10 dicembre 2012

Una scelta degli italiani




Parlando con varie persone, sentendo i discorsi che si fanno per le strade, o nei negozi, c'è sempre la tendenza a dividere in due categorie distinte l'Italia, e non parlo di geografia.

La divisione di cui parlo è molto sottile, ma al tempo stesso fondamentale per la coscienza e il pensiero degli Italiani: da una parte c'è il popolo italiano e dall'altra ci sono "i politici".

I politici vengono messi sempre in una sezione a parte nei discorsi, si parla di loro come se fossero una cosa distaccata, come se non facessero neanche parte di questo paese. "I politici" per molti italiani sono uno stato a parte, sono un'entità astratta, qualcosa di lontano e di pericoloso. Già solo la parola "politici" crea una spersonalizzazione profonda e pericolosa delle persone, dei cittadini, che sono inclusi in quella categoria.

In realtà i "politici", non sono nient'altro che parte del popolo, eletta dal popolo, alle quali vengono delegate decisioni riguardanti il popolo.

Molti di voi, anche io, soprattutto chi vive in piccoli paesi avranno amici impegnati in politica, con cariche nel consiglio comunale. Per cui basta guardarsi un po' intorno, per rendersi conto che "i politici" non sono una categoria lontana e astratta, ma sono molto più veri e vicini a noi di quanto si pensi, a volte sono anche nello specchio.

Questa spersonalizzazione, questa tendenza a relegarli nel loro angolo sporco, permette al popolo di sentirsi pulito, di sentirsi estraneo, di lavarsi la coscienza.

Purtroppo però i politici sono la diretta conseguenza delle nostre scelte, delle scelte di tutti. E non parlo solo delle scelte elettorali, ma delle scelte che facciamo tutti i giorni, anche la più piccola.

Ma non voglio fare la paternale sul senso civico, o sulle responsabilità dei cittadini, anche se è un argomento che ho sempre piacere di affrontare.

Quello che vorrei fare è riflettere  sulla  situazione in cui siamo piombati da un paio di giorni.

Siamo rimasti tutti storditi dal rientro in scivolata di Berlusconi, e neanche il tempo di rialzarci da terra, che subito è arrivato un altro calcione sugli stinchi, sotto forma di crisi di governo.

Non hanno neanche fatto in tempo a spruzzarci il ghiaccio spray, che subito siamo stati abbattuti un'altra volta dalla borsa e dallo spread.

In cinque giorni, siamo tornati indietro di un anno, in una settimana è stato cancellato un anno di governo tecnico, un anno di regole, di rigore, di cambiamento (perlomeno un tentativo).

Ma questo ribaltamento non è solo frutto del delirio di onnipotenza di una persona, arriva da un po' più lontano. Purtroppo, per quanto mi dia fastidio dare ragione a quell'uomo, quando dice che gli è stato chiesto a gran voce di tornare, indirettamente ha ragione...

Gli è stato chiesto il 2 dicembre.

E gliel'hanno chiesto circa un milione e settecentomila italiani.

Con le primarie del centrosinistra gli Italiani non hanno solo scelto un candidato premier. Hanno deciso che la vecchia politica non è poi così male. Che nonostante i danni, i disastri fatti in questi anni, tutto sommato non ci possiamo lamentare. Gli italiani hanno deciso che il cambiamento tanto sbandierato non lo vuole nessuno, che stiamo bene con quello che abbiamo e  non c'è bisogno di andare avanti, meglio stare fermi dove siamo, meglio non rischiare. Anzi forse è meglio tornare anche indietro. Gli italiani hanno deciso che il "vecchio" è ancora buono, è ancora valido, che è meglio tenersi le solite facce tanto contestate e chiaccherate.

E allora se gli italiani vogliono le solite facce, chi è la faccia più "solita", la più conosciuta, la più chiaccherata della vecchia politica? 




Ma torniamo indietro ancora a qualche settimana fa... è stata tutta un'improvvisata quella di Berlusconi?

Quanto ha influito lo sbando, la totale deriva del Pdl nel periodo di campagna elettorale della sinistra, sulla scelta ultra-conservativa di Bersani?

Quanto hanno influito i continui e subdoli attestati di stima a doppio taglio dal PDL nei confronti di Renzi?

Le primarie più volte sono state definite una "scelta per il prossimo premier", perché con il Pdl in pezzi non esisteva un altro schieramento in grado di intimorire il consenso del PD.

Anche per questo motivo il voto si è indirizzato verso un leader  più adatto all'illusorio tempo di pace che ci avrebbe aspettato dopo la messa in sicurezza di Monti. E' stato scelto quello che nell'immaginario collettivo è un pacato "amministratore", piuttosto che un giovane generale dal cervello affilato. Ma appena il leader si è insediato, le legioni nemiche fino a quel momento nascoste nella boscaglia (e pronte comunque ad eleggere un nuovo rampante generale, fosse servito), hanno attaccato.

E' sempre la solita e collaudata strategia della tanatosi.

Ma se avesse vinto Renzi  (un uomo solo contro il proprio partito e contro tutta la classe dirigente, senza alcun sostegno istituzionale) sarebbe stata assordante la richiesta di cambiamento degli italiani. Tutti i partiti a quel punto sarebbero stati costretti a correre ai ripari, compreso il PDL, che quando si tratta di seguire le mode non è secondo a nessuno. Sarebbe stata una corsa a presentare la faccia più fresca, più nuova, più immacolata per assecondare la richiesta. Piuttosto avrebbero cambiato la Costituzione per poter presentare candidati di 16 anni, e Berlusconi non avrebbe aspettato altro...

Ma, ahimè, così non è stato e le conseguenze sono quelle che stiamo vivendo in questa giornata.

In ogni caso, nessuno nei fortini dei vecchi partiti aveva intenzione di togliersi di mezzo.

Durante la campagna elettorale, sì è assistito a un clamoroso processo di morphing. Tutto a un tratto Renzi era l'uomo politico navigato, quello con gli scheletri nell'armadio, quello da radiografare in tutte le sue "innumerevoli" esperienze passate, il politico scafato, di lungo corso. Questo processo ha prodotto una serie infinita di accuse che per fortuna qualcuno si è preoccupato di raccogliere, a cui ne aggiungo un paio: la Corte dei Conti che con un tempismo perfetto, fra il primo e il secondo turno delle primarie boccia il Comune di Firenze, e il M5s che nonostante si definisca il baluardo del rinnovamento, con un tempismo degno del miglior Sallusti, inizia a pubblicare video di denuncia delle "Folli spese di Renzi", sempre prima del ballottaggio.

Bersani invece si trasforma nell'immacolato chierichetto di provincia, planato al parlamento direttamente da Bettola, con il parroco, la pompa di benzina, e i genitori a fare da sfondo. Ci sarebbe anche da parlare dell'assist clamoroso  di Vespa, che lo fa piangere "in diretta" mostrandogli il filmato dei suoi genitori, ma questa è un'altra storia.

Nessuno durante il periodo di campagna elettorale è andato ad analizzare quello che ha fatto Bersani dal MILLENOVECENTOTTANTA a oggi.  Fra le altre cose è stato (cito wikipedia) Ministro dell'Industria, Commercio e Artigianato nei governi Prodi I e D'Alema I, Ministro dei Trasporti e della Navigazione nei governi D'Alema II e Amato II, Ministro dello Sviluppo Economico nel governo Prodi II.

Quindi qualche responsabilità sul disfacimento economico attuale forse ce l'avrà anche lui... no?

Ma alla fine, come dicevo prima,  quello che conta sono le scelte degli italiani. Ogni scelta, dalla più piccola alla più grande. E mai come questa volta la scelta era importante.

Gli italiani avevano in mano forse la più grossa possibilità di voltare pagina, dal '94 a oggi.

Il 61%, SESSANTUNO PERCENTO degli italiani, ha spazzato via con una crocetta ogni tentativo di rinnovamento e ogni possibilità di voltare pagina. Non è stato un risultato equilibrato, è stato netto, schiacciante. E anche per questo la conseguenza di quel risultato è stata altrettanto netta e schiacciante, non è un caso, ce lo abbiamo sotto gli occhi.

Che lo vogliate o no, il risultato di quella scelta è la causa diretta di quello che sta accadendo oggi.

Come se non bastasse, non è così scontata la vittoria di Bersani alle prossime elezioni. La mancanza di memoria a breve termine (ma anche a lungo) degli italiani, la morsa sui portafogli e la stretta sulle tasse, la  famiglie stremate, costrette a fare i conti con sempre meno soldi, sono una preda fin troppo facile per Silvio.

Forte dell'abolizione dell'ICI, e della reimmessa IMU pronta per essere abolita anche lei, troverà molte pance scoperte a cui rivolgersi, alle quali risparmiare anche 1000 euro  all'anno farebbe la differenza fra l'essere piene o vuote. Dite che non è possibile che  ci caschiamo un'altra volta? L'abbiamo detto anche nel 2008.

Se non si presentano terzi incomodi (il m5s dubito che riesca a impensierire i partiti e le loro alleanze alle politiche), i prossimi mesi rischiano di essere molto bui...

6 dicembre 2012

The Jim Jones Revue. Rock n’ Fuckin’ Roll in Milan.


Settimane fa...

Mio fratello: "Oh, a dicembre ci sono i Jim Jones Revue al Magnolia, si va!"

Io: "Eh chi cazzo sono?".

Mio fratello: "Ma come non li conosci? sono questi qua!".

Io: "Non li avevo mai sentiti".

Poi il nulla fino a ieri quando becco per caso l'evento su Facebook:

Io: "Oh ma 'sti Jim Jones stasera? Si va?".

Mio fratello: "Ah sono stasera? Si va!".

Questo giusto per farvi capire lo spirito con cui si è andati a questo concerto. Un mercoledì sera, nessun impegno, un probabile bel concerto a un prezzo onesto, perché stare a a casa?

Mai scelta fu più azzeccata.
I Jim Jones Revue sono una band incredibile.




Dal punto di vista musicale, non sono il massimo dell'originalità, ma credo non gliene freghi un cazzo dell'originalità. A loro interessa fare del rock n' roll, sudato, sporco, cattivo, bastardo, inglese, stiloso, ruvido... semplicemente del fottuto rock n' roll.

E lo fanno bene. Lo fanno così bene, che ormai le band con "quella roba lì" si contano sulle dita di una mano, e loro sono il dito medio (l'indice sono i The Kills).

Loro "quella roba lì" ce l'hanno nel sangue , non hanno bisogno di recitare, le movenze, lo stile, il modo di vestire, fanno parte di una storia di cui loro sono parte integrante, sono fra gli ultimi rappresentanti di un'attitudine che ormai è più rara dei bidet in inghilterra.

A tutti i gruppi che pensano che basti mettere un chiodo, pantaloni stretti e scarpe a punta per essere rock n' roll, consiglio di andare a vedere un loro concerto, e appendere il chiodo al chiodo.

Il concerto è stato un crescendo continuo, pezzi uno dietro l'altro senza respiro, e più i pezzi incalzavano più il pubblico si scaldava, più il pubblico si scaldava e più la band cercava il contatto e  la partecipazione, più c'era partecipazione più pestavano sugli strumenti, più si davano più si sbattevano.

Sul palco era un continuo muoversi, un continuo scambiarsi il fronte del palco, fra Rupert Orton, chitarrista con uno stile inarrivabile, e Jim Jones cantante con una voce raccolta da una discarica (in senso buono si intende) e capace di urlarti in faccia per tutto il concerto senza mai un attimo di tregua. Una batterista che dopo un primo periodo di riscaldamento (trovarne di batteristi che si riscaldano così), inizia a pestare sulle pelli sempre più forte fino a diventare un vero e proprio treno. Un basso distorto fino a diventare un tritacarne, e un pianista/tastierista che credo cambi i tasti delle tastiere con la stessa frequenza con cui un batterista cambia le bacchette. Tastiere che se non abbiamo visto male sembravano amplificate da due testate Orange! (se qualcuno avesse info più precise, lo prego di correggermi, o precisare).

Grande maestria, grande professionalità, nonostante all'apparenza sembrino degli scappati di casa che riescono a mettere insieme due accordi per miracolo, con Jim che sembra un ubriaco al pub, in realtà è tutta gente che ne sa tanto, e sa soprattutto come si sta su un palco, materia che ormai in pochi conoscono.

In fondo quello che fanno è un garage rock che affonda le radici negli anni 50, con una forte componente blues, pezzi che possono rimandare, per capirci, al mondo di Johnny B good e Great Balls of Fire, passate dentro a un overdrive grosso come la turbina di un aereo.

Ma lo fanno come pochi al mondo e come se non ci fosse domani, ed è questo quello che conta.

Magari non sarà il gruppo che vi cambierà la vita, musicalmente parlando. Magari il genere non vi piacerà neanche, magari su disco possono anche non dirvi nulla di particolare, ma dal vivo sono una di quelle band che VA VISTA. E se non riusciranno a smuovervi durante il loro concerto, probabilmente siete come Bernie.

Quindi grazie al Magnolia, grazie Hard-staff, grazie al fratello e grazie al rock n' roll per questo mercoledì da leoni.

3 dicembre 2012

The Black Keys+Maccabees @ Palaolimpico, Torino: quando l’orario è un’opinione.


Sabato 1 dicembre a Torino, si è svolto il concerto dei Black Keys con super special guest i Maccabees.

Mesi fa, all'annuncio che i Maccabees avrebbero accompagnato il duo in questo tour mi precipito sulla pagina di Ticketone ad acquistare i biglietti.

Non credo avrei affrontato la trasferta da Milano a Torino solo per i Black Keys, che sono un grande gruppo, sono famosi, sono bravi,  ma non sono  il mio gruppo preferito. Invece uno dei gruppi che mi piace di più al momento è proprio quello che a loro faceva supporto, per l'appunto i Maccabees.

Un gruppo che è già passato in Italia da headliner, candidato al Mercury Prize, osannato dalla critica mondiale, con un singolo e un album nella classifica dei top 100 europei. Non proprio gli ultimi arrivati.

i Maccabees delusi dal premio di consolazione al Mercury Prize


Peccato che non mi sia stato possibile assistere alla loro esibizione (se non per un paio di pezzi), per una comunicazione di orario errata.

Oltre a questo ci sono anche un altro paio di questioni che vorrei affrontare. Ma partiamo dalla prima:

ORARIO.

Fino a qualche anno fa, l'orario di inizio dei concerti era uno e quello rimaneva, inizio alle 21. Prima i gruppi di supporto e poi l'headliner, che spesso si faceva anche aspettare.

Tant'è che la frase classica che si diceva era "Ma sì, andiamo con calma per le 21 tanto prima ci sono i gruppi di supporto".

Ora sui biglietti c'è sempre e comunque scritto inizio ore 21.00, ma non si sa mai quando incomincia veramente il concerto. Lo si sa il giorno prima se il promoter vuole specificarlo sulla sua pagina facebook altrimenti si va a braccio.

Un paio di giorni prima del concerto mi arriva una mail da Ticketone che dice:

Cliccare per ingrandire l'immagine


"Inizio spettacolo ore 21.00"

Vista la specifica dell'apertura cancelli e dell'orario, la vicinanza al giorno del concerto e nessun avviso del tipo "l'orario d'inizio potrà subire variazioni" o "l'orario è indicativo", io lo considero un orario "ufficiale".

Sabato parto per tempo in modo da arrivare con un anticipo adeguato per poter fare la coda per ritirare i biglietti (altra questione che affronterò dopo). Un po' di problemi per trovare parcheggio, ma comunque sono in tempo, scendo dalla macchina alle 20.15, davanti al viale d'ingresso, passo davanti all'ingresso del Palaolimpico e sento i Maccabees che stanno già suonando.

Imprecazioni a raffica, mi precipito verso la biglietteria, per fortuna non c'è coda, ritiro i biglietti e il più velocemente possibile entro al Palaolimpico alle 20.30. Tempo di capire da che parte devo andare, avevo un biglietto per le tribune non numerate (anche questa è una questione che affronterò dopo), arrivo a un posto secondo me adeguato, sento tre pezzi e il concerto dei Maccabees è finito alle 20.55 circa. Altre imprecazioni.

Com'è possibile, a che ora hanno iniziato?

Il giorno successivo, vado sulla pagina facebook di Vivo per controllare se c'è qualche indicazione. Non avevo potuto farlo prima, perché sono stato in giro tutto il giorno sia venerdì che sabato e sulla app di facebook gli aggiornamenti delle fan page non si vedono.

Sulla pagina di Vivo il 30 novembre viene indicato inizio Maccabees ore 20.30, Black Keys ore 21.30.

Chi si occupa della vendita dei biglietti indica un orario e il promoter il giorno dopo un altro?

Chiedo informazioni sull'orario di inizio dei Maccabees perché evidentemente non hanno iniziato alle 20.30 e un ragazzo presente al concerto mi risponde che hanno iniziato alle 20.00.

Allora anche l'indicazione di Vivo Concerti è sbagliata, sebbene con uno scarto minore.

E' così difficile dare un'orario di inizio che sia giusto? Se vado a vedere uno spettacolo teatrale o uno di danza divisi in due parti, l'orario di inizio è uno e uno solo, è preciso (al massimo inizia con qualche minuto di ritardo) e corrisponde all'inizio della prima parte, perché per i concerti non è così?

A quel punto decido di richiedere un rimborso parziale anche solo per principio, e come "segnalazione". Perché ho perso una parte di concerto per un'indicazione sbagliata e soprattutto ho pagato 14 euro (per due biglietti, c'era anche un'altra persona con me) di diritti di prevendita e commissioni di servizio per un servizio che non è stato adeguato:

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Attendo risposta. Vi farò sapere.

Per alcuni di voi che vanno a un concerto all'anno, potrà sembrare ridicolo chiedere un rimborso per un gruppo di supporto, ma per altri come me che assistono a un gran numero di concerti durante l'anno (circa 3 o 4 al mese) e ci spendono discrete somme, la presenza di un gruppo di supporto può fare la differenza e può essere addirittura più importante della band headliner. Soprattutto pretendo che per quasi 40 euro a testa, quando invece il biglietto per il concerto ne costerebbe 32, le indicazioni per assistervi siano perfette sia da parte del promoter,  che da parte di chi si occupa della vendita dei biglietti.

Nel caso Ticketone non avesse informazioni certe sugli orari dei concerti dovrebbe limitarsi a rimandare alla pagina del promoter senza annunciare orari a caso.

BIGLIETTI.

Perché posso prendere il treno con un sms sul telefono, posso prendere un AEREO con una mail stampata, ma per un concerto sono costretto a fare la fila in cassa, o a spendere 10 euro per farmi spedire il biglietto fisico a casa?

Ribadisco, se spendo il 22% , VENTIDUE PERCENTO,  rispetto al costo base del biglietto per prevendita e costi di servizio, perché poi devo fare anche la coda, come se il biglietto lo acquistassi in loco?

Molti vogliono il ricordo del biglietto, anche se ormai i biglietti per i concerti sono tutti uguali, ma perché non dare la possibilità a chi vuole di poter entrare con un biglietto "virtuale"?

POSTI PARTERRE/TRIBUNE.

Che senso ha per un concerto del genere fare biglietti divisi fra parterre e tribune?

Sicuramente per questioni di sicurezza, credo, e va bene. Ma non capisco con che criterio sono divisi visto che sotto era mezzo vuoto e sopra non c'era un posto a sedere.

Forse perché chi ha il biglietto tribune non può andare nel parterre e invece chi ha il biglietto parterre può andare sulle tribune (non numerate), perché nel secondo caso non ci sono controlli?

Una persona che ha preso il biglietto per il parterre, ma si vuole riposare un po' o vuole vedere il concerto comodo perché c'è troppa ressa sotto al palco, può andare a sedersi sulle tribune, invece io che ho il biglietto tribuna (preso perché non c'era altro, io non guardo mai un concerto seduto, se non in teatro) non posso sedermi e non posso neanche scendere.

Inoltre poco prima dell'inizio del concerto la sicurezza ha fatto spostare tutti dalla balaustra della tribuna, dicendo che non si poteva stare. Io ho fatto presente che non c'era posto a sedere, ma mi è stato detto "di posto ce n'è, gira un po' il palazzetto e di posto ne trovi", ma davvero di posto non ce n'era.

Allora esasperato dalla situazione, (Cosa avrei dovuto fare, sentirlo da fuori?) appena si sono spente le luci mi sono intrufolato nel passaggio per il parterre.

CONSUMAZIONI

Ultima questione ormai risaputa, ma mai troppo contestata.

Non mi è permesso portare bevande (bottiglie, lattine, al massimo bottiglie di plastica senza tappo) all'interno per questioni di sicurezza e va bene e non mi è permesso neanche uscire dal luogo del concerto per prendere qualcosa.

Ma perché tutte le volte bisogna spennare gli spettatori facendo pagare un'acqua 2 euro, una birra da 33cl 4 euro e una bibita 3 euro?

Questo mio articolo non vuole essere una polemica fine a sé stessa, o il piagnisteo di un bambino (di 32 anni, con 15 anni di esperienza fra concerti fatti e visti) che non è riuscito a vedere il suo gruppo preferito.

Tutte le volte dopo i concerti, complice l'emozione, la bravura della band, il bel momento passato, i commenti entusiasti, le recensioni gloriose, si tende a dimenticare queste piccole cose.

Per questa volta invece saranno l'unica cosa che racconterò di questo concerto. Non me ne vogliano né i gruppi (che dubito fortemente leggano questa recensione) né Vivo Concerti, che è solo una delle tante parti coinvolte in questo tipo di problematiche, e domani potrebbe essere un altro promoter ad essere coinvolto. Questo articolo vuole essere solo uno stimolo a migliorare questi aspetti , alcuni con soluzioni più immediate e semplici, altri un po' più complicati, ma tutti importanti per la perfetta riuscita di un evento che è una delle esperienze più belle nella vita di una persona.



28 novembre 2012

“Hai detto Country?!” Ryan Bingham @ Salumeria della Musica


Ieri sera è passato a Milano il nuovo, per modo di dire, talento del country americano.



“Country”… non so a chi sia venuto in mente di incastrare questo ragazzo in una definizione così limitante.

Come giustamente diceva un articolo di Rolling Stone è una definizione che in America fa vendere anche i sassi, ma all’estero ha l’effetto contrario, relegando l’oggetto in questione alla curiosità dei pochi cultori del genere.

Perché sentire la parola country, ancor peggio di “folk”, fa venire subito in mente cappelloni, stivaloni, banjo e slide guitar, come dicevo nel precedente articolo sui Band of Horses/ Bon Iver. Soprattutto se il personaggio in questione arriva anche dal Texas.

Ieri sera di country puro se ne è sentito veramente poco.

Sì è sentito blues, forse qualcosa di garage, e un po’ di folk. Tant’è che nell’ultimo disco, “Tomorrowland” in alcuni pezzi si sentono sonorità più simili ad Afghan Whigs e Screaming Trees che a Sonny James o a Johnny Cash.

Ryan sale sul palco insieme alla sua band, e che band, senza troppe menate, arrivano tutti insieme, salutano e attaccano a suonare.

Tutta la serata sarà caratterizzata da un atteggiamento molto pacato, semplice e professionale. Poche parole, qualche grazie, qualche annuncio del pezzo successivo, e alcuni incitamenti al pubblico molto pacati nei modi ma efficaci nel risultato. Se dovessi scegliere una parola per descrivere questo concerto sceglierei “professionalità”.

Il cantautore è relativamente giovane (classe ’81) ma ha già molta esperienza alle spalle e si vede in ogni suo gesto, in ogni sua nota. Si vede nella scelta della band (nuova). 3 musicisti incredibili, con uno stile pulito e personale. Non i soliti turnisti, ma persone che provano ad arricchire i pezzi con la loro personalità.

Bassista (donna) dal tocco delicato ma sempre incisivo e carico di ritmo; batterista molto dritto, senza orpelli, gran botta quando serve e grande atmosfera quando invece i pezzi sono più tranquilli. Il vero valore aggiunto della band però era il chitarrista, sempre con l’effetto e il suono perfetto in ogni occasione, anche cose che per il genere (country?!) sono marziane, come l’octaver per esempio. Sempre pronto ad impreziosire ogni passaggio senza mai strafare.

L’esperienza e la professionalità si vede nell’andamento del concerto e nella scaletta. All’inizio un po’ di blues, con alcune dilatazioni, poi i pezzi un po’ più rock e diretti, poi una brevissima pausa per tornare da solo con la chitarra acustica e poi la parte finale con il vero apice di rock n’ roll attitude della serata.

Con questo andamento sono riusciti ad accompagnare il pubblico esattamente dove volevano e sono riusciti a  a far crescere il calore e la passione dopo ogni pezzo. Arrivano all’apice dell’entusiasmo poco prima del rietro di Ryan da solo con la chitarra acustica. A quel punto, il pubblico, non avendo più pezzi movimentati dove sfogarsi, ed emozionato per la fantastica esecuzione dei pezzi voce e chitarra è andato in delirio con applausi a scena aperta, urla e fischi prolungati anche per molto, che costringevano Ryan ad attendere più del previsto per iniziare il pezzo successivo.

Questo non è un caso, ma vuol dire avere il polso della situazione e la consapevolezza di quello che dai al tuo pubblico e di come questo può rispondere. Vuol dire essere capace di portarlo esattamente lì dove e quando vuoi.

Quell’entusiasmo strabordante è stato poi la benzina sul fuoco dell’ultima parte del concerto che si è chiuso con una versione scartavetrata di Bread and Water.

A mio avviso gli episodi più riusciti, come accade spesso per i solisti e i cantautori, sono quelli dove la voce sabbiosa di Bingham ha più spazio per esprimersi, ovvero quelli più rock o d’atmosfera. Non è un caso che il pubblico abbia apprezzato particolarmente i pezzi eseguiti da solo, fra cui una splendida The Weary Kind, e un’ancora più splendida Hallelujah.

Anche alcuni pezzi del nuovo disco sono stati veramente notevoli, come una commovente Flower Bomb, e una fantastica Never Far Behind con dei suoni veramente grandiosi, grazie al grande gusto del chitarrista.

L’unico gradino su cui è un po’ inciampato è il primo singolo estratto da Tomorrowland: “Guess who’s knocking”. Onestamente non ha reso come mi sarei aspettato, un pezzo quasi garage rock che però sul palco è rimasto molto sommesso, peccato. Ma è veramente l’unico neo in mezzo a un grandissimo concerto.

Un’ultima considerazione vorrei farla sul luogo che ha ospitato il concerto, un luogo di riferimento per la musica dal vivo a Milano che offre sempre concerti di qualità:

La Salumeria della Musica di Milano.

Forse però si chiama “salumeria” perché ogni volta che entri devi lasciarci una fetta di culo:

25 euro di biglietto (che sarà anche bravo, ma rispetto per esempio ai 32 di Black Keys+Maccabees mi sembra un po’ eccessivo) , 10 euro i cocktail, 6 le birre e 5 le bibite.

A mio avviso sarebbe più giusto cambiargli il nome in “Oreficeria della Musica”.

15 novembre 2012

Proteste da matusa contro i matusa: ci vuole Supergiovane.


Ieri c’è stata la prima (credo) grande protesta organizzata a livello europeo, con annesso sciopero europeo.


Oggi i commenti sui giornali e sui blog si sprecano, chi analizza e contesta l’azione delle forze dell’ordine chi analizza il lato sociale della protesta, chi accusa i cosiddetti “centri sociali” o “black bloc”, ecc.

Io però voglio analizzare un aspetto delle proteste che non viene quasi mai preso in considerazione:

Il giorno dopo questa grande mobilitazione, questa sommossa popolare, questa “rivoluzione” cos’è cambiato, cosa si è ottenuto?

NULLA.

I Greci cosa hanno ottenuto in questi anni di manifestazioni e guerriglia?

NULLA.

Gli spagnoli con il movimento degli Indignados cosa hanno ottenuto dopo le innumerevoli manifestazioni, e dopo la grande mobilitazione contro il parlamento di qualche settimana fa?

NULLA.

Il movimento Occupy Wall Street cos’ha ottenuto?

NULLA.

Queste immagini sono la perfetta rappresentazione dell'efficacia delle manifestazioni in questi anni:



Si sente spesso parlare di rinnovamento, nella politica, nelle istituzioni, nel sistema finanziario, ma come si può chiedere un rinnovamento con forme di protesta di un secolo fa, come si può fare una rivoluzione con metodi che di rivoluzionario non hanno più nulla ormai, con slogan e schemi che hanno inventato proprio le persone a cui sono indirizzati?

Le manifestazioni, la guerriglia, lo sciopero sono forme di protesta senza più segreti per le istituzioni.

Sanno benissimo come combatterle, soprattutto sanno benissimo che non possono durare in eterno.

Sanno che la peggiore delle manifestazioni, dopo una giornata passata a prendersi lacrimogeni, manganellate, dopo arresti, fermi, scontri corpo a corpo, sarà destinata a diminuire di intensità e a disperdersi.

Anche la gigantesca manifestazione contro il parlamento spagnolo del 25 settembre che sembrava destinata a durare in eterno, si è spenta dopo poco più di una giornata.

Ormai il gene della rivolta nel mondo occidentale è morto, non siamo più abituati a combattere per prenderci quello che vogliamo, sono più di 50 anni che viviamo nell’illusione del benessere, che abbiamo tutto senza lottare neanche un secondo. Nessuno, e di questo ne sono più che certo, di quelli che sono scesi in piazza in questi ultimi anni è mai stato disposto a grandi sacrifici per ottenere quello per cui sta lottando e questo fa la differenza. A volte bisogna essere disposti anche a perdere la vita per la causa in cui si crede.

Anche gli scioperi ormai, sono una forma di protesta superata, tranne qualche categoria particolare e privilegiata che ha la possibilità di interrompere servizi fondamentali o di far perdere centinaia di migliaia di euro incrociando le braccia, gli altri non hanno forza sufficiente per mettere in difficoltà un paese. Anche in questo caso le istituzioni sanno che anche il peggior sciopero possibile è destinato a perdere di forza in poco tempo (categorie forti a parte, naturalmente).

Gli unici in Europa che sono ancora portatori sani del gene della rivolta sono i Francesi, ma anche per loro è un gene ormai sopito. Prima con Sarkò che faceva incazzare tutti un giorno sì e uno no, qualcosa si muoveva. Adesso con Hollande, che nonostante i messaggi bufala che sono circolati su Facebook non ha fatto ancora praticamente nulla, sono tutti più indulgenti.

Le manifestazioni e la guerriglia hanno funzionato per la Primavera Araba, ma in quel caso c’è una situazione economico-sociale che corrisponde alla nostra di 80 anni fa. Lì c’è gente che non ha più nulla da perdere, che non ha il pane e neanche le brioches, lì c’è la vera disperazione di chi deve lottare tutti i giorni per vivere, questo fa la differenza e i governi di quei paesi non si erano mai trovati ad affrontare una manifestazione, una rivolta organizzata e compatta e numerosa contro di loro. Di questo ho già parlato.

Le istituzioni in “occidente” stanno bene attente a non andare mai oltre la soglia del “non ho più niente da perdere”. Stanno attente a dare il giusto sfogo al popolo, o a cercare di non farlo pensare ai problemi reali, stanno bene attente ad arginare i “fiumi in piena” che stanno per esondare. La dimostrazione di forza, e violenza, delle forze dell’ordine nelle manifestazioni di ieri, appoggiata unilateralmente dal nostro ministro della giustizia in un modo che credo di non aver mai visto prima, è un chiaro segnale: “State attenti a quello che fate perché non abbiamo vincoli”. Nonostante questo possa aizzare ancora di più le folle, sotto sotto insinua molta paura nei manifestanti giovani e pacifici (il vero motore della rivolta e quelli più disposti a scendere in piazza e a protestare).

Come se non bastasse ogni manifestazione è resa vana dal solito problema da cui non se ne uscirà mai: se non ci sono scontri nessuno ne parla, se ci sono scontri parlano solo di quelli e tutto diventa un gigantesco “porno”, in cui sono tutti a caccia dell’immagine della manganellata, della condotta scorretta, dell’infiltrato.

Così il tutto si trasforma in rabbia contro lo scudo delle istituzioni, invece che contro le istituzioni stesse.

E' come se l'esercito medievale, una volta sfondate le porte del castello, si accanisse sulla porta stessa e si dimenticasse di entrare a conquistarlo.

Così facendo si invalida tutto il movimento di piazza. Per tutti diventa una manifestazione contro le forze dell’ordine, non contro chi ci governa politicamente ed economicamente. Le forze dell’ordine diventano il flusso canalizzatore della protesta, la caccia al colpo scorretto diventa un motivo di distrazione, di gossip, né più né meno dell'ultima dichiarazione della Minetti o della moviola su Juve-Inter che focalizza tutte le discussioni del day-after, in cui tutti discutono dell’episodio isolato, del fotogramma estrapolato, della conseguenza, ma nessuno si domanda i perché, nessuno discute sulla causa di quella manifestazione.

Per questi motivi secondo me è arrivato il momento di ideare nuove forme di protesta, adatte ai nostri tempi e che non forniscano memoria storica alle istituzioni per combatterle.

Forme di protesta che possano essere perpetrate per molto tempo e divenire efficaci sul lungo periodo, che vadano a colpire il cuore della causa scatenante.

Ci vogliono gli elefanti di Annibale e 15 anni di battaglie per penetrare nel nuovo Impero.

Chissà, forse una forma futuristica di protesta sarà una sorta di hackeraggio user-friendly.

Dopo lo sdoganamento della fotografia (tutti sono fotografi), lo sdoganamento del giornalismo (tutti sono giornalisti con un blog), chissà se sarà la volta del “tutti sono hacker”?

Le azioni di Anonymous per esempio hanno avuto grande risalto, e sono stati dei grandi colpi ad effetto perché hanno colto totalmente impreparate le loro vittime . Anche quelli non hanno risolto nulla, ma sono un esempio dell’effetto sorpresa che può avere una (relativamente) nuova forma di protesta (prima era utilizzato solo come sabotaggio, come esercizio per nerd o come ufficio di collocamento per aspiranti Steve Jobs).

Provate a pensare all’impatto che potrebbe avere una manifestazione pacifica e totalmente silenziosa, durante la quale non si bloccano solo le strade, ma tutti i dispositivi e tutti i sistemi nelle vicinanze.

Ma questa è solo una mia visione fantascientifica senza nessuna conoscenza tecnico-tattica. (a proposito di questa tematica di protesta/fantascienza ci sarebbe anche da discutere sull'impatto che ha avuto un film/fumetto come V sui movimenti di protesta, veramente notevole anche solo a livello di immagine).

Come suggerisce il titolo e molte altre citazioni presenti in questo blog, nelle canzoni di Elio c'è sempre una risposta a tutto:



"E Supergiovane da' fuoco a uno spinello col quale affumica il governo, che, all'istante, passa all'uso di eroina e muore pieno di overdose . "

Può sembrare stupido, ma  Supergiovane affronta il governo con qualcosa che il governo non conosce e non si aspetta, e addirittura lo porta all'autodistruzione: questo è il segreto della sua vittoria.



Concluderò dicendo qualcosa di impopolare. L'unica forma di protesta,rivoluzionaria ed efficace,  che mi viene in mente ora, soprattutto nei paesi latini dell’Europa, sarebbe anche la più semplice: RISPETTARE LE REGOLE a tutti i livelli e farle rispettare, e non mi rivolgo ai politici, ma a noi cittadini.

Ma questa è un’altra storia…