12 febbraio 2014

2013: concerto dell'anno (parte prima)



Il primo dei due concerti dell'anno è prevedibile come i bis alla fine dei concerti.

WOODKID


Nel 2013 ho avuto due occasioni per vederlo, una la trovate recensita QUI (ed è anche uno degli articoli più letti di questo blog), la seconda è stata a Villa Arconati a Bollate.
Due situazioni diametralmente opposte, ma in tutte e due Yoanne e la sua band ne sono usciti col massimo dei voti.

La prima, ampiamente descritta nella recensione, era una situazione "mondana" ma anche un debutto importante: fiera del design, hipsters come se piovessero, vips, il jet-set indie milanese al gran completo, il teatro Franco Parenti strapieno, prima data in Italia. Insomma si giocava un bel po' di credibilità nel nostro Paese e dire che si è giocato tutte le sue carte al meglio è dire poco.

La seconda occasione è stata all'interno del festival di Villa Arconati, che all'apparenza doveva essere una situazione  più istituzionale, "seria". Ma visto il mancato tutto esaurito, la rilassatezza e la serenità che riesce a trasmettere la Villa e l'organizzazione, Woodkid ha saputo trasformarla in una festa.

Rispetto al concerto al Franco Parenti si è lasciato andare molto di più, ha cercato ancora di più di entrare in contatto col pubblico.

Anche prima di iniziare lui e la sua band hanno scherzato col pubblico dalla finestra del camerino (ubicato in una delle bellissime stanze della Villa), segno che anche per loro l'atmosfera di Villa Arconati aveva fatto effetto.

Alla fine ha fatto anche salire qualcuno del pubblico sul palco. Non due o tre persone, ma chiunque. Ha trasformato il palco in un vero e proprio dancefloor, dove c'era così tanta gente (compreso il sottoscritto) che non c'era quasi più spazio neanche per i musicisti.

Finito il concerto, siamo scesi tutti dal retropalco ordinatamente, senza creare nessun problema, segno che Yoanne aveva compreso e interpretato al meglio la situazione.



Ma oltre ad avere la capacità di leggere e interpretare al meglio l'atmosfera e le senzasioni del pubblico, oltre a portare una ventata di aria nuova nella musica, è riuscito anche a creare uno show unico. Con pochi elementi (solo fasci di luce bianca, videoproiezioni e disposizione sul palco della band) ha creato uno spettacolo mai visto prima e di una suggestione incredibile.
Cito dal precedente articolo:

... La disposizione è molto ampia e simmetrica (come tutto lo show): in fondo al palco ai due angoli opposti i percussionisti, ognuno con la sua grancassa sospesa (da suonare con le mani), messa di fianco rispetto al pubblico, in modo che suonandole si vedano i movimenti sincronizzati dei due, con un semplice ed efficace effetto scenico.
Sul fronte del palco, all'angolo sinistro (guardando il palco) il tastierista e il "paddista" e all'angolo destro i 3 fiati. Al centro naturalmente, lui.


...

Il mondo di Woodkid è però anche video,grafiche e show, come dicevo all'inizio.
Avrebbe potuto sfruttare tutto il suo enorme talento registico per il suo concerto. Invece molto intelligentemente ha deciso di tenere i suoi video fuori dal set, limitandosi a proiettare grafiche ipnotiche e simmetriche (sempre in bianco e nero come vuole la sua tradizione), molto suggestive ed efficaci nella loro semplicità.
Quello che apparentemente può sembrare una mancanza o una leggerezza è invece un punto di forza perché dei filmati troppo elaborati avrebbero distolto l'attenzione e avrebbero compromesso la partecipazione del pubblico.
Infatti in determinati momenti le proiezioni venivano anche spente quando il pezzo necessitava attenzione, oppure nelle parti più movimentate dove il pubblico poteva sfogarsi senza distrazioni.
Questo denota un'attenzione maniacale per la riuscita dello show, e una preparazione meticolosa. 

Anche Yoann, sapientemente, chiedeva attenzione e partecipazione in determinati momenti, probabilmente consapevole dell'effetto iptonico e "paralizzante" che può avere la sua musica così carica abbinata alle proiezioni,  non ha mai lasciato sprofondare il pubblico nel "suo mondo" sognante e ancestrale, ma ha cercato di tenerlo sempre sulla corda e sempre partecipe e pronto a rispondergli.

Anche la gestione delle luci è stata una parte fondamentale dello show, con una decina di fasci bianchi, e tre strobo, sono riusciti a creare un gioco di luci veramente suggestivo, e l'attenzione estrema ai particolari si è vista in un preciso momento quando i fasci di luce passavano velocemente dall'illuminare la sala all'incrociarsi su Woodkid formando una "stella" e le sue braccia si aprivano e si chiudevano a X sul petto, in contemporanea con il movimento delle luci.




Nella nuova data allo Zenith di Parigi (giocava in casa), ha aggiunto anche dei nuovi elementi rispetto all'ultimo tour. Oltre all'orchestra che già aveva inserito in altre occasioni particolari (come il live al Rex, sempre a Parigi), ha aggiunto una passerella circondata altri fasci di luce bianca e in più una marching band di tamburi, molto suggestiva e d'impatto. Segno che, nonostante abbia già fatto un ottimo lavoro, non si accontenta e vuole offrire sempre qualcosa di nuovo.


Live @ Zenith - Paris 2014 - immagini tratte dalla sua pagina facebook 






Lo show di Woodkid è un esempio di professionalità estrema e un nuovo standard di riferimento (escludendo le superstar americane del pop) per chiunque voglia dare qualcosa di più, oltre ad una semplice esecuzione dal vivo.

Non poteva non diventare il concerto dell'anno.



30 gennaio 2014

2013: Disco dell'anno (parte seconda)

Dopo Woodkid, sempre con la massima calma, è il momento di eleggere l'altro disco dell'anno. In questo caso è un po' più "difficile" e sicuramente non piacerà a tutti...

Il secondo disco dell'anno 2013 è:


THESE NEW PURITANS - Field Of Reeds

Non solo il disco è molto particolare, ma anche il modo in cui mi sono avvicinato a lui lo è stato altrettanto, quasi "all'antica" direi e vale la pena raccontarlo perché è anche uno dei motivi per cui è diventato disco dell'anno.

Lessi una recensione su Rolling Stone, una di quelle scritte bene, che vuole farti capire veramente cos'è il disco e dove l'ego e i gusti personali del recensore sono lasciati fuori. Rimasi incuriosito, perché si capiva che era un disco molto particolare, ma poi me ne dimenticai.

Durante una delle mie frequenti incursioni serali da Dischi Volanti sul Naviglio grande a Milano, sfogliando i vinili, mi ritrovai davanti una copertina molto bella, con dei particolari in rilievo che mi attirò subito.

Non ricordavo assolutamente come fosse la copertina abbinata alla recensione dei TNP.
Presi il vinile, lo guardai ed era proprio lui. Con la curiosità che mi aveva lasciato la recensione, e il richiamo che aveva avuto per me quel vinile non potevo lasciarlo lì.
Andai in cassa a pagare (neanche poco, perché è un doppio vinile con un packaging molto curato) e lo portai a casa senza averlo mai sentito e senza avere alcuna idea sul genere e sul tipo di musica che conteneva e senza aver mai sentito nulla di quella band.

Quante volte vi capita oggi di comprare un disco senza aver mai sentito neanche un pezzo? 

L'ho lasciato lì in attesa di un momento buono, e quando quel momento è arrivato l'ho messo sul piatto, l'ho fatto girare, ho appoggiato la puntina, mi sono seduto sul divano con in mano un bicchiere di whisky e BAM!

Perché tutta questa premessa? 
Perché Field of Reeds è un disco che ha bisogno del suo momento e del suo tempo. E' un disco al quale ci si deve dedicare completamente, che si deve ascoltare come ormai non si fa quasi più con nessun'altro disco. Anche il modo in cui mi sono avvicinato, il fatto che il primo formato di ascolto con il quale sono venuto a contatto fosse il vinile, è stato quasi un invito del disco stesso a dedicargli il tempo che si meritava. Andrebbe ascoltato solo in vinile.

Non c'è un genere per definirlo, è sperimentale, liquido, atmosferico, è pura arte contemporanea.
Se vi è capitato di ascoltare le sperimentazioni di John Cage, Steve Reich, Edgar Varese, troverete un po' di quello spirito, quella sensazione, anche se non è portata così all'estremo.


Si apre con This Guy's in Love with You, il piano che ripete ipnoticamente due accordi leggermente dissonanti e una voce lontana anch'essa dissonante, seguiti da una una parte di fiati molto malinconica e poi ancora torna il piano che ripete la stessa parte iniziale, per poi dare spazio a un breve assolo di tromba.
Si ha l'impressione quasi di vedere i titoli di apertura di un film e la scena che si apre su un paesaggio urbano decadente.


Da qui in poi si entra in una vera e propria opera di arte contemporanea, dove gli strumenti entrano su piani inclinati che confluiscono formando un tessuto sonoro intricato, come a formare delle macchie di colore su un'unica tela.
Non troverete una canzone, non troverete mai una strofa e un ritornello riconoscibili, ma capitoli di un'opera.

La melodia è destrutturata, sfibrata, non c'è mai un accordo maggiore, non c'è mai quasi mai una successione armonica pulita, man mano che il disco si sviluppa si impara a convivere con la dissonanza.
Il punto più ostico forse si incontra con The Light in Your Name, la terza traccia e forse la più sperimentale, dove la dissonanza regna sovrana.
Come quasi in tutto il disco l'impianto principale è affidato al pianoforte, sul quale poi si inserisce la voce, e progressivamente si aggiungono altri strumenti. Archi, fiati, organo, sinth, percussioni, rumori. Giunti alla fine si ha un tessuto sonoro complicato, difficile da inquadrare, che può quasi apparire casuale, al limite della sopportazione.
Forse ha proprio l'obbiettivo di scardinare la nostra abitudine all'armonia e alla melodia, di aprire la nostra mente, atrofizzata da decenni di musica "orecchiabile" (aggettivo orribile), ad altri tipi di intervalli fra le note.

Superato questo scoglio si viene inghiottiti dalla musica dei These New Puritans. Non ci sono più difese, ogni barriera cade, la mente si libera e diventa un foglio bianco. Il flusso sonoro colpisce in pieno, senza nessun pensiero a frapporsi fra l'ascoltatore e la musica.

Dopo circa venti minuti in cui si viene sbatacchiati in un mare di dissonanze, impianti sonori rarefatti, ipnotici, disturbanti, si arriva poi ad un approdo sicuro.

Organ Eternal è come un molo che spunta dal nulla in mezzo all'oceano, è il definitivo colpo di grazia per le difese dell'ascoltatore, il suo andamento circolare su un tempo dispari, continuo e immutabile è un'acqua termale che purifica definitivamente la mente.

Subito dopo si torna nello stesso mare di dissonanze da cui si è arrivati, ma dopo Organ Eternal si ha la sensazione di esserne cullati.

Il saluto finale è affidato alla title track, uno dei momenti più armonici di tutto il disco, quasi come se i These New Puritans vogliano riportarti al mondo reale passando da una camera di decompressione senza pareti.

Finito il disco la sensazione di essere stati in un altro mondo è palpabile, la mente è immensamente più leggera di prima. E' una musica che realmente ha bisogno di una completa dedizione, ma se si è disposti a farsi attraversare, con la sua dissonanza e completa estraneità con ogni cosa che siamo abituati a sentire, con il suo concentrato di piani sonori inclinati, di intervalli inusuali fra le note spinge la mente ad allinearsi e ad equilibrarsi.

Anche i testi sono molto particolari, le parole sembrano perdersi in mezzo a questo spazio sonoro infinito, evocativi, minimali, immagini accennate ma potenti. 

Anche se la mente dietro a questo progetto in sostanza è una (Jack Barnett) e gli altri due elementi (Thomas Hein e George Barnett) siano meno coinvolti nel processo di composizione (la quarta, Sophie Sleigh-Johnson ha di recente lasciato la band); questo disco ha un parco collaboratori infinito. Archi, ottoni, organi, coro, elementi elettronici, anche se ascoltandolo non si avverte subito quanti elementi ci siano al lavoro in ogni parte, è veramente un disco stratificato, con degli arrangiamenti complicati e molto strutturati. 

Inoltre va considerato che i These New Puritans hanno alle spalle due dischi completamente diversi da Field Of Reeds. E' stato una vera e propria scommessa e un atto di coraggio, in un mondo nel quale se una band nuova sbaglia un disco, si gioca la carriera. I These New Puritans hanno investito sulla qualità e sulle idee, ma soprattutto sulla loro completa indipendenza da ogni logica di mercato e hanno vinto. Per questo Field Of Reeds è disco dell'anno 2013.

Non ci sono volutamente estratti audio/video o di testi perché secondo me è un disco che va affrontato solo ed esclusivamente nella sua interezza.



A presto per la terza e quarta parte dedicata ai concerti dell'anno 2013.


















17 gennaio 2014

2013: Disco dell'anno (parte prima)



Così siamo a gennaio e come l'anno scorso, passato l'uragano delle classifiche di fine anno, qui sul Dolditoriale è tempo di nominare il miglior disco e il miglior concerto dell'anno passato.

Il 2013 è stato l'anno delle classifiche, ma come al solito tutti si dimenticano sempre di qualcuno che magari è uscito nella prima parte dell'anno o non è così di moda per dare abbastanza hype alla propria classifica.

Non ho cambiato idea a riguardo, non mi ci metto a fare una classifica con 10-20 dischi o concerti, non ho le competenze, non ho il tempo, e in tutta sincerità non ho neanche voglia. Mi accontento di nominarne uno, dando anche una motivazione però. Perché può essere anche facile (non per me) scegliere i 10 migliori dischi, ma perché li avete scelti?

Però mi contraddirò subito, perché per questa volta, non sapendo scegliere, ho deciso che ci saranno due vincitori per ogni categoria. E li dividerò in quattro articoli differenti per questioni di praticità e per facilitarne la lettura.




Il miglior disco, il primo dei due, del 2013 è:

WOODKID - The Golden Age

The Golden Age di Woodkid (francese, classe 1983) è uscito a marzo del 2013, senza troppo clamore, ma ampiamente anticipato dai due singoli Iron e Run Boy Run.
L'impatto della musica di Woodkid e di tutto il suo universo visivo è stato devastante. Non si contano più le pubblicità, i programmi tv (uno su tutti, X-Factor) i servizi tv, i video, e anche i plagi (tipo quello imbarazzante di Celentano per Rock Economy ad opera di Gaetano cordioli, ora sparito dalla circolazione) che hanno ripreso la musica e lo stile del'artista francese. The Golden Age è stato una delle poche vere novità nel panorama musicale mondiale.

Perché è esattamente quello che dovrebbe essere un disco nel 2013. Un progetto totale, curato in ogni minimo particolare, legato indissolubilmente all'aspetto visivo e alla performance dal vivo.
Prima che Yoanne Lemoine diventasse Woodkid non esisteva nulla di simile, nessuno aveva mai unito la musica classica con il pop, l'elettronica e la musica di ispirazione tribale nel modo in cui l'ha fatto lui e con la sua efficacia e stile e con un immagine così forte e caratterizzata.

Sul suo disco si passa da momenti di intimità totale con piano e voce, a maestosi e drammatici arrangiamenti orchestrali che non sfigurerebbero alla Scala, fino a ritrovarsi davanti a un falò a danzare mezzi nudi con il corpo pitturato. Detto così sembra assurdo, e non sembra poter funzionare in alcun modo, la realtà è ben diversa perché "The Golden Age" funziona eccome.
Ogni pezzo ha una sua caratteristica peculiare, ogni tassello all'interno dell'album è messo nel punto giusto, creando un'opera completa e strutturata. Per questo vale la pena analizzare pezzo per pezzo per capire la struttura di questo disco.

La title track è un manifesto del suo stile, inizia con piano e voce, con un pathos che ricorda Antony and the Johnsons, dopo poco entrano prima gli archi, con un arrangiamento delicato e suggestivo. Intorno al minuto e mezzo la canzone cambia repentinamente e inizia a montare un tensione palpabile, guidata dalle trombe, come se piano piano il mondo creato da Woodkid si manifestasse intorno alla musica. L'andatura inizia ad aumentare, e ti guardi alle spalle con la pura di essere inseguito da qualcuno o qualcosa.
La tensione "narrativa" su questo pezzo come in quasi tutta la sua musica, viene caratterizzata principalmente dai fiati, arrangiati e utilizzati in chiave classica, con trombe, corni, bassi tuba, tromboni, molto drammatici e possenti in alcune fasi e d'atmosfera in altri.


Run Boy Run è un capolavoro. Non ci sono altre parole per descrivere un pezzo così potente. L'inizio scandito dalla campana e e la voce che scandisce "Run boy run" con una ripetizione quasi ipnotica di quelle parole su un tappeto di percussioni perfettamente assemblate è una delle migliori partenze di sempre per una canzone.
La musica continua a dare l'impressione, come all'apertura del disco, di essere colonna sonora per una fuga, una corsa per scappare dall'ignoto verso qualcosa che non si conosce. La pausa sul ritornello e l'esplosione successiva di percussioni e orchestra, la coda finale con il crescendo che parte dalle percussioni, si apre sui violini per poi esplodere con tutta l'orchestra è qualcosa di veramente incredibile.

Ad amplificare la potenza di questo pezzo, un video che insieme a quello di Iron è diventato il Matrix dei videoclip musicali, un punto di riferimento per tutti, un video che in un anno e mezzo ha totalizzato più di nove milioni di visualizzazioni, che per un artista spuntato fuori dal nulla è una cosa incredibile.



Bisogna però specificare per correttezza, che Yoanne Lemoine, non è proprio uscito dal nulla, prima di debuttare nella musica, è stato regista di vari videoclip per gente del calibro di Katy Perry e Lana del Ray. Ma non si tratta di raccomandazioni o favori (da Italiani viene subito il pensiero maligno), dal punto di vista musicale, fino all'uscita di Iron era un signor nessuno.

Con The Great Escape si entra nello spazio, un inizio di archi fa da spartiacque fra il tripudio di Run Boy Run e la marcia serrata con cui esplode subito questo pezzo, un vero galoppo, sul quale entrano i fiati a suonare la carica. La voce felpata di Woodkid si appoggia morbida sull'intricato tessuto sonoro dettando i tempi con la una metrica ben definita.

Arriva Boat Song e torna l'intimità di piano e voce, ma la percezione è di uno spazio enorme intorno a questi due elementi, spazio che dopo poco viene riempito da un incredibile arrangiamento di fiati. La contrapposizione della parte orchestrale con la voce e il piano, entrambe delicate e toccanti in maniera totalmente differente l'una dall'altra, fanno di Boat Song uno dei momenti più toccanti di tutto il disco.

I Love You è forse il pezzo con la formula e il ritornello più easy listening, e infatti è stato il singolo di lancio dell'album, percussioni meno arrembanti, ma con un ritmo sempre efficace. Anche qui è presente uno stupendo crescendo di archi piazzato subito dopo il ritornello. Una canzone che è un piccolo gioiello di semplicità.



Ghost Light è il ponte che porta all'apoteosi del lato più classico di The Golden Age, che inizia con Shadows ed esplode con Stabat Mater. Un inizio orchestrale che sembra rubato a Mahler o a Strauss, la parte cantata che fa da contraltare, sostenuta da un tappeto di archi e poi ancora l'esplosione anticipata da tre colpi di timpano, un pezzo che è come un monolite (che ci riporta a Strauss...) piantato in mezzo al disco.



A Stabat Mater è contrapposta la leggerezza di Conquest of Spaces, con la quale sembra di scendere un fiume, o di galleggiare nello spazio. Una sequenza di flauto caratterizza tutta la canzone e dove tornano le tipiche percussioni "alla Woodkid". Un continuo crescendo che si sviluppa lentamente fino alla fine.

Falling spezza l'atmosfera, con suoni quasi da thriller, fra la maestosità della doppietta precedente e la successiva Where I Live.
Con quest'ultima torna l'intimità di piano e voce, un altro momento molto toccante alla pari di Boat Song, con ancora i fiati a disegnare un arrangiamento sublime sul ritornello.

E poi arriva Iron, il pezzo che ha presentato Woodkid al mondo, un pezzo dalla sua uscita che è stato usato miliardi di volte come colonna sonora di qualsiasi cosa, con un video che da marzo 2011 ha totalizzato 25 MILIONI di visualizzazioni. Un pezzo di una potenza immaginifica incredibile, che riporta agli scenari cupi e ostili di film come Valhalla Rising di Nicholas Winding Refn.
L'introduzione dei fiati è come un portale gigantesco che si apre lentamente, al di là del quale infuria la battaglia scandita dai tamburi. La voce di Yoanne è quasi un sussurro, una voce fuoricampo che ti guida all'interno di questo scenario pericoloso.



Una danza tribale, medievale, un pezzo al cui interno sembra esserci qualcosa qualcosa di seminale, che riporta alle origini dell'uomo. Un altro capolavoro.

Il sipario si chiude con The Other Side, una marcia solenne che saluta l'ascoltatore, guidandolo lentamente fuori dall'universo di Woodkid.
Per la prima volta oltre all'orchestra entra in scena un coro di voci maschili, che accentua la drammaticità della marcia, per poi lasciare spazio solo ai rullanti che chiudono il disco in maniera impeccabile.

Anche dal punto di vista dei testi The Golden Age non è banale. Si fa spesso riferimento a grandi spazi, il mare, l'oceano, luoghi dove la voce narrante si fa piccola e smarrita, alla vastità di questi spazi viene associata la complessità dell'animo umano. Sono frequenti i riferimenti a guerre e battaglie, sia interiori che contro il mondo, la paura di crescere, gli amori lasciati alle spalle e quelli mai corrisposti, la nostalgia di casa, lo smarrimento di quando si lascia un porto sicuro per affrontare l'oceano che ci aspetta fuori dalla porta di casa, o di qualsiasi luogo che ci da la sensazione di essere al sicuro.
Forse alla fine The Golden Age è una fuga da quello che ci tiene a terra verso il prorio futuro, la ricerca della nostra strada, del nostro destino, la ricerca di una sorta di terra promessa, la ricerca di sè e di una persona che che non ci lasci soli nella tempesta e nel mezzo di una battaglia.

Come tutti i grandi artisti Yoanne Lemoine si circonda di persone altettanto valide e questo disco deve molto anche al loro apporto. Uno su tutti Bruno Bertoli, il direttore che ha curato tutte le orchestrazioni del disco, ma anche i vari co-autori dei pezzi che potete trovare qui.
La scelta degli arrangiamenti e degli strumenti sono una delle caratteristiche fondamentali, a partire dalla mancanza di batteria, sia fisica che elettronica, sostituita dalle percussioni. Tutte le scelte fatte all'interno di The Golden Age denotano un lavoro incredibile, e una consapevolezza che per un artista emergente è rarissima da trovare.

Per tutti questi aspetti che ho raccontato, The Goden Age è uno dei due dischi dell'anno 2013. 

A presto per la seconda parte con il secondo disco dell'anno...












6 dicembre 2013

Massimo Volume dal vivo: le parole come sceneggiatura, la musica come scenografia.



Nonostante li conosca come un nome leggendario dalla metà degli anni novanta e li segua da più di un decennio, non ero mai riuscito a vederli dal vivo.

Ai tempi del loro esordio (Stanze, del 1993) ero troppo piccolo per apprezzare dei contenuti così profondi e giganteschi. Quando esplosero con "Lungo i Bordi" ero troppo preso dal ritorno del punk e dagli ultimi respiri del grunge.
Solo più tardi, verso i 20 anni, sono stato in grado di capire veramente la potenza di questo progetto, ma era troppo tardi. Con il ritorno nel 2010, non contento, mi sono perso i loro passaggi a Milano e dintorni, ieri sera con il tour di Aspettando i Barbari ho avuto finalmente l'occasione di rimediare a questa imperdonabile mancanza.

Non starò qui a fare una mera cronaca della serata, ma cercherò di descrivervi cos'è un concerto dei Massimo Volume.
Voglio fare questo, perché è un'esperienza totalmente diversa da qualsiasi altro concerto abbiate mai visto. Niente di mistico, sia chiaro, non ho avuto illuminazioni e non sono apparse madonne dietro la band, ma è comunque qualcosa di molto particolare.

La copertina di Aspettando i Barbari
Partiamo dal lato strumentale, più precisamente dal lato chitarristico. Parlo soprattutto ai "colleghi" chitarristi. Provate pensare alla cosa più originale che abbiate mai fatto, al giro più storto che abbiate mai creato, al suono più strano e figo che abbiate mai tirato fuori dalla vostra pedaliera e siate mai riusciti a infilare in un pezzo fra le proteste del vostro cantante o del vostro bassista. Fatto? Ecco non sarà mai così originale, così strano, così maledettamente funzionale al pezzo come un suono o un riff o un arpeggio tirato fuori dalle chitarre (o basso) di Egle Sommacal e Stefano Pilia.

La loro concezione della chitarra va al di là di del semplice suonare, è una ricerca, un utilizzo totale, nel quale ogni feedback, ogni dissonanza, ogni suono "brutto" è esattamente nel punto in cui deve essere a sottolineare l'intensità e l'atmosfera di quel preciso momento.

Spesso sulla stessa parte si dividono nettamente i compiti: Pilia cesella riff e parti taglienti, che danno la spina dorsale del pezzo e ne scandiscono l'andamento, Sommacal si infila diagonalmente su tutto. Va a creare un vero e proprio tessuto atmosferico, con accordi dissonanti, arpeggi aperti che creano tensione e vanno a formare quella scenografia astratta ma incredibilmente palpabile nella quale le storie di Clementi prendono vita.
Quando invece è Sommacal a tenere le redini del riff o dell'arpeggio portante, Pilia diventa ancora più etereo del compagno e condisce il tutto con feedback, reverberi e suoni che non si capisce da dove vengano tirati fuori.

Sotto di loro la batteria di Vittoria è un rullo compressore con una precisione da manuale. Sempre misurata ma allo stesso tempo potente e con dei suoni perfetti, condizione fondamentale per permettere che la voce recitata possa "venire fuori" dal tessuto sonoro, senza essere inghiottita. 
A volte si ha quasi l'impressione che ci sia una drum machine sotto e invece è sempre il suo tocco preciso e costante. Per altri gruppi questo potrebbe essere un difetto, per i Massimo Volume è esattamente quello che serve.
In mezzo a loro tre, il basso di Emidio, morbido come un cuscino, discreto e preciso si muove fra le righe con eleganza.

Arriviamo al motivo per cui i Massimo Volume sono i Massimo Volume: la voce.

Molte volte la voce recitata su disco perde molto poi dal vivo. Perché il tono, l'inflessione, la cadenza, la metrica, acquistano tutta la visibilità che normalmente non hanno quando è tutto basato sulla linea vocale. In studio la cosa è semplice, si fanno un tot di tentativi con toni e inflessioni diverse, quello con la resa migliore si tiene. Ma poi dal vivo se la cosa non è studiata non renderà mai come dovrebbe.
Clementi invece sa bene l'importanza del recitato in musica... l'ha inventato lui.




Non perde un grammo dell'impatto e dell'intensità del disco, e sebbene dal punto di vista dell'ascolto puro delle parole forse qualcosina si perde, ne guadagna in incisività e impatto.

Un concerto dei Massimo Volume è una delle esperienze più multimediali che si possano fare, senza l'ausilio della tecnologia.
Mentre si assiste al concerto si ascolta la musica, intanto le parole cadono come macigni nella sala. 
Si ha la l'impressione di leggere un libro, le storie che vengono raccontate si immaginano, e mentre sei lì a sentire il concerto, le immagini create da quelle parole ti scorrono davanti, quasi come se fossi al cinema o a teatro.
La musica si trasforma in scenografia e le parole in sceneggiatura. I pochi gesti del cantate, il solo allargare le braccia sulle parole più significative, la mancanza assoluta di parole fra un pezzo e l'altro e di qualsiasi tipo di cenno al pubblico, non fanno altro che amplificare questo senso di performance artistica, dove i quattro elementi sul palco non sono altro che un veicolo per la loro arte. 
Le parole delle canzoni sono talmente pesanti, importanti, vive, che non c'è bisogno di dire altro, farlo sarebbe come ringraziare e salutare in mezzo a una rappresentazione teatrale. Difatti si sentiranno altre parole di ringraziamento solo all'ultimo pezzo prima dell'encore e prima della fine.

In un contesto del genere la scaletta perde totalmente di importanza, perché qualsiasi loro pezzo entrerebbe a far parte di uno spettacolo la cui potenza sta nella sua totalità e non nei singoli episodi che lo compongono.










5 dicembre 2013

Notizia del giorno: Milano, un uomo muore di infarto in metrò.

A volte succede che una non notizia, diventi magicamente una notizia importante.
Succede che un fatto assolutamente ininfluente venga condito con supposizioni e ipotesi che stimolano i pensieri più nascosti. I pensieri più discriminatori e violenti, tutto quel sottobosco di intolleranza che cresce rigoglioso nel nostro paese diviso in due frange, la prima a livello nazionale che aspetta solo un pretesto per poter avere l'autorizzazione a dire "Io non sono razzista eh, però...". La seconda a livello locale si dedica al tiro al Pisapia, addossando tutte le colpe del mondo al Sindaco di Milano, come se nei venti anni di governo di destra la città sia stata un modello mondiale per livello di sicurezza e qualità della vita.
La notizia:


Questo in foto è il titolone che c'era oggi oggi in bella mostra sulla home del Corriere e poi riportato come notizia di apertura del Corriere Milano, preceduto da un altro articolo riportato sul sito e sulla prima pagina del Corriere in versione cartacea:



Analizziamo i singoli elementi, il titolo:

"Muore nel metrò dopo un borseggio"

Sulla versione cartacea del Corriere, la morte dell'uomo sembra causata direttamente dal borseggio, mettendo strettamente in relazione le due cose.

"Milano, tentato borseggio nel metrò 65enne si accascia e muore" 

Nel titolo del sito invece, la morte del signore viene immediatamente messa in relazione con lo scippo, ma se si analizza la frase, dice: il "65enne si accascia", non dice "viene colpito" o strattonato, picchiato. Le due cose non sono assolutamente in relazione, se non che lo spavento per il tentato borseggio possa aver scatenato il malore che ha causato la morte del signore. Ma lo spavento poteva essere causato da qualsiasi altra cosa in un'altra situazione. Evidentemente la morte è stata causata da un problema di salute, non dallo scippo in sé.

Analizziamo il fatto:

"borseggio" "tentato borseggio"

In realtà se si legge l'articolo on-line, lo scippo non c'è stato, e probabilmente non c'è stato neanche il tentativo. Non si sa se la vittima di questo presunto tentativo di scippo, (e sottolineo le parole "presunto tentativo di scippo" che non mettono in dubbio solo il fatto, ma anche che la possibilità che ci sia stata l'intenzione) sia stata il signore o qualcun altro. Anzi non si sa neanche se c'era qualcun'altro nel famigerato "mezzanino" perché dopo poche righe scrivono che era "l'unico testimone".
In sostanza non si sa nulla di certo, se non che un uomo è morto in metropolitana presumibilmente per un infarto o comunque un malore.
Inoltre per assurdo l'articolo finisce con:
"Il 65enne probabilmente era convinto che i tre «adocchiassero» i passeggeri ma nulla, al momento, può confermarlo."

Nell'articolo pubblicato precedentemente sull'edizione cartacea del Corriere e riportato anche online in realtà ci sono molti più dettagli, si parla di una gang di borseggiatori "forse dell'est" e si dice che forse è stato preso il cellulare all'uomo. Cosa poi non confermata. Ma in ogni caso si tratta solo di supposizioni poi quasi smentite dall'articolo pubblicato online. In realtà non interessa cosa sia successo veramente, ma interessa il pretesto.
Si sa che chi poi legge veramente tutti gli articoli è una minima parte di quelli che leggono il titolo.
Quindi non c'è niente di certo, si sta parlando del nulla.
E allora come mai una notizia che sostanzialmente non ha nessun elemento per esserlo diventa motivo di discussione in tv, sui giornali, alle macchinette del caffè, nei bar?

Ci sono alcuni elementi, che messi in relazione fra loro scatenano quel sottobosco di cui parlavo prima, e chi mette insieme questi "scoop" li conosce bene.

Elenchiamoli:

I mezzi pubblici: quei posti sporchi, pieni di extracomunitari, di zingari, di accattoni e di persone poco raccomandabili, mezzi poco efficienti, poco sicuri, sempre in ritardo e sinonimo di disagio, disservizi, ritardi, usati solo dai poveracci che non possono permettersi un SUV.

Lo scippo: da sempre il simbolo della mancanza sicurezza, del degrado, della "disgrazia" che può capitare in un qualsiasi momento, in qualsiasi luogo, sinonimo di pericolo, della paura che scorre nelle città, dove ogni angolo pullula di malfattori che bramano il nostro portafoglio, o per essere più moderni, il nostro iPhone.

Lo straniero: l'articolo, come sempre, si affretta a farci sapere la nazionalità dei delinquenti. Già alla quinta riga viene ribadito per ben due volte che i delinquenti sono rumeni (con un errore ortografico e di battitura per di più):  
"A carico dei tre romeni, incensurati, Sono tutti rumeni, incensurati e senza fissa dimora tra i 16, 17 e 26 anni"
Tre rumeni, sono tutti rumeni, come a dire che non se ne salva neanche uno, senza fissa dimora, quindi zingari. Come se non bastasse sono pure giovani, perché non è più come una volta, i giovani di oggi son tutti delinquenti.

L'impunità: "rilasciati i tre presunti borseggiatori", sì perché "loro" sono sempre impuniti, "li mettono dentro e dopo un giorno sono già fuori", "altro che polizia, li lasciassero a me un giorno, vedi come li riduco", "vengono qui e fanno quello che vogliono", "noi appena sgarriamo di una virgola ci mandano equitalia, loro stuprano le donne, entrano a rubare nelle nostre case e nessuno fa niente". Si potrebbe scriverci un libro con queste frasi da bestie che si sentono in giro.

La Gang: la parola "gang", meglio se "baby", va tanto di moda nella cronaca nera ultimamente. Fa tanto favelas sudamericana, bronx, banlieue, subito si pensa a un'orda di giovani  armati di spranghe, tirapugni, coltelli, pistole, pronti a tutto per portarti via i tuoi averi, o in attesa del più piccolo pretesto per pestarti a sangue senza motivo.

Il brav'uomo: al 65enne ci si affretta a trovargli un nome, "La tragedia di Francesco..." si legge nel titolo di uno degli articoli correlati. Lo si chiama amichevolmente Francesco, per far entrare subito in empatia i lettori. Era un impiegato in attesa della pensione che era andato a prendere il pane, il panettiere diceva che era più felice ultimamente, perché sentiva l'avvicinarsi della pensione. Il perfetto ritratto di semplicità del nonno del Mulino Bianco distrutto da tre sporchi zingari, prima di potersi godere la tanto sospirata pensione.

Questi 6 elementi messi insieme scatenano una polveriera che esplode a comando, come dimostrano i 503 commenti all'articolo nel momento in cui sto scrivendo.

Piccola parentesi, vorrei consigliare al Corriere di eliminare la possibilità di commentare gli articoli.
Sotto a moltissimi degli articoli presenti sul sito, si leggono delle frasi che la maggior parte delle volte fanno vergognare di leggere il giornale, o il sito, frequentato da persone che per il livello di intelligenza, mi stupisce siano in grado di leggere e scrivere.

Oltretutto c'è un dispendio di energie per questo fatto che è a dir poco smisurato. Sono presenti ben 4 articoli/editoriali correlati alla vicenda, con foto e video del luogo dell'accaduto, come se non si sapesse com'è fatto un "mezzanino" della metropolitana.
Le parole usate  poi, sono al limite del grottesco, al livello degli strilli dei giornali locali, affissi fuori dalle edicole di paese:


"Paura nel mezzanino di Piazza de Angeli".

"Qualche minuto prima di crollare al suolo con gli occhi ribaltati, nel sottopassaggio semideserto del metrò divenuto forse angoscioso luogo di appostamento".


"Vigilantes disarmati ai tornelli".
E ci mancherebbe, cosa devono fare, sparare al primo che tenta di timbrare un biglietto con il trucco del burro cacao? (cosa che oggi non funziona più, fra l'altro)


Ci tengono a farci sapere che il nostro amico Francesco aveva avuto "Qualche lite con i primi immigrati egiziani..." ma che ultimamente aveva pure iniziato a salutarne uno...

Subito l'opposizione attacca, De Corato, preceduto dall'amico Salvini, non perde occasione di stare zitto: "Se confermate le circostanze, questa morte dopo un tentato borseggio è l’ennesima prova dell’emergenza sicurezza che dal 2011 vive la nostra città". Perché fino a un giorno prima dell'elezione di Pisapia, a Milano i portafogli li sfilavano vuoti e li restituivano pieni di biglietti da 100 euro.

Intanto tutto il carrozzone dei moralisti, allarmisti, razzisti, è partito e ha già fatto più di un giro di giostra. E infatti al momento non è successo sostanzialmente nulla di rilevante  (se non ci saranno altri accertamenti che confermeranno le ipotesi). 

Si farà un gran parlare dei controlli nelle stazioni, e sull'onda di questo falso allarme potrà eventualmente scattare un'ordinanza, verranno aumentati i controlli per un paio di settimane per poi tornare tutto alla normalità come se niente fosse successo.


L'importante è creare il pretesto che abbassi la nostra soglia di civiltà, il nostro apparente senso civico e la nostra ipocrita tolleranza, per accendere la discussione che rianimi la solita paura del diverso, dello straniero, e che accenda il dibattito su più fronti. Un dibattito che si auto-alimenta con il continuo scambio fra tolleranti e intolleranti, che presto si dimenticano del modo in cui è iniziato e inizieranno a insultarsi fra di loro, sconfinando nell'inutile. Fino a quando le frustrazioni personali non verranno sfogate, e non si saranno scaricate tutte le colpe del nostro fallimento su immigrati, emarginati, clandestini, zingari, e chiunque nella nostra ignorante mentalità rappresenti una minaccia per il nostro benessere e per il nostro quieto vivere. Infine la discussione arriverà a un punto morto e il pudore, la coscienza e l'ipocrisia torneranno a galla per farci sembrare cittadini tolleranti e civili, fino a quando non si troverà un altro pretesto per ravvivarla e far uscire quanto di più brutto c'è dentro di noi. 

A questi link trovate gli articoli di cui ho parlato:


Tentato furto, 65enne muore nel metrò Rilasciati tre dei presunti borseggiatori


Vittima dei ladri, si accascia e muore nel metrò Fermati tre ragazzi , forse una gang di borseggiatori

La tragedia di Francesco impiegato contento aspettando la pensione

Sicurezza, l’opposizione attacca la giunta Polemica dopo la morte del 65enne nel metrò

Vigilantes disarmati ai tornelli Controlli potenziati nelle stazioni