli duramente alla prova e cercando di incrinare la loro solidità come persone e come coppia, per vedere come reagiscono. 

Il film è diviso in sette capitoli come i giorni di valutazione e dal momento in cui entra in scena Alicia Vikander si entra in una spirale di angoscia, suspence e tensione erotica, impresse con grande efficacia da un'interpretazione maestosa dell'attrice, che mette in scena comportamenti a tratti disturbanti. 

Più che una valutazione sembra una demolizione dal punto di vista psicologico, un gioco al massacro nel quale l'unica a uscirne vincitrice apparentemente è proprio Virginia, la valutatrice. Sembra quasi solo un pretesto per poter insinuarsi nella vita delle persone e distruggerla. 

L'architettura della casa gioca un ruolo importante nel trasmettere questo senso di angoscia. Minimal, con linee geometriche nette in stile razionalista, così come gli interni, austeri, dai colori decisi e con pochi elementi di arredamento, fra i quali spicca subito una zona pranzo opprimente, dalla quale sembra impossibile uscire (e non a caso), con un tavolo incassato in una geometria fatta di scale e livelli sfalsati. Completano il quadro (scusate il gioco di parole) le finestre in stile Mondrian dalle quali non si vede l'esterno. Ulteriori elementi di "disturbo" sono lo studio virtuale di Aaryan e la serra di Mia sulle quali però non mi dilungo per non svelare altri elementi. 

Il cast ristretto inoltre imprime un senso di isolamento e abbandono della coppia: conta solo 13 attori e nessuna comparsa, ma per il 90% del film gli attori coinvolti sono solo tre. L'impressione è che siano rimasti gli ultimi esseri umani sulla terra, una sorta di Adamo ed Eva ai quali però viene impedito di procreare da un'entità superiore, in questo caso il governo. 

Mentre va in scena la valutazione in 7 atti, la coppia sembra completamente abbandonata a sé stessa e in balia della valutatrice, e nel momento in cui entrano in gioco altri attori invece di alleggerirla, l'atmosfera diventa ancora più pesante e opprimente. 

Altro elemento molto importante è la componente sonora del film. La colonna sonora di Emilie Levienaise-Farrouch (già al lavoro sul meraviglioso All Of Us Are Strangers, Estranei nella versione italiana) è un piccolo capolavoro che mette subito le cose in chiaro fin dal primo fotogramma e ti spinge a forza nella tensione del film con un mix di sospiri, archi, parti vocali e corali e percussioni. La compositrice riesce a mischiare musica sacra, classica contemporanea e drone con una maestria che lascia senza respiro per tutta la durata del film. Il climax dal punto di vista sonoro avviene con "la danza" (per la quale anche in questo caso non entro nei particolari), un brillante affresco rumoristico di musica sperimentale contemporanea applicato al cinema.

Ma alla fine qual è la riflessione che ci porta questo film? Non è una riflessione sulla genitorialità come si potrebbe immaginare dal tema trattato, o almeno lo è solo in modo marginale. La valutazione mette a nudo le fragilità psicologiche dei due e le ferite lasciate dal passato che inevitabilmente si rifletterebbero nell'educazione del bambino/a. Tutti fanno un figlio immaginando di potergli offrire tutto il meglio o quello che loro non hanno mai avuto, ma poi la realtà spesso è diversa proprio a causa di fratture irrisolte nella crescita personale.  

Il grande tema su cui ruota il film però è il valore della vita. 

In un mondo in cui diventa tutto sempre più standardizzato, in cui il cambiamento climatico obbliga a scelte di sacrificio il film s'interroga su dove sia il limite fra la difesa estrema della vita e vivere a pieno la vita. Nella società attuale la vita delle persone ha acquisito un valore altissimo rispetto al passato, le regole a cui siamo sottoposti quotidianamente hanno il ruolo primario di difenderla ad ogni costo o quasi. Ma a che prezzo? A quante libertà siamo disposti a rinunciare per vivere in un mondo in cui la società prosperi, dove tutto è praticamente perfetto e il rischio quotidiano è ridotto allo zero? Siamo disposti a rinunciare alle nostre comodità, allo status quo, alla sicurezza, siamo disposti a metterci in pericolo per vivere per davvero? Per riconquistare un nostro diritto primario? Quanto siamo disposti a spingere il limite sempre più in là per riavere qualcosa che abbiamo perso? 

The Assessment non dà risposte, non esprime giudizi morali. Il film diretto da Fleur Fortuné apre una piccola breccia nelle ferree convinzioni dello spettatore, qualsiasi siano le sue idee, come Virginia fa con Mia e Aaryan. 


20 luglio 2025

2001-2025: Genova-Gaza, andata senza ritorno



C’è un filo che lega la morte di Carlo Giuliani ai fatti di Gaza di questo ultimo anno e mezzo. 
Una riflessione che faccio da anni ma che non ho mai condiviso, perché l’argomento accende troppo gli animi e non si riesce mai a parlarne senza essere o bianchi o neri. Così come quando si parlava di Berlusconi ai tempi, o era il male assoluto o era un eroe. Ma in fondo la polarizzazione del pensiero di quegli anni fa quasi tenerezza a confronto con quella di oggi, in cui la violenza verbale è pane quotidiano, quindi tanto vale esporsi e fregarsene.

Quel giorno a Genova.

Quel giorno arrivò a seguito di manifestazioni mai viste prima a Seattle, Praga, Napoli, contro la cosiddetta “globalizzazione”, un concetto che in realtà era un aggregatore di sentimenti “anti”, contro i politici, contro il capitalismo, le multinazionali, contro lo strapotere di alcuni in contrapposizione con la povertà di molti. Se vogliamo dirla tutta forse molti di quelli che manifestavano non avevano neanche un motivo preciso, ma la bellezza di quel movimento era proprio la partecipazione, un esercizio di democrazia altissimo. C’era un sentimento di rivalsa, di libertà, di unità e anche di rabbia, una sana rabbia, ben distinta da quella che guidava i soliti noti che distruggevano tutto. Un sentimento che scorreva libero ed era talmente forte da portare tantissime persone in strada anche molto diverse fra loro. Un sentimento alimentato anche da un libro, No Logo di Naomi Klein, che diventò un manifesto politico, andando a creare una nuova consapevolezza sulle metodologie delle suddette multinazionali e sui rapporti con i governi.
La manifestazione di Genova si caricò oltremodo (o meglio venne caricata volontariamente oltremodo) di significati. Fin dai giorni precedenti si avvertiva un’aria di guerra, ma se vogliamo chiamarla davvero con il suo nome, bisognerebbe dire che si avvertiva aria di repressione, vera. E così fu. Durante e dopo la manifestazione. Ed è tutto scritto nelle sentenze: fu repressione violenta, non si può e non si deve chiamarla in altro modo.

Ma ci fu un messaggio che quella repressione lanciò ai manifestanti, ai militanti e in generale a tutti quelli della mia generazione.

Più che un messaggio fu una domanda precisa.

Con l’omicidio di Carlo Giuliani ci chiesero senza giri di parole:

“Siete disposti a morire per i vostri ideali?”

La risposta che abbiamo dato è stata un secco “NO”.

La verità è che avevamo troppo da perdere nelle nostre vite agiate.
Perché dopo quell’omicidio, il movimento, invece di alzare il tiro si sciolse, impaurito, smarrito, destabilizzato.
Così la consapevolezza che nessuno di noi fosse disposto a morire per i propri ideali, ha dato carta bianca a tutto quel sistema che il movimento No-Global contestava.

Quella risposta, quel “NO”, detto senza neanche pensarci un secondo, ha portato poi al mondo in cui viviamo oggi. Quel mondo in cui la ricchezza è sempre più un privilegio per pochissimi, in cui la Corte Penale Internazionale viene ridicolizzata e nessuno fa nulla, in cui tutti gli organi di controllo della democrazia sono vittime di tentativi di sabotaggio, spesso riusciti, e rimaniamo a guardare, in cui in Ucraina ammazzano civili indiscriminatamente da tre anni e molti di noi si schierano con il potente che sgancia le bombe su bambini e famiglie.

Quel “no”, quella paura, quello smarrimento, ha portato inconsciamente anche molti di noi a stare dalla parte del potere (negandolo), perché ci hanno mostrato cosa succede a stare dall’altra.

Così come quello che sta accadendo a Gaza, quella consapevolezza di poter fare tutto ciò che vogliono, è l’escalation lenta e inesorabile di quella risposta che abbiamo dato nel 2001.

La consapevolezza che nessuno, sebbene tanti si siano schierati attivamente contro il massacro, sia disposto a rischiare la vita per loro, sia disposto a superare la propria linea rossa.

La consapevolezza che oggi ancora più di ieri le nostre comodità quotidiane contano più di ogni altra cosa e non siamo disposti a perderle.

Anzi, abbiamo paura che ci vengano rubate da chi subisce ogni giorno quello che noi abbiamo solo assaggiato.

Non si può neanche scaricare la responsabilità sulla classe dirigente, che siano politici, banche, o fantomatici poteri forti. Perché la classe dirigente di oggi è l’espressione di più di vent’anni di nostre X sulle schede elettorali e di nostre scelte.

L’immobilismo della politica di oggi è la diretta espressione del nostro.









































25 aprile 2024

[INTERVISTA] L'abitudine alla guerra e la fotocamera venuta da Dnipro (Ucraina)

La fotografia analogica, soprattutto se fatta con fotocamere molto vecchie, è un hobby particolare, che ti riporta alla manualità, alla lentezza, dove gli errori sono all'ordine del giorno e la foto perfetta è spesso quella che non ti aspetti, mentre invece la peggiore è quella su cui ti sei concentrato di più.



Ma di questo ho già parlato in parte in questo articolo e non voglio dilungarmi oltre. C'è però un aspetto affascinante di questo hobby che non smette mai di stupirmi, ovvero il mondo che si apre ogni volta che scopri una nuova, che in realtà è vecchia, macchina fotografica, ed è proprio questo aspetto che si è sviluppato in un modo inaspettato in questa storia che sto per raccontare.


Nel panorama delle fotocamere analogiche, un nome che è diventato molto conosciuto nel corso degli anni, è quello della Lomo (Leningradskoye Optiko-Mekhanicheskoye Obyedinenie), azienda russa produttrice di ottiche professionali e poi, a partire dagli anni '50 ma soprattutto fra gli anni 60 e 80, di fotocamere pensate per la gente comune: economiche (spesso costruite in plastica o bachelite), facili da usare e quindi con una resa ottica non sempre eccellente.


Questa ultima caratteristica però è stata il motivo del successo di queste fotocamere a partire dagli anni 90 in poi, quando il concetto di "Lomografia" ha iniziato a farsi strada nel mondo, ovvero quella filosofia per cui per fotografare non serve un grande studio dell'immagine, basta inquadrare e scattare senza pensarci. Questo tipo di filosofia si è sviluppata proprio grazie alle macchine fotografiche Lomo, i cui difetti, come le infiltrazioni di luce date dalla scocca di plastica o le lenti in plastica che saturano molto l'immagine, rendono "speciale" ogni tipo di scatto con particolari effetti. Effetti che hanno ispirato anche la nascita di Instagram, i cui filtri non sono nient'altro che una riproduzione digitale delle caratteristiche "variazioni sul tema" che offrivano e offrono quelle fotocamere.


Parlare della Lomo è abbastanza comune, tutti più o meno l'hanno sentita nominare almeno una volta venendo in contatto con il mondo della fotografia analogica, ma chi conosce la BeLOMO?
Sarò onesto, fino a quando non mi sono imbattuto in una di queste fotocamere qualche settimana fa cercando su ebay, non ne sapevo nulla neanche io.


BelOMO non è uno stupido gioco di parole, ma la Belorusskoe Optiko-Mechanichesckoye Obyedinenie, ovvero il corrispettivo Bielorusso della Lomo. 
Come quest'ultima è una società che produceva e produce ancora oggi (*) ottiche professionali, ma che si è dedicata alla produzione di fotocamere negli anni '80 e '90. Da questa produzione sono nate alcune copie della Lomo, come la Vilia, copia della celebre Smena, oppure fotocamere molto particolari come la protagonista di questo articolo: la Agat 18.


La Agat 18 è una fotocamera che utilizza i classici rullini da 35mm, molto piccola, fatta quasi interamente in plastica, la cui caratteristica principale è l'essere una half-frame camera, ovvero una fotocamera che nello spazio di una classica foto in orizzontale ne riesce a scattare due, singole, in verticale. Quindi da un rullino da 36 foto se ne tirano fuori ben 72, che con i prezzi a cui sono arrivati i rullini oggi è una caratteristica decisamente molto utile.


Così mi sono messo alla ricerca di un modello in buono stato e funzionante che non costasse troppo (alla fine è pur sempre una macchinetta di plastica). Dopo varie ricerche e offerte rifiutate vengo incuriosito da un modello in ottimo stato, con una descrizione molto chiara, che però si trova in Ucraina. Difficilmente compro al di fuori dell’UE, per costi di spedizione e il rischio di spese doganali, oltretutto in questo caso, vedendo la provenienza, mi sono chiesto se fosse opportuno acquistare qualcosa di cui potevo fare a meno da un paese in guerra e sotto attacco costante. Ma alla fine ho pensato che non ci fosse nulla di sbagliato visto che l’oggetto era in vendita e c'era traccia di feedback lasciati recentemente, e fosse un modo per sostenere in piccolissima parte una persona che vive in una zona di guerra. Una volta acquistato l’oggetto però ho visto in quale città si trovava e il dubbio si è ripresentato prepotentemente, poiché la città in questione era Dnipro, a un centinaio di chilometri dalle zone occupate dai russi. 


Ho quindi deciso di scrivere direttamente al venditore, e visto che mi affascina la storia legata a queste macchine fotografiche, mi son detto: proviamo ad andare più a fondo, dando un senso a questa compravendita che non sia solo la volontà di possedere un oggetto. Gli ho chiesto prima di tutto se non creasse problemi la gestione logistica di questo acquisto e ho colto l’occasione per chiedergli anche se fosse disponibile a raccontarmi qualcosa di più su questa macchina fotografica e in un secondo momento sulla situazione che sta vivendo, per capire meglio.


Andreij mi ha risposto quasi subito, dicendo che era felice di condividere la sua passione e di raccontare anche qualche particolare del periodo difficile che sta vivendo, così gli ho fatto alcune domande.




Nel frattempo la macchina fotografica è arrivata a destinazione con una spedizione rapidissima e senza spese doganali. È un oggetto davvero piacevole da maneggiare, le dimensioni sono perfette ed è leggerissima.


Mi puoi dire qualcosa di più su di te e su come è iniziata la tua passione per le macchine fotografiche?


Ho 35 anni e ho una famiglia, vivo nella città di Dnepr (Dnipro), lavoro in un'azienda dove al momento non ci sono molte certezze. Circa 15 anni fa ho iniziato a interessarmi alle fotocamere e agli obiettivi sovietici per curiosità. Il mio hobby è iniziato quando mio suocero mi ha regalato la mia prima macchina fotografica, una FED-3. Mi sono appassionato subito a quell’oggetto e ho iniziato a collezionarne diverse, andando nei piccoli mercatini locali, per comprarle, tornare a casa a cercare informazioni su Internet e immergermi nella storia delle macchine fotografiche sovietiche. Non sono un fotografo e non lo sono mai stato, mi è però sempre piaciuto avere a che fare con questi oggetti, tenerli in mano e far roteare le ghiere. Dopo un po’ di tempo però mi sono ritrovato con molti pezzi, e non avendo un posto dove tenerli ho dovuto venderne un po’. Così ho avviato una piccola attività.


Invece cosa mi sai dire della fotocamera che ho comprato, la Agat 18?


Ho comprato questa fotocamera un mese fa in un mercatino delle pulci nella nostra città da un signore anziano. Gli anziani oggi ricevono pensioni molto basse e per sopravvivere devono cercare qualche fonte di reddito aggiuntiva, per questo motivo questo signore vendeva al mercatino oggetti appartenuti a lui che ormai non utilizzava più. Potrebbe sembrare strano vedere un anziano che vende le sue cose per mantenersi, ma qui ci sono molti anziani nella stessa condizione, lasciati soli, senza nipoti o figli ad aiutarli. Così per dargli una mano ho pagato a questo signore il triplo del prezzo che chiedeva per questa macchina fotografica.


Dove trovi in genere tutte queste fotocamere? C’è ancora interesse in questo tipo di oggetti lì da voi?


Trovo tutte queste fotocamere in diversi mercati o tramite conoscenti, amici o vicini. Ora poche persone usano la pellicola nel nostro paese e la gente vende o regala cose di cui non ha bisogno. Io do loro una nuova vita, le pulisco, faccio un po’ di manutenzione. Ogni fotocamera ha la sua storia e il suo valore. Le persone anziane le apprezzano molto, perché una volta ci volevano due o tre stipendi per acquistare alcuni modelli, ma i giovani di oggi le guardano con stupore e non comprendono un mondo dove non esistevano gli smartphone. Negli ultimi anni alcuni giovani si stanno interessando alla storia di queste fotocamere e sta diventando di moda avere una macchina vintage, ma sono comunque ancora pochi.


Qual è il pezzo più pregiato della tua collezione e dove lo hai trovato?


La mia preferita era (l'ho venduta circa 10 anni fa) la Fed TSVVS, molto rara, ne sono state prodotte solo 1000. L'ho trovata per caso tramite un annuncio su Internet, si trovava nella città di Kharkov (Charkiv). Ho chiamato il venditore e ho preso un appuntamento, sono saltato subito in macchina senza neanche cambiarmi, con i vestiti che uso per stare in casa, e ho fatto 265 km andata e 265 ritorno solo per andarla a prendere.





Una delle storie che mi piace di più riguardo alle macchine fotografiche sovietiche è che la loro produzione e anche la loro popolarità aumentarono esponenzialmente nel dopoguerra, anche grazie all’utilizzo dei macchinari Zeiss, che furono portati dall'esercito russo come bottino di guerra in Ucraina, a Kiev (e Krasnogorsk in Russia), dopo la sconfitta dei tedeschi invasori. Ora però la storia si è ribaltata e gli invasori sono i russi. Com'è la vita a Dnipro in questi giorni? 


Adesso la gente si sta abituando alla guerra, ma è molto difficile e terribile, ci sono allarmi che suonano ogni giorno e notte, anche oggi la nostra città era sotto i bombardamenti e si sono sentite diverse esplosioni. È davvero spaventoso.


Dov’eri e cosa stavi facendo quando la guerra è iniziata?


La guerra è iniziata la mattina presto, era ancora buio, i dannati russi hanno cominciato a bombardarci all’improvviso, ci siamo svegliati tutti con delle terribili esplosioni, senza sapere dove scappare e cosa fare.


Qual è stato il momento peggiore di questi due anni?


Il momento peggiore è ogni giorno in cui il nemico bombarda edifici e quartieri residenziali, perché non passa giorno senza che ci sia un’esplosione. Uno dei momenti più terribili però è stato quando a un chilometro da casa mia, un razzo russo si è schiantato contro un palazzo di molti piani e ha ucciso un gran numero di persone e bambini innocenti. Tutto questo è accaduto nel week end, quando la gente è tutta a casa. È stato terribile e lo è ancora ogni volta che ci passo e lo guardo.


Ho avuto qualche titubanza nell'acquistare qualcosa di cui potevo fare a meno dall'Ucraina, pensando che potesse creare qualche problema a te e impegnare il vostro sistema postale che forse ha cose più importanti da fare. Credi sia utile comunicare che l'economia dell'Ucraina, soprattutto per quanto riguarda le piccole attività come la tua che vendono all'estero, ha bisogno di continuare a vivere?


Hai fatto la cosa giusta acquistando l'oggetto, sostenendo così noi e la nostra economia. Ti chiedo anzi di fare pubblicità al mio negozio ebay in modo da cercare di aumentare le vendite in questo periodo difficile, ci aiuteresti moltissimo.


Quali sono i tuoi pensieri in questo momento se immagini il futuro?


Penso più che altro al futuro dei miei figli, alla mia famiglia e a coloro che stanno proteggendo tutte le nostre famiglie. La vittoria sarà nostra, perché il bene trionfa sempre sul male. Slava Ukraine 💛💙


Il negozio di Andreji (che non è il suo vero nome, mi ha chiesto di non usarlo) è Ukraine Shop Studio e lo trovate su ebay a questo link.



(*) Non voglio fare alcun tipo di pubblicità alla BeLomo, che oggi è una holding controllata dallo stato bielorusso che ha portato avanti il marchio storico, il cui direttore tecnico è sulla lista nera del governo statunitense per aver operato attivamente in un rete di elusione delle sanzioni alla Russia. Oltre ad essere sotto sanzioni l’azienda stessa (quasi certamente sta rifornendo l’esercito russo, visto il settore in cui opera) a causa del regime di Lukashenko e della sua partecipazione attiva nella guerra al fianco di Putin.










2 febbraio 2024

2024: l'anno della rinascita del cinema

 In un momento storico in cui le nostre TV e i nostri device sono invasi dall’intrattenimento, in una lotta spasmodica a chi offre di più (dal punto di vista quantitativo più che qualitativo) il cinema torna ad essere arte e ad attirare appassionati nelle sale. 


Il merito diretto e indiretto di questa rinascita, va detto subito, è soprattutto dei piccoli cinema che con fatica in questi anni hanno puntato sulla qualità, cercando con tutte le forze di non cedere alla tentazione di accontentare il grande pubblico e di mantenere intatta una proposta coerente e costante. Passato il periodo più duro mai vissuto, chi è sopravvissuto ha iniziato a raccogliere i frutti di tanta tenacia nel 2023, dimostrando inoltre che un altro modo di vivere il cinema è possibile e anzi è necessario per farlo sopravvivere.

A riportare la qualità al cinema e a riportare le persone a cercarla sul grande schermo sono state per assurdo però anche le piattaforme di streaming che negli ultimi anni hanno cambiato radicalmente la loro strategia. 

Come in tutte le start-up, quando la luna di miele con gli investitori finisce, questi ultimi chiedono risultati e i risultati che chiedono i grandi investitori si raggiungono solo andando a cercare il grande pubblico. Il grande pubblico in poco tempo si trova inevitabilmente abbassando la qualità delle produzioni, riducendo i budget per le grandi serie e andando a rubare fette di mercato ai concorrenti, in questo caso la TV generalista, diversificando il più possibile e creando sempre più contenuti “leggeri” e di facile fruizione che possano accontentare il maggior numero di spettatori possibile.

Il cinema inizialmente ha cercato di cavalcare l’ascesa delle piattaforme, sperando di trovare un nuovo modo di arrivare agli spettatori, salvo poi accorgersi che continuando in quella direzione sarebbe stato fagocitato. 

Così negli ultimi anni si è assistito a una sempre più marcata differenziazione dei prodotti cinematografici da quelli destinati alle piattaforme, i primi sempre più lunghi, impegnativi, alla ricerca di uno sguardo originale da un lato e celebrativo dall’altro, i secondi sempre più omologati, standardizzati in una produzione in serie quasi da processo industriale. 

Al minutaggio fuori misura e alla celebrazione del “cinema”, poi è seguita la ricerca di una sorta di qualità artigianale, di una cura maniacale di tutti gli aspetti, a partire soprattutto da fotografia e musiche.

Contestualmente il pubblico si è accorto che avere un catalogo infinito a disposizione per sempre crea più confusione che altro e probabilmente ha trovato “conforto” nella programmazione dei cinema. Una scelta limitata sia nella quantità di titoli a disposizione che nel tempo in cui questi titoli rimangono a disposizione, con la garanzia che alcuni cinema offrono nella selezione dei film. Alle ore perse per scegliere una serie che nella maggior parte dei casi si rivela una perdita di tempo che richiede spesso anche due o tre puntate prima di abbandonare, inizia a preferire addirittura uscire di casa per andare a vedere quel film che ha scelto fra pochi altri e che sa non rimarrà lì ad aspettarlo per molto tempo. Un evento da condividere con altre persone sia fisicamente che nei commenti social, che riporta a un’esperienza di comunità, rispetto al guardare una serie o un film che nessuno magari in quei giorni sta guardando e ritrovarsi con un’esperienza spesso vuota, sia nei contenuti offerti, sia dal punto di vista della socialità.

Il cinema si è adattato a questa richiesta e ha fornito storie sempre più interessanti, accurate, fatte di piccoli dettagli sorprendenti, di temi profondi ma non elitari. Film che chiedono un discreto impegno e un’attenzione alta ma non impossibili da affrontare. Una sorta di nuovo cinema d’autore che ha trovato la chiave per arrivare a più persone senza compromettersi.

A gennaio 2024 arriva la consacrazione definitiva di questo modo di fare cinema o meglio la rinascita di un cinema mai morto, ma spesso dimenticato dalle case di produzione e dal pubblico, impigrito dalla retorica hollywoodiana che per anni ha spinto un certo tipo di cinema fatto di grandi budget e grandi star. In questa chiave è arrivata una programmazione forse mai vista prima di film che hanno riscosso un successo inaspettato, sfidando grandissime produzioni e film per famiglie. 


Personalmente mi sono accorto di questa tendenza quando a inizio gennaio, andando a vedere l’ultimo film di Miyazaki, Il Ragazzo e L'Airone, mi sono reso conto che tutti nella mia bolla social parlavano del nuovo film di Miyazaki, ma proprio tutti. Poi è arrivato Wim Wenders con Perfect Days e si è ripetuta la stessa dinamica, ma questa volta la bolla social ha sconfinato nel mondo reale e se ne parlava anche in ambienti che frequento, fra colleghi e amici (cosa mai vista per film di questo genere).

Credo che proprio il film di Wim Wenders sia il manifesto di questa rinascita, un film che ha portato il tutto esaurito nelle sale con silenzi ostentati, piccoli gesti e una delicata lentezza, fino ad arrivare a dominare il botteghino (!!) in Italia, scalzando proprio Miyazaki che lo era fino a un paio di settimane prima con il suo film più complesso e metafisico, incassando nel mondo più di 13 milioni di dollari.

Nel 2023 a lanciare la volata è stato forse Anatomia Di Una Caduta di Justin Triet (Palma D’Oro a Cannes), poi sempre a gennaio è arrivato Come Foglie al Vento di Kaurismäki, Povere Creature di Lanthimos, a metà febbraio arriverà Past Lives di Celine Song, che certamente proseguirà una serie positiva che credo abbia pochi precedenti.



Le persone che anni fa si sono spostate per prime sulle piattaforme streaming (Netflix in particolare) alla ricerca di una qualità che la TV non forniva più e il cinema relegava ai margini, oggi stanno tornando, o sono già tornate al cinema per lo stesso motivo. 

C’è infine un aspetto prettamente tecnico dietro a questo ribaltamento di fronte, ovvero la debolezza dell’algoritmo delle piattaforme streaming contrapposta all’efficacia delle sponsorizzazioni social/internet delle case di produzione in compartecipazione con le care e vecchie sponsorizzazioni analogiche su manifesti e giornali (queste ultime tornate di moda anche nel mondo della musica). 

Mentre l’algoritmo non fa altro che proporre esclusivamente contenuti simili a quello che abbiamo già visto, generando una serie di proposte fotocopia a volte anche piuttosto grottesche, le sponsorizzazioni di determinate case cinematografiche o distribuzione riescono a targettizzare gli appassionati usando come filo conduttore la qualità delle loro produzioni racchiuse in un certo tipo di cinema che però non rimane settorializzato in un unico genere o in un unico standard di produzione. Associata poi alle immagini delle locandine viste nel mondo reale, si crea un'affiliazione e una memoria visiva che riesce a far nascere la voglia di partecipare a questo rito della sala cinematografica.

Ricollegandomi al mondo musicale citato poco sopra poi, c'è da dire che le analogie sono molte con le dinamiche di questi ultimi anni e probabilmente è in atto una maintremizzazione del cinema “indie” come quella che ha attraversato la musica negli scorsi anni, guardacaso anche qui durante il picco di espansione delle piattaforme streaming. 

Un merito vero in questa rinascita però c'è l'hanno anche le piattaforme, ovvero quello di aver abituato il pubblico a stili e culture cinematografiche differenti, a produzioni provenienti da ogni parte del mondo, scardinando la centralità e il monopolio di Hollywood, che negli anni precedenti aveva allontanato le persone dal grande schermo. 



12 ottobre 2023

Sam Burton - Dear Departed




Nel folk americano c’è un fermento che sta riportando il genere ai fasti di un tempo. Questa resurrezione iniziata in piena epoca Trump può essere vista come una rivendicazione del patrimonio culturale americano da parte della contro-cultura musicale. Una “punk wave” antitetica, gentile e misurata, a far da contrappeso alle cafonate trumpiane. Uno dei primi frutti di questo rinascimento è stato l’esordio ufficiale di Sam Burton nel 2020, un piccolo inaspettato capolavoro che si è fatto strada lentamente. A questo è seguito l’esordio altrettanto luminoso di Marina Allen, fino ad arrivare all’affermazione definitiva di Weyes Blood nel 2022 (ma anche Taylor Swift è salita sul carro nel 2020 con Folklore).

Non era semplice per Burton ripetersi, perché il songwriter di Salt Lake City (trasferitosi in California) si muove con passo felpato fra passato e presente, senza mai dare riferimenti precisi. Dear Departed riesce invece a superare il precedente, utilizzando arrangiamenti più curati, una sezione ritmica più incisiva e un uso praticamente perfetto delle orchestrazioni, grazie alla produzione discreta di Jonathan Wilson. I Don’t Blame You è il suo manifesto, elegante e ammantata di tristezza mista a speranza e con Long Way Around forma forse il punto più alto della sua produzione. Canzoni che nel momento stesso in cui le ascolti sembrano già classici eterni. Così come Looking Back Again in cui si possono sentire Tim Buckley o Leonard Cohen, ma sono molti gli artisti che può ricordare, quasi come fosse capace di farti sentire sempre a casa, andando a pescare dal tuo background musicale. Un disco che parla di perdita e di rinascita a seguito di un periodo difficile per l’artista, con testi struggenti e malinconici, un disco che è qui per restare nel tempo, così come il suo autore.







10 agosto 2023

Meloni in carrozza e gli altri a piedi

 


Mentre la Meloni inaugurava in pompa magna, con tanto di servizi altisonanti al telegiornale, manco fosse l'inaugurazione del Concorde, un nuovo treno che fa Roma-Pompei una volta al mese, in Campania c'è una linea ferroviaria chiamata Valle Caudina che è ferma da 2 anni a causa di una frana, una linea vecchia e malgestita che però serve un bacino d'utenza (soprattutto pendolari) di circa 120 mila persone fra le province di Benevento, Caserta e Napoli. Nel frattempo da Benevento a Napoli è stato attivato un servizio di bus sostitutivi, se però provate a chiedere alla biglietteria della stazione di Benevento dopo due anni non sapranno dirvi né orari né la compagnia che li gestisce. 

Poco male dai, c'è la linea Napoli-Bari che passa da Benevento, ma i tempi di percorrenza variano dall'ora e mezza alle due ore e un quarto. Sempre se va tutto bene, perché spesso i treni vengono fermati per far passare l'alta velocità, che poi alta velocità non è in quel tratto, e allora su un'ora e mezza potreste accumulare anche 50 minuti di ritardo. 

In tutto questo grazie a Ryanair siamo potuti arrivare da Milano a Napoli in un'ora e mezza (lo stesso tempo che ci si mette per fare i 60 km che dividono Napoli e Benevento in treno) con circa 200€ di spesa in due, avremmo scelto il treno ma di euro ne avremmo dovuti spendere più di 300. Però sempre il governo Meloni ritiene che Ryanair abusi della sua posizione dominante e serva calmierare forzatamente i prezzi che applica. Non parliamo neanche di Ita, la vecchia Alitalia, chi di voi ha preso mai un loro volo che non fosse intercontinentale, pagando di tasca propria? Poi se volete proviamo anche ad andare da nord a sud in treno sotto Natale quando a quanto pare non c'è nessun abuso a fare pagare a studenti e lavoratori che vogliono tornare a casa per le feste anche 400€ per un biglietto ferroviario, tutto bene in quel caso, vero Ministro Urso?

In tutto questo la Sicilia e la Sardegna si incazzano, o meglio i politici che le rappresentano (bei rappresentanti che vi siete scelti), sempre con RyanAir per i prezzi applicati d'estate, dimenticando che quando non c'era il cattivo O'Leary per arrivare in Sicilia si era costretti ai viaggi della speranza di 12/14/24 ore in treno, in macchina o traghetto, o a vendere un rene per un volo, una regione praticamente irraggiungibile e infatti aveva neanche un decimo del turismo di oggi. La Sardegna era in condizioni migliori per una migliore posizione geografica ma anche in quel caso le possibilità di spostamento sono aumentate esponenzialmente da quando c'è Ryanair e in generale le low cost.

Ma noi italiani nati per il gusto di trovare il cattivo di turno, che per carità non siamo mai noi, è sempre l'Europa, la Merkel, Macron, le low cost, noi siamo sempre il paese più bello del mondo con la costituzione più bella del mondo, invece di sistemare le cose che permettono a Ryanair di alzare i prezzi perché anche alzandoli rimane comunque il modo più conveniente e comodo per spostarsi, noi ce la prendiamo con Ryanair, perché per carità non sia mai che riusciamo a spostarci velocemente e a buon prezzo su mezzi del 21esimo secolo, lasciateci nel nostro clientelismo, nella nostra mediocrità, nel nostro isolamento, nel nostro abbruttimento.


26 settembre 2022

Letta e la politica Propaganda Live

 


C'è un momento preciso in cui è iniziata la disfatta del PD in queste elezioni ed è stata la prima volta in cui a Propaganda Live si è vista la gag del vaso degli esteri. 

So che sembra assurdo detto così, ma fino a quel momento Letta era solamente uno stimato direttore di una scuola di scienze politiche francese, un ex politico ormai fuori dai giochi (e lui stesso lo ha ribadito diverse volte) che nessuno avrebbe mai immaginato di nuovo alla guida del PD.




Grazie a quella gag però, e alle successive ospitate, il pubblico e gli elettori di sinistra riscoprono una brava persona e un buon osservatore politico, una figura rassicurante che in un momento di grande incertezza (durante il secondo infinito inverno di pandemia) colpisce per la sua pacatezza e sincerità. 

Nel frattempo inizia a montare lentamente la crisi del PD di Zingaretti, probabilmente la guida più debole e confusa della sua storia, in totale sudditanza e appiattimento sul M5S (come dimenticare le celebri frasi "Avanti con Conte" e "Conte punto di riferimento dei progressisti").

Così un partito in totale annaspo, ostaggio delle proprie correnti e in totale assenza di una linea da seguire, invece di avviare un'opera di ricostruzione, invece di indire primarie vere e aperte a tutti (unico modo a mio avviso di alimentare nuova linfa), si affida al volto familiare, che possa garantire alla sua classe dirigente un futuro di sopravvivenza senza troppi scossoni, in vista del prossimo appuntamento elettorale.

Essere una brava persona però non vuol dire essere un bravo leader, a maggior ragione quando il presunto leader in questione aveva già dimostrato di non essere la persona più adatta a ricoprire quel ruolo. 

Fin da subito la volontà di Letta è quella di riportare il PD a sinistra, ma lo fa in modo piuttosto maldestro e populista, con la volontà di piantare bandierine e far vedere che il PD "c'è" ma poca capacità (o volontà?) di scegliere il momento e il modo adatto. Lo ius soli/scholae sbandierato a fine legislatura e in piena guerra, il DDL Zan fatto naufragare in modo grottesco dando la colpa a Renzi quando era chiaro che il solo Renzi non bastava ad affossarlo ed era forse il caso di guardare internamente e fare un po' di pulizia, e tante altre piccole operazioni "simpatia", fatte più che altro per sfatare il mito del PD partito della ZTL, che per volontà politica.

Gli errori poi si moltiplicano dopo la caduta di Draghi, innanzi tutto con la pessima gestione delle alleanze, ma anche con la pessima gestione delle candidature, e qui ritorna l'intreccio con Propaganda Live. 

Le candidature più in vista di Letta sono più che altro figurine buone per twitter e per le trasmissioni di La7, tant'è che mettendo in fila alcuni nomi sembra di ripercorrere le ospitate o le carrellate di tweet di Diego Bianchi & Co: Cottarelli, Ilaria Cucchi, Civati, Soumahoro, e poi Lopalco e altri. Molte sono persone che stimo (sono molto contento che sia stata eletta la Cucchi), di grande caratura morale, ma molti di loro che radicamento hanno sul territorio a livello politico? Da un lato sembra la solita sinistra autoreferenziale che guarda dentro la sua bolla, ma dall'altro può essere anche una linea politica coerente: candido gente con cui la sinistra si identifica. Poi però ci si ritrova nell'uninominale gente come Casini, Spadafora, Di Maio, Azzolina. Che senso ha? Soprattutto quando si lascia a casa persone come Giuditta Pini, a mio parere una delle migliori di sempre in casa PD e con un fortissimo radicamento sul territorio?

In un elettore più o meno attento come credo di essere io già crea confusione, mi immagino lo scoramento fra i meno appassionati che si ritrovano sulla scheda sopra al simbolo del PD Lucia Azzolina, miss banchi a rotelle.

Questo è stato il primo grande errore, il secondo invece, forse ancora più grande, è un errore di presunzione e ingenuità allo stesso tempo, che arriva prima della campagna elettorale e risponde al nome di Di Maio.

La presunzione di Letta è stata quella di pensare di poter battere il M5S con un accordo "di palazzo" invece che alle urne. Nessun complotto sia chiaro, semplicemente è ormai sotto gli occhi di tutti che il tentativo di Di Maio di spaccare il Movimento nasce in contemporanea con un accordo con il PD e la garanzia di un posto in Parlamento per lui e tutti gli esponenti di spicco che con lui hanno lasciato. Basta guardare le candidature all'uninominale citate sopra. L'ingenuità invece è stata quella di sperare di aprire una breccia nella propaganda interna del M5S, che fin dalle prime avvisaglie di rottura ha fatto partire le cannonate contro Di Maio, dipinto come traditore, venduto, poltronaro e chi più ne ha più ne metta. 

L'operazione Di Maio è stata un gigantesco boomerang che ha fruttato la bellezza di uno zero virgola alle urne, non ha fatto altro che ricompattare il movimento e i suoi elettori, ha tolto ogni elemento di instabilità e lanciato definitivamente Conte come leader assoluto. Oltre ad aver fatto perdere un po' la faccia al PD.


Letta ora lascia un PD che ha fatto pochissimi passi avanti, con un risultato deludente e un'aria di tempesta interna che è più o meno la stessa che si respirava mentre Zingaretti dava le dimissioni. Un anno in cui poteva avviarsi un vero processo di rifondazione, con un risultato elettorale che probabilmente non sarebbe cambiato molto, ma con prospettive diametralmente opposte a questo senso di resa incondizionata alla destra che si respira oggi.